“Il lavoro nella scuola materna è usurante”, riflessioni di una maestra in pensione

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Una maestra della Scuola dell’Infanzia oramai a riposo mi ha scritto una bella lettera che aiuta tutti nella riflessione sui presunti maltrattamenti a scuola (PMS) chiamando in causa docenti, collaboratori scolastici, dirigente e genitori.

Un quadro condivisibile che rimarca la necessità di una collaborazione tra le parti troppo spesso in conflitto tra loro.

Gentile dottore,

  • è un po’ di tempo che volevo inviarle queste semplici considerazioni riguardo alla scuola materna e alle continue denunce alle insegnanti, visto che ho delle conoscenti coinvolte. Il lavoro nella scuola materna è oggi dichiarato, giustamente, “usurante”. È vero, ma è anche appassionante, coinvolgente, gratificante. I bambini sono spontanei e affettuosi, spesso sorridenti e solari, ma ci sono delle condizioni che rendono usurante un lavoro che è comunque impegnativo, ma bellissimo. Provo a elencarne qualcuna:
  • sezioni numerose. Le sezioni non sono numerose in sé: 22-24 bambini in teoria dovrebbe essere una dimensione giusta, ma non se ci sono bambini di due anni e mezzo. Inoltre i bambini di oggi ricercano l’attenzione individuale e non hanno spesso la percezione che a scuola non si possono fare le stesse cose che si fanno in famiglia;
  • l’abbassamento dell’età di accesso alla scuola dell’infanzia (prima a 3 anni, ora a 2 anni e mezzo), inoltre, comporta anche esigenze di assistenza ai bambini piccoli;
  • l’eliminazione della figura dell’assistente, prima presente nella scuola materna. Ora le funzioni di assistente sono svolte parte dalle maestre, parte, malvolentieri e con tante difficoltà, da collaboratori scolastici, che comunque devono prima dare il loro consenso. Talvolta sono poco collaborativi e si rifiutano di prestare aiuto, anche nei momenti di difficoltà. Rimane sempre il problema: chi cambia i pannolini? Il cambio non è previsto né nella funzione docente, né nel profilo del collaboratore scolastico (spesso di sesso maschile);
  • limitazione delle risorse. In un passato remoto, di cui non ho esperienza diretta, vi era anche la figura della “maestra aggiunta”, in seguito, a partire dagli anni ‘80, vi erano maestre di ruolo assegnate ai laboratori o a “progetti”, che lavoravano per gruppi di alunni per tutto l’anno.

Inoltre:

  • la frequente mancanza di spazi fuori dall’aula, per giocare o per riposare;
  • l’inquinamento acustico dei refettori, ma anche delle aule. I bambini non lavorano in silenzio: parlano, bisticciano, a volte urlano;
  • genitori spesso ostili. Come qualcuno ha detto, “fan dei figli più che educatori”;
  • bambini maleducati o provenienti da situazioni familiari complicate;
  • istituti scolastici ormai megagalattici, con dirigenti impegnatissimi in numerose “reggenze”;
  • l’età avanzata delle maestre ultracinquantenni che provengono da un sistema scolastico e culturale molto diverso da quello attuale.

A tutto questo si è ora aggiunta la “sindrome da indennizzo economico” dei genitori, che minacciano denunce in continuazione, con lo spauracchio di procedere con un contenzioso legale che richiede al docente stress e denaro per l’avvocato di parte.

Tutto questo provoca burnout, come giustamente e fondatamente lei sostiene.

Il Capo di Istituto molto spesso svolgeva una specie di funzione di decompressione. Ascoltava i docenti, ascoltava i genitori e qualche volta tamponava le situazioni prima che degenerassero. Però ora i genitori sono diversi, spesso non hanno neanche fiducia nel dirigente, mirano a colpire piuttosto che a risolvere i problemi scolastici dei figli.

Ora quello che domina nelle scuole è la rinuncia educativa, il lasciar fare ai bambini quello che vogliono, per paura delle iniziative dei genitori. Anche perché le maestre di scuola materna sono la categoria più fragile del sistema scolastico.

Ora, ammesso e non concesso che qualche maestra abbia sbagliato, in qualche sporadico episodio, sentirle chiamare dopo anni di dedizione ai bambini, con espressioni molto offensive, come: pazze, mele marce, mostri, streghe, criminali quando nelle famiglie ci si comporta allo stesso modo e spesso peggio, mi sembra profondamente ingiusto. Per non parlare, cosa ancora più seria e pesante, dei lunghi processi, della gogna mediatica, dei pregiudizi, delle condanne penali con tutte le conseguenze che comportano.

Mi scuso se mi sono dilungata troppo, ho lavorato nella scuola per circa quarant’anni, ora sono in pensione. Avrei voluto una scuola diversa e vorrei una scuola diversa. Il dibattito sulla scuola non mi potrà mai lasciare indifferente.

Riflessioni

Ho ritenuto giusto dar spazio a questa lettera, pervenutami pochi giorni fa, per esprimere profonda gratitudine verso una categoria professionale, quella delle maestre, che oggi trova posto sui giornali solo per fatti di cronaca nera legati ai presunti maltrattamenti a scuola (PMS). L’esperienza di un’insegnante andata in pensione da poco consente una visione distaccata e oggettiva che riconosce difficoltà e gratificazioni. Una lettera che colpisce perché scritta da una maestra “vecchio stampo” che ricorre ancora alla vecchia dizione di “scuola materna” anziché parlare di “scuola dell’infanzia”. Dimentica inoltre di parlare della fatica nel gestire i bimbi con le disabilità (soprattutto quelli con diagnosi importanti). Non fa minimamente menzione delle malattie professionali (chi le conosce?) e della tutela della salute degli insegnanti che, pur essendo prevista per legge, resta distante dai pensieri di docenti e dirigenti.

I bambini sono spontanei e affettuosi, spesso sorridenti e solari è l’incipit – ma il lavoro è usurante perché anche se 22-24 bambini non sono tanti (sono certo che – a buona ragione – molte colleghe non saranno d’accordo) e i bambini di oggi ricercano l’attenzione individuale. Nelle famiglie predomina la famiglia col figlio unico che rappresenta il centro del mondo, abituato al solo rapporto 1:1 col genitore. Nella scuola dell’infanzia tutto cambia: la maestra è da condividere con altri 20 e più bambini mentre la relazione tra pari è una realtà inesplorata anche in seguito all’assenza di fratelli. A tutto ciò si aggiungono la penuria delle risorse, gli spazi angusti, le apprensioni dei genitori che stanno definitivamente tagliando quel cordone ombelicale virtuale, non meno “legante” di quello anatomico, tempestato da sensi di colpa che si tradurranno in aggressività, anziché gratitudine, verso le maestre. Queste possiedono un’età sempre più avanzata fino a divenire maestre-nonne di “vecchio stampo” in forza di quel fenomeno che le vede invecchiare mentre i bimbi ringiovaniscono ad ogni cambio di ciclo.

Oltre ai genitori, divenuti sindacalisti dei propri figli e talvolta affetti dalla sindrome dell’indennizzo, vi sono i problemi pratici della scuola (non si sa ancora a chi spetti cambiare i pannolini), quindi i dirigenti distanti per le scuole troppo grandi spalmate sul territorio, o gravati da numerose reggenze. Viene così a cadere quella funzione di “decompressione” che esercitava il preside di una volta e oggi deve essere assolutamente recuperata.

Si arriva così a quell’abominevole fenomeno che è la rinuncia educativa. Questa sembra mettere tutti d’accordo, maestre, dirigenti, genitori, ma non è altro che uno sterile accordo al ribasso per la crescita dei piccoli e si tradurrà in un conto molto salato per il bambino e le future generazioni totalmente impreparate ad affrontare la realtà che li circonda e a tollerare le frustrazioni della vita.

Un ultimo pensiero commosso della lettera – al quale mi associo – va alle maestre che sono state indagate per presunti maltrattamenti a scuola ma hanno già subito sentenze popolari, gogna mediatica e insulti di ogni genere sui social. Qui è bene ricordare a tutta l’opinione pubblica che la scuola è per i bambini l’ambiente più sicuro per eccellenza e molto più sicuro delle mura domestiche dove avvengono purtroppo i gravi fatti di sangue: una realtà di cui noi tutti dobbiamo farci una ragione.

In un Paese che ambisce definirsi civile, vige infine la presunzione d’innocenza fino all’emissione della sentenza, ma non mi stancherò mai di ripetere, che la miglior garanzia per l’incolumità degli alunni, dei nostri figli, passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti per la quale dobbiamo adoperarci, non foss’altro che per rispettare la legge.

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