Il difficile anno della scuola tra ricorsi e “stop and go”

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di Giulia Taviani –  Spiegare a dei ragazzi che per il loro bene devono privarsi della compagnia di amici e di quelli che da sempre sono definiti “gli anni migliori” non è cosa facile. A fare da contorno l’amara consolazione che prima o poi tutto questo finirà, che la pandemia si ritirerà e che potranno tornare a studiare curvi sui libri e a passarsi i bigliettini sottobanco senza farsi beccare dai professori.

Per più di tre mesi la speranza che alimentava i ragazzi di qualsiasi età era quella che con il nuovo anno scolastico sarebbero rientrati in classe. È passato quasi un anno dal primo caso di Covid, e le università sono ancora chiuse in molte zone d’Italia, e le scuole superiori che solo recentemente hanno aperto sono ancora limitate al 50% e coloro che provano ad aumentare la presenza al 75% si vedono la richiesta negata, come nel caso dell’Emilia Romagna. Ma dopo un anno, la speranza del “tutto questo finirà” non funziona più, soppressa dall’incertezza del futuro.

Nel frattempo circa 34mila studenti minacciano di abbandonare gli studi mentre aumentano i casi di depressione.

IL MODELLO TEDESCO E QUELLO ITALIANO

Nel frattempo i ricorsi al Tar da parte di scuola e famiglie sono sempre più numerosi. In Lombardia è stato accolto il 13 gennaio il ricorso contro la Dad al 100% per tutte le scuole secondarie fino al 25 gennaio, salvo poi la notizia da parte del Governo che la regione sarebbe tornata in zona rossa, per quello che ora sembrerebbe un errore rimbalzato tra Roma e il Pirellone. Le ragioni che avevano spinto ad accettare il ricorso riguardavano la “contraddittorietà” e l’”irragionevolezza” dell’ordinanza dell’8 gennaio della regione Lombardia in quanto, per contenere gli assembramenti adottava “misure incidenti sulla didattica in presenza, rispetto alla quale non evidenzia alcun peculiare pericolo di diffusione epidemiologica”.

Nel corso dell’ultimo anno in Germania alcuni sondaggi hanno stimato che la riapertura delle scuole avrebbe causato una diminuzione dei casi positivi. L’apertura degli istituti avrebbe contribuito a contenere l’epidemia anziché ad accelerarla, grazie anche a misure come: obbligo di mascherine, classi separate e distanziamento tra studenti ed insegnanti, tracciamento, isolamento immediato, oltre ad essere stato notato come la riapertura delle scuole abbia provocato un drastico cambiamento dei genitori diventati più prudenti. Ecco, tutto questo non ha funzionato in Italia. Secondo l’Università di Cambridge infatti, il trend sarebbe stato opposto, per cui le regioni che hanno spinto alla riapertura – si sono prese in considerazione le settimane tra il 14 e il 24 settembre – avrebbero notato un aumento nella curva dei contagi, soprattutto nell’ultima settimana del mese. Ma se tra i parametri italiani vi sono anche l’utilizzo obbligatorio delle mascherine e il distanziamento, dove sbaglia l’Italia e dove riesce la Germania? Salvatore Lattanzio, dell’università di Cambridge, sottolinea come il modello tedesco abbia insistito sui protocolli di accoglienza e sui trasporti pubblici, molto discussi invece nel Belpaese. Oltre al fatto che tra i Laender tedeschi è stata fatta la scelta di prediligere l’insegnamento di tedesco e matematica e quindi diminuire gli orari di lezione e permettere un maggiore ricambio di studenti nella scuola.

A Milano l’azienda dei trasporti della città (ATM) ha previsto solo a dicembre, a quattro mesi dalla riapertura ufficiale delle scuole, un piano per gli studenti con oltre 800 corse aggiuntive e 60 bus navetta a coprire 32 tra istituti e plessi scolastici oltre ad aggiungere nuove linee con bus turistici.

“Dopo una settimana dall’apertura l'unica cosa che emerge è che le nostre scuole sono in ginocchio a causa di un piano di riapertura inadeguato. – Dichiara Alessandro Personè a La Repubblica, dell’Unione degli studenti. – Trasporti insufficienti, lavori di edilizia scolastica mai partiti, organico mancante e didattica a distanza ancora presente”.

SOLUZIONI PER LA SCUOLA

Dopo aver chiuso l’Italia in lockdown, studenti e professori soprattutto hanno dovuto reinventarsi riadattando le lezioni frontali allo schermo di un dispositivo, accentuando divari sociali ed economici tra le varie famiglie. Circa 70mila studenti (rapporto di Alma Diploma) ha dichiarato di non aver ricevuto nessun supporto tecnologico. Una situazione che l’Italia intera ha dovuto accettare così com’era. Per essere stato uno dei primi Paesi a venire colpiti dal male del Covid, i cittadini hanno assecondato le norme di Conte e del suo Governo. “Il problema è venuto dopo: quando l’estate si avvicinava e abbiamo scelto di non fare nulla” come sottolinea Massimo Mantellini, scrittore su L’Internazionale.

Prima di tornare a scuola la ministra Azzolina ha potuto usare l’esame di Stato per studiare una strategia per riportare gli studenti a scuola rispettando le norme sanitarie. Sono stati così creati percorsi appositi anti-assembramento, distribuite mascherine e disinfettanti. Arrivati a gennaio 2021, un anno dopo, la situazione sembra essere cambiata di poco. Subito dopo l’estate si sarebbe dovuto fornire le scuole degli strumenti necessari per affrontare il divario digitale, culturale e infrastrutturale, e invece la ministra Azzolina ha ragionato sul dotare le scuole dei banchi monoposto muniti di rotelle, secondo l’idea del distanziamento e della facilità nei movimenti. Il bando pubblicato da Domenico Arcuri chiedeva l’acquisto di circa tre milioni di nuovi bianchi, di cui la metà del tipo particolare con le rotelle. Un costo che ammontava, secondo i primi dati, a 300€ a banco, anche la Azzolina avrebbe chiarito fin da subito che il prezzo lo avrebbe stabilito la gara europea in corso. “Credo che ogni singolo euro speso per la scuola non sia perduto ma costituisca un investimento per il futuro dell’Italia” commentava la ministra. Sul finire di ottobre però solo un terzo dei 2milioni di banchi monoposto tradizionali e i circa 400mila innovativi con le rotelle sono arrivati nelle scuole. La distribuzione si è conclusa a dicembre.

A gennaio poi il rientro a scuola ha messo in dubbio il futuro degli studenti all’ultimo anno delle superiori. Solitamente in questo periodo dell’anno venivano scelte le materie d’indirizzo per la seconda e terza prova, e venivano diffusi i test per prepararsi alle Invalsi, probabilmente assenti anche quest’anno. Pare però che questa volta la media del 6 sia necessaria. Ma per maggiori indicazioni bisogna attendere, come sempre, la fine del mese, quando forse per alcuni sarà già troppo tardi. La speranza di tornare a fare una prova di Maturità dignitosa ormai non c’è più. “Vorrei solo tornare a scuola e fare un esame sensato” lamentano alcuni studenti della quinta liceo.

LE PROTESTE DEGLI STUDENTI

“La scuola si cura, non si chiude” è uno degli slogan usati duranti un flash mob a Verona dopo che la data d’inizio, l’11 gennaio, si è trasformata nell’11 febbraio. “E ancora non si parla di rafforzamento dei trasporti né di programmi di screening preferenziali per la popolazione scolastica”. Gli studenti denunciano un continuo “stop and go” che genera incertezza puntando il dito contro l’esecutivo per aver trattato la scuola come priva di importanza. A inizio 2021 alcuni studenti hanno occupato alcuni licei nel centro di Milano, mentre a Roma i rappresentanti sono scesi prima in Campidoglio e poi davanti alla sede del ministero dell’Istruzione. In risposta alla richiesta di effettuare tamponi, la Regione Lazio ha promosso una campagna di screening che consente di prenotare test antigenici gratuiti per gli studenti.

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