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Il metodo di Gordon nella pratica didattica quotidiana. L’importanza della comunicazione e dell’ascolto attivo

Lo psicologo americano Thomas Gordon ha dedicato tutta la sua vita ad elaborare una teoria che oggi trova applicazione in molti ambiti della società– soprattutto in quello scolastico.

Il suo omonimo metodo consiste in un insieme di tecniche il cui scopo è quello di migliorare la comunicazione tra adulto e bambino (ma anche tra pari), in modo da renderla più efficace dal punto di vista psicologico. E la comunicazione, com’è noto, è uno dei motori dell’apprendimento e della didattica, sia quella in presenza che – a maggior ragione – quella a distanza. Si applica normalmente alla comunicazione che avviene tra genitore e figlio, ma anche a quella tra docente e alunno e tra insegnante e genitore.

Vantaggi

Lo schema di Gordon permette di creare un clima rilassante e distensivo in classe, votato all’integrazione e alla conoscenza reciproca, nonché alla fiducia tra le parti, senza lo spauracchio del giudizio o dell’incomprensione: il tutto, semplicemente esercitando una buona comunicazione. Un buon comunicatore, secondo Gordon, deve essere in possesso di alcune competenze fondamentali: l’ascolto attivo e il messaggio “io”. Entrambe sono dei momenti fondamentali all’interno del suo metodo, che si articola in 3 step principali.

L’ascolto attivo

Il primo passo dello schema gordoniano è l’ascolto attivo, punto focale della comunicazione che, a sua volta, si divide in 4 momenti principali:

a) ascolto passivo durante la fase iniziale (in cui il destinatario della comunicazione ascolta in silenzio e assimila le informazioni senza interrompere);

b) messaggi di accoglimento verbali e non verbali (ad esempio, frasi in cui l’ascoltatore ribadisce che sta effettivamente ascoltando, oppure cenni di approvazione);

c) inviti all’approfondimento (“Dimmi meglio”, “E allora?”);

d) l’ascolto attivo vero e proprio: ultimo passo, in cui il destinatario ripete ciò che ha detto l’emittente con parole proprie, cercando anche di inserirvi una componente emozionale che permetta di mettere a proprio agio l’altro conversatore.

Messaggio in prima persona

Si tratta del secondo step dello schema gordoniano, ed è anche detto “messaggio io”. Anche questo, come il primo, è un momento importante della comunicazione, in quanto l’emittente (ad esempio, l’alunno) ha bisogno di un interlocutore (es. l’insegnante) che, nel dialogarvici, utilizzi un linguaggio semplice e comprensibile: per far questo, il docente è invitato a parlare appunto in prima persona, magari utilizzando degli aneddoti. Ciò permetterà allo studente di fidarsi del proprio interlocutore e di sentirsi a proprio agio.

Problem solving

Terza e ultima fase del metodo di Gordon è il problem solving, inteso non come “risoluzione di problemi pratici”, ma piuttosto di eventuali problematiche relazioni o comunicative. Si tratta dunque di un lasso di tempo, durante la conversazione, in cui il docente dovrà mettere in pratica tutte le sue abilità di aiuto verso il discente, spendendo con lui/lei del “tempo relazionale” in cui possa esprimere le proprie ansie e/o preoccupazioni riguardo alla riuscita di un’eventuale interrogazione orale o esposizione di fronte alla classe.

Quando e come applicarlo in classe?

È bene tenere a mente che il modello di buone prassi comunicative di Gordon è applicabile ad ogni circostanza in cui avvenga uno scambio di informazioni o di messaggi, in classe e non. Tuttavia, può essere auspicabile seguirlo con attenzione in momenti in cui la comunicazione può essere passibile di fraintendimenti, oppure può portare ad ansia ed emotività nell’alunno. Ad esempio, un’interrogazione può essere un’ottima circostanza in cui il docente può esercitare il proprio ascolto attivo, abbondando nei suoi messaggi di accoglimento verbali e non verbali: questo aiuterà il discente interrogato a tranquillizzarsi, grazie al pensiero che il docente stia facendo del suo meglio per comprendere la sua esposizione orale (con tutti i suoi eventuali limiti). Viceversa, l’alunno non dovrebbe avere remore a fare inviti all’approfondimento all’insegnante, o a un suo compagno che stia esponendo oralmente una lezione tra pari (e perché no, anche durante un’interrogazione): le richieste di spiegare meglio o di ripetere un concetto, in classe vengono ancora viste con un certo timore. È invece importante ricordare che sono parte integrante dell’ascolto attivo, per cui necessarie per una buona comunicazione. Ancora: è importante utilizzare un messaggio in prima persona nei momenti di tutoring in classe; infine, potrebbe essere una buona prassi puntare sulla fase di problem solving nelle attività laboratoriali.

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