“Il disastro dei concorsi, necessario riformularli. Chi ha una laurea magistrale è già stato valutato”. Una proposta

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Di Luca Taramelli – Sono un medievista, socio corrispondente della Società Italiana degli Storici Medievisti, realtà che annovera personaggi ben più illustri dello scrivente. Ciò premetto non per sfoggio (sai che sfoggio nell’epoca in cui viviamo), ma per affermare una formazione qualificata davanti ad un settore pubblico, quello dell’istruzione, che reputo poco inclusivo ed attento rispetto alle competenze acquisite, sia in ambito formativo sia in ambito professionale. Anche per questo ho dovuto spendermi in altri contesti.

La mia disistima verso il sistema scolastico italiano è cresciuta in modo esponenziale col trascorrere del tempo, al punto da mutarsi in indifferenza, prendendo in prestito ed applicando a tal contesto il celebre invito virgiliano a non curarsene e a passare oltre.

Dai due anni di S.I.L.S.I.S. dopo la laurea, poi cambiato in uno, poi sospeso, al tirocinio formativo attivo, alla trasformazione di una laurea in due tranches, triennale e specialistica, ai discutibili programmi ministeriali fino ai recenti indefinibili concorsi, la mia generazione (l’ultima con la laurea magistrale tout court) ha visto e sopportato di tutto.

Senza peraltro mai acquisire una posizione didattica stabile.
Se c’è un ambito professionale da cui, in compagnia di moltissimi colleghi, mi sono sempre sentito escluso, questo è proprio quello della scuola, nel quale ho operato a spizzichi e bocconi, data la difficoltà immane ad entrarvi e a rimanervi. Si fa un bel parlare di inclusione oggi, ma si tratta, appunto, di parole, tanto vane quanto la possibilità di rivestire un ruolo atteso e meritato nella pubblica istruzione, meritato in quanto comprovato da laurea, esperienze e svariati corsi.
L’inclusione inizia o dovrebbe iniziare nel favorire un accesso, in questo caso al lavoro formativo, non nella continua e mortificante azione di mettere un paletto dopo l’altro per impedirlo.

A me pare che l’ultimo concorso per aspiranti docenti, al quale ho partecipato più per curiosità che per convinzione, vada esattamente in questa direzione.
D’altronde le statistiche sono rivelatrici: se il 90% dei partecipanti è stato respinto alle prove scritte significa che qualcosa non va. E’ una percentuale che non ha precedenti nella storia concorsuale italiana. Si tenga inoltre presente che le persone che si sono presentate sono, nella quasi totalità, già ben formate e che molte, paradosso nell’assurdità generale, già insegnano.

Nello specifico del mio concorso, classe AA25 (vogliamo parlare anche di queste cervellotiche classificazioni?), mi sono trovato di fronte, da una parte, a dei quesiti accettabili, ossia quelli relativi alla comprensione del testo, alla grammatica ed al lessico, dall’altra a quesiti vanesi che hanno alterato l’efficacia del concorso stesso, relativi a dettagli assolutamente inutili ed inconsistenti, che nessuno ha mai letto sui manuali e che, ciò che più conta, nessuno insegnerà mai.
Un esempio? La domanda sul secondo album del cantante Renaud. Come? Non sapete chi sia? Beh allora, mi spiace, ma non potete insegnare.
Di domande sulla letteratura inglese e francese nemmeno l’ombra……… Scusate la pausa di sconcerto e di orrore.

CONSIDERAZIONI / PROPOSTE
1. Abilitazione già all’Università.
Occorre distinguere chiaramente l’abilitazione all’insegnamento dal posto di lavoro nella pubblica istruzione. A mio modesto avviso, la prima dovrebbe essere acquisita, come parrebbe sensato, all’interno del percorso universitario, con insegnamenti e prove plausibili.

Il secondo, come sappiamo, si ottiene tramite il superamento di un concorso con relativo punteggio. Anche se, a questo proposito, non ho mai ben capito perché io, laureato, debba competere con altri miei simili per vedere attestate
competenze già positivamente confermate da terzi (i professori universitari) e per ottenere un lavoro che mi spetta e che debbo svolgere al meglio:
“(…) Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”, dall’Art. 4 della nostra Costituzione.

Comunque sia, l’abilitazione dovrebbe dare diritto ad insegnare a chiunque in ambito privato, anche associandosi. Peraltro l’articolo 34 della Costituzione stabilisce che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.
Il superamento del concorso pubblico dà sì diritto a lavorare nella pubblica istruzione ma qui è davvero necessario operare un cambiamento radicale.

2. Riformulare i concorsi
Riformulare i concorsi in chiave inclusiva è doveroso. Mi pare ovvio che chiunque abbia compiuto un intero ciclo di studi (laurea magistrale) sia già stato valutato da personale qualificato e che quest’ultimo l’abbia trovato idoneo a ricoprire determinati incarichi.
Perciò un concorso dovrebbe semplicemente ratificare, certamente con punteggio meritocratico, questa preparazione tramite la presentazione del lavoro svolto, l’esposizione di un contenuto, la classica simulazione di una lezione e/o altre modalità. Non è certamente un test a crocette a stabilire la mia preparazione; ci hanno già pensato altri.

3. L’anomalia dei laureati in lettere straniere
Infine, una considerazione riguardo ai laureati in lingue e letterature straniere, la cui specifica corretta dovrebbe essere “lettere straniere” poiché le lettere comprendono sia la lingua sia la letteratura di un popolo.
Acquisire la conoscenza di una o più lingue straniere con relativa letteratura implica una condizione indispensabile: la conoscenza ottimale della propria lingua madre e della propria letteratura. Credo che possiamo essere tutti concordi su questo. Allora perché mai i laureati in lingue non possono insegnare la lingua e letteratura della propria patria?
Questo è un altro arcano che lascia basiti quanti hanno serbato un minimo grado di giudizio. Peraltro il piano di studi di un laureato in lingue e di un laureato in lettere possono non variare molto. In ogni caso basterebbe inserire corsi universitari adatti.

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