Il Giovane Karl Marx: un film per raccontare agli studenti la genesi di una grande rivoluzione culturale

di Elisa Torsiello

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“Il giovane Karl Marx”: si ritrova già nel titolo e in quell’enfasi sull’epiteto “il giovane” la volontà di sottolineare quanto quello che il pubblico si appresta a incontrare sullo schermo non è il Karl Marx che noi tutti ricordiamo.

La barba folta, grigia, e i capelli disordinati sono qui corti, neri. “Il Capitale” è ancora un progetto lontano sebbene gli animi ribelli e rivoluzionari inizino già a bruciare vivi nel cuore del giovane. Nel 1843 l’Europa è pronta a essere sconvolta da profondi cambiamenti. La rivoluzione industriale aveva contribuito alla creazione di una nuova classe operaia e le organizzazioni dei lavoratori su base comunista germogliavano come fiori a primavera. Karl Marx ha 26 anni e insieme alla moglie Jenny si ritrova sulla strada dell’esilio. Nel 1844 a Parigi conosce il giovane Friedrich Engels, figlio del proprietario di una fabbrica, che studiava gli inizi del proletariato inglese. Engels dona a Marx il pezzo mancante del puzzle che ricompone la sua nuova visione del mondo. Insieme, tra censura e raid della polizia, rivolte e sollevamenti politici, presiederanno alla nascita del movimento operaio.

La pellicola si chiama “Il giovane Karl Marx”, ma le vicende seguite non perdono d’occhio l’altra metà della rossa mela rivoluzionaria: Engels. Un incontro, il loro, sviluppato a freni spianati; un alone di criticità avvolge i due su posizioni antitetiche e dicotomiche sostenute da una prossemica e un’occupazione dello spazio filmico riflettenti la loro iniziale opposizione. E così se Marx è seduto, Engels è in piedi, mentre se ora è Engels a ritrovarsi su una sedia, è Marx a guardarlo dall’alto. Sarà solo nel momento in cui Engels farà un passo avanti, condividendo i pensieri del suo interlocutore fino a tessergli le lodi, che i due giovani comunicheranno alla medesima altezza, viaggiando in sincrono su un perfetto equilibrio fisico e di pensiero.

L’attore chiamato a dar anima e corpo al giovane Karl Marx (August Diehl, noto per il ruolo del maggiore Dieter Hellstrom in “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino) è pervaso dal medesimo spirito di ribellione del suo personaggio, così da offrire un’interpretazione bruciante, sincera, sebbene a volta un po’ sopra le righe. Nei suoi movimenti e nella sua mimica espressiva improntata su un’accumulazione del codice gestuale si ritrova quella natura sicumera e l’incapacità di censurarsi di Karl Marx. Uomo pronto a lasciarsi imbavagliare ma non a smettere di pensare, Marx aveva compreso la forza pervasiva della scrittura e la potenza di smobilitazione forgiata dallo scorrere dell’inchiostro. La pagina è un colpo fendente che entra nel cuore e scuote la mente. A enfatizzare questa carica rivoluzionaria – senza mai arrivare alla divinizzazione di questa figura storica – ci pensa una fotografia glaciale, desaturata, rivestita da quella patina polverosa che intaccava la pelle degli operai e attraversata da fasci di luce volti a ricordare metaforicamente il bagliore di speranza che gli scritti del protagonista tentano di offrire agli operai sfruttati.

La forza dell’interpretazione di Diehl buca lo schermo; attraverso la sua performance gli ideali di Marx giungono allo spettatore mostrandosi in tutta la loro attualità. Dal canto suo, il regista Raoul Peck affronta lo scoglio del racconto biografico condensato in un tempo limitato (poco meno di due ore) narrando la giovinezza di Marx e la profondità del suo pensiero con sicurezza e senza retorica. Il regista segue la costruzione di questo tempio di pensiero dalla base fino alla sua somma cima, rivestendolo di uno strato pedagogico e a tratti denunciatorio. Una ricerca realistica che si avvale di una ricreazione storica precisa degli ambienti attraversati, ma anche di uno studio filologico di ogni singola lingua parlata (il film nella sua versione originale è recitato in inglese, francese e tedesco). Una commistione multi-linguistica, questa, che acuisce il senso di atemporalità e universalità che pervade gli ideali espressi da Marx. Verbalmente e visivamente, il cineasta si infila tra le crepe dell’ordine sociale, enfatizza le distorsioni e le diseguaglianze, rivelando non solo come un’idea come quella sviluppata da Engels e Marx ha potuto facilmente tramutarsi in dottrina politica, bensì mostrando come certe condizioni di lavoro al limite dell’umano non siano mutati in questi secoli. Peck predilige una regia intimistica, fatta perlopiù di inquadrature ristrette, alternate da primi piani e piani americani. Una scala di ripresa che sottolinea l’importanza rivestita da questi personaggi senza per questo cadere nella facile trappola del biopic agiografico. Ne deriva una sottrazione di quella investitura storica e mitica compiuta sull’immagine di Karl Marx, per rivelarne la sua natura umana fatta di dubbi, contraddizioni e fragilità. Quello che colpisce negativamente la visione di questo film è la constatazione di quanto la rivoluzione a cui inneggiano i due giovani protagonisti – e tanto declamata dai loro realizzatori cinematografici – non ritrovi una propria controparte filmica. “Il giovane Karl Marx” si presenta dunque nelle vesti di un canonico biopic, interessato a seguire le vicende dei personaggi con linearità e poco slancio virtuosistico. La storia procede spedita, allentata semmai da un’eccessiva verbosità, appesantita a sua volta da citazioni dirette e riflessioni argute non sempre pienamente contestualizzate. Se da una parte il regista centra l’obiettivo puramente didattico, svelando un lato poco studiato e conosciuto del passato di Marx, dall’altro non dona spettacolarità all’apparato visivo, come invece aveva fatto Anton Corbijn con il suo “Life” sul rapporto tra James Dean e il fotografo Dennis Stock.

Sebbene un po’ troppo pomposa e caricata, la sceneggiatura vanta comunque il pregio di avvalersi degli scritti di Engels e Marx impiegandoli come carta carbone; ed è in questo gioco di riproposizione teorica che si avverte una triste immutabilità dei tempi. A 176 anni di distanza gli operai ancora muoiono sul posto di lavoro; gli impiegati vengono sfruttati; a vigere è ancora un sistema di diseguaglianza sociale e di poca meritocrazia. “Non fate come Lutero, che dopo aver distrutto il dogma cattolico ha fondato una nuova religione” viene richiesto a Marx ed Engels poco prima di quando, rovesciando l’idealismo hegeliano, i due avrebbero dato vita al “Manifesto del partito comunista”. Un monito che i giovani cercano invano di seguire credendo a fondo nella forza dei propri ideali. Ma la storia ha insegnato anche a loro spese quanto a volte le utopie si possano tramutare facilmente in alienazioni se poste tra le mani sbagliate. Un decadimento degli ideali che il film ha lasciato intendere senza mostrarlo esplicitamente, spingendo i propri spettatori a ricucire nel loro piccolo quello che gli altri hanno distrutto.

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