Il lavoro precario rende precaria la vita, la famiglia, gli affetti

di Lalla
ipsef

Lalla – Oggi le storie di Caterina, Patrizia e Anna, 3 donne che con coraggio hanno scelto di stravolgere la loro vita e la loro famiglia alla ricerca di un posto di lavoro.

Lalla – Oggi le storie di Caterina, Patrizia e Anna, 3 donne che con coraggio hanno scelto di stravolgere la loro vita e la loro famiglia alla ricerca di un posto di lavoro.

Caterina – Sono un’insegnante del sud stanca di lottare contro il sistema senza ricavarne niente!!!!! Sono entrata di ruolo a Ravenna con le idee ben chiare:" Basta precariato, 15 anni sono troppi, bisogna andare fuori provincia per una realizzazione!"

Ho fatto così la scelta di iscrivermi nella graduatoria di Ravenna e abbandonare quella di Napoli dove, per quanto riguarda la scuola primaria, si procede a "gambero": si va in dietro e non avanti. Sono riuscita nel mio
desiderato intento, ruolo, ho avuto una sicurezza lavorativa, ma a spese di chi? A spese della mia famiglia. Ho tre figli di cui solo i più piccoli mi hanno seguito, il più grande è rimasto a casa con il padre anch’egli precario.

Ignara di ciò che realmente avrei affrontato, ma solo relativamente immaginato, mi ritrovo con il bambino più piccolo, 3 anni, che piange tutti i giorni per la mancanza del padre e del fratello, "sballottato" di mano in mano
a gente a lui sconosciuta mentre sto a scuola. Conseguenza: trauma, blocco urinario, e inappetenza. La sorellina di nove anni fa da mamma e rimpiange i tempi di gioco con le amichette, il catechismo e le passeggiate con tutta la famiglia per la città; il fratello più grande,15 anni, mentre il padre è intento in supplenze a Roma, è rimasto solo senza controllo, nella fase più importante della crescita .

Sono dovuta ritornare a casa, Napoli, per malattia del bambino legatissimo alla famiglia ed ora, che devo risalire, temo i 600 chilometri di distanza: non posso far risoffrire i miei figli. Devo licenziarmi? E’ giusto? Come garantisco un futuro economico alla mia famiglia?

Si parla tanto di unità familiare e poi? La risposta a queste domande è facile: Perchè hai fatto la domanda fuori? Non sapevi a cosa andavi incontro?

Beh! E’ superfluo replicare che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… Questa affermazione è giusta, ma riduttiva del problema!!! Non potevo conoscere la reazione dei bambini poichè, in fondo, sarebbero stati con la mamma!!

Immaginavo di scendere ogni 15 giorni, ma economicamente non è possibile perchè i soldi non mi bastano: ho da pagare l’affitto di casa 550 euro , corrente, gas, acqua, da mangiare e anche la bebisitter (10 euro all’ora) per quando sono a scuola in riunione nelle ore extradidattiche. Se avessi scelto di rimanere al sud altri interrogativi mi avrebbero afflitto: Come avrei garantito qualcosa da vivere ai miei figli?

almeno fuori , togliendo le spese e tirando la cinghia, ho la possibilità di sostenere al fabbisogno necessario visto che a Napoli non avrei nemmeno preso una supplenza.

Il mio futuro già è stato delineato : 5 anni a Ravenna con conseguenze ……………sicuramente catastrofiche!!

Questa non è la mia storia, ma una piccola parentesi della mia vita lavorativa. Se dovessi davvero raccontare tutto, scriverei un libro dal titolo: "Ragazza , abilitata all’età di 19 anni, ora donna senza futuro!". Sarà un
libro con più di 1000 pagine comprendenti i tran tran tra una graduatoria provinciale ed un’altra; la storia dei sacrifici per superare e vincere ben tre concorsi; gli studi di laurea; i giorni di precariato nella scuola primaria paritaria; ecc ecc… questa è solo una lettera a titolo di sfogo volta a far capire come ad essere penalizzate, nel settore lavorativo sono solo e sempre le famiglie….!

Patrizia – La mia avventura inizia in tarda età, praticamente a trentasette anni, dopo aver fatto mille lavori, dopo esser stata sfruttata ben bene e mal pagata.

Partecipo al mio primo concorso magistrale, dopo aver partecipato ad altri concorsi, in alcuni risultando anche idonea, ma non ne ho più avuto notizia. Riesco a prendermi l’idoneità. Mi iscrivo nella graduatoria di Brescia, pensando di salire e fare il sacrificio per alcuni anni. Lascio mio figlio, già grande, che si iscrive all’università e si trasferisce in un’altra città, e mio marito, con un lavoro autonomo, non proprio remunerativo.

Il posto fisso e statale è una chimera e provo a rincorrerla. La prima chiamata è per nove giorni. Parto con il primo treno e arrivo in un paese di montagna del bresciano. Sola, senza un punto di riferimento, senza casa e quindi alloggio in un albergo. Entro in classe il giorno dopo e all’uscita di scuola mi rendo conto che quel “lavoro” (lo metto tra virgolette perché non mi piace chiamarlo lavoro), è proprio quello che volevo fare!!!! Sono entusiasta! Ma…..sono passati nove anni!

Nel frattempo: mio figlio si è laureato, senza il mio sostegno; mio suocero e mia nonna sono morti, senza la possibilità per me di salutarli per l’ultima volta; mio marito ha avuto un gravissimo incidente stradale, dove ha rischiato di morire e di cui porterà per sempre i segni, non avendo più l’uso del braccio sinistro. Immaginatevi il mio viaggio per tornare a casa in questa occasione! Seicento chilometri di pianto ininterrotto!

Io sono della provincia dell’Aquila. Immaginate cosa ho potuto provare, durante il viaggio, tornando a casa per il terremoto: pregavo, pregavo, pregavo e piangevo perché non succedesse niente, nel frattempo, ai miei cari!!!!!

Scrivo questa mia perché si possa capire il vero significato della parola PRECARIO, dei sacrifici che affrontiamo, dello stress, della sofferenza per la lontananza dagli affetti più cari, della solitudine della sera. Per chi legge, provi a immedesimarsi, (ma davvero) per un attimo in queste nostre situazioni.

Anna – Sono un’ insegnante precaria che dalla città di Reggio Calabria si è trasferita al nord Cassano Magnago Varese per inseguire il sogno di un lavoro per il quale anni sui libri, lauree, master, concorsi abilitanti, specializzazioni chiedevano e chiedono tuttora risposta…..per non parlare del diritto /bisogno di avere un lavoro.

E così che decisi più di 4 anni fa di fare il passo….già da 2005 mi ero iscritta nelle graduatorie permanenti di Varese. Ci fu chiesto di scegliere nel 2007 la provincia definitavamente in cui inserirsi precludendo per il
futuro possibilà di spostamenti da una provincia all’altra delle graduatorie permanenti. Così decisi Varese..i bambini adesso erano un pò più grandi per cui dopo il primo anno d’inserimento li avrei portati con me..e così ho fatto.

Alessia 11 anni aveva finito la 5 elementare dopo aver gia dovuto sopportatre un cambio a Reggio Calabria in 4′ elementare, Luigi aveva 6 anni e aveva appena concluso la scuola materna. Sono partita con il primo contratto precario. Mio marito mi ha supportato, ma non poteva segurici e cambiare lavoro …lui giù il suo lavoro di artigiano edile lo aveva costruito da 20 anni , come chiedergli
di cominciare da zero. sarebbe stata la scelta giusta o troppo rischiosa?

Mi ha accompagnato, abbiamo subito cercato la casa, le scuole per i miei figli, vicino casa, e ricordo che il 1 anno della prima media mia figlia, che non mi aveva mai chiesto mamma perchè mi porti via dal mio mondo, dalla mia camera, dalle mie compagne, dai dolcissimi nonni, passava tutte le mattine, per 2 mesi, prima di andare a scuola, in bagno, a vomitare silensiosamente……Dio sa quanto mi faceva soffrire una cosa del genere…ma Dio mi dava la forza , i miei figli me la davano…dovevo sempre mostrarmi e sentirmi serena …solo così li avrei fatti stare bene.

E così è andato via il , poi il 2, poi il 3 contratto……. 4 anni a sperare di avere sempre il contratto precario per trovarmi quest’anno in seguito alle nuove norme in materie di graduatorie permanenti a scendere di posizione per i nuovi inserimenti a pettine e a rischiare, dopo aver sconvolto la vita alla mia famiglia, di non avere il posto di lavoro……….Poi sono riuscita in extremis ad avere il contratto a Gavirate e sono qui a cassano da sola con i miei figli. con un marito pendolare che quando può sale a trovarci……

Grazie per l’iniziativa.

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