Il docente esperto, un modello che manca alla scuola italiana. Lettera

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Inviato da Maria Amedeo – La formazione come esperienza per il miglioramento continuo delle professioni ad alta specializzazione è un diritto del personale docente e dirigente.

Che la recente legge (decreto Aiuti bis) ne abbia introdotto anche un riconoscimento premiale è l’opportunità che il mondo scolastico attende e che ci si auspica non venga disperso da un vetero populismo, incapace di conciliare meritocrazia e premialità. L’effetto dell’ennesimo no massmediatico al docente esperto, un “no” mal argomentato, finalizzato a stroncarne la certificazione potrebbe disincentivare i giovani docenti dal proprio miglioramento continuo. 

A mio parere non possiamo di nuovo perdere un’opportunità premiale e sociale in nome di un altro, ben diverso diritto, alla progressione salariale della categoria. 

Non può succedere ancora che la professionalità docente sia scambiata, per un principio di mero automatismo, con l’ anzianità di servizio. L’esperienza e la sua validazione, attraverso percorsi qualificanti di aggiornamento continuo, nell’arco di un triennio, preservano le giovani leve dal rischio di un invecchiamento precoce e danno loro possibilità di una qualificazione di “esperto” anticipata, rispetto all’età lavorativa nonché anagrafica, riconoscibile e non vaga come oggi è la mera reputazione, lode dei bravi insegnanti non certo “certificabile” in un curriculum vitae. 

L’attuale odierna battaglia contro l’introduzione del docente esperto, che dimenticheremo presto per la sua vetustà, ha ventennali radici nello scontro aperto contro il concorsone Berlinguer (1999). Venti anni fa l’allora Ministro, Prof. Luigi Berlinguer, dovette fare “marcia indietro” e l’Italia cedette alla massificazione della professionalità docente. Chiediamoci, dopo vent’anni, perché ancora la premialità faccia tanta paura.

Come mai ancora, 4 lustri dopo, il populismo condanna nella scuola ogni accenno di progressione, affonda la validazioni delle expertise, combatte le premialità? Non dovrebbe piacere ai docenti essere riconosciuti e qualificati esperti a fronte di un percorso di sviluppo e di miglioramento professionale validato? Forse che una qualifica certificata attribuirebbe differenze non utili al mondo della scuola? Oppure sarebbe il diritto alla premialità ad essere contestabile? Meritocrazia e premialità non sono l’alter ego della democrazia ma il suo inveramento. 

La Formazione permanente è un principio, un diritto dovere professionale e democratico, il suo riconoscimento certificato rende più attraente la funzione insegnante, perché dunque tanto rumore? 

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