Il danno e la beffa dei troppi cambiamenti per l’accesso al ruolo. Lettera

di redazione
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Inviato da Giulia Russo – Mi sono chiesta diverse volte dove potessi indirizzare il mio scritto, i miei pensieri, la mia denuncia.

Mi presento: mi chiamo Giulia Russo, ho 29 anni, abito a Segrate in provincia di Milano e ho conseguito tre lauree, si ben tre lauree. E da qui inizia la mia denuncia.

Dopo le scuole medie ero certa del mio futuro: “ IO AVREI FATTO LA MAESTRA”, così scelgo il Liceo delle Scienze Umane al Virgilio di Milano e mi diplomo con il massimo dei voti.

A 18 anni e dopo diverse esperienze, scelgo di fare scienze e tecniche psicologiche presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, non era la mia strada ma comunque mi laureo alla triennale e poi faccio valutare il piano degli studi per accedere a Scienze dell’Educazione prima e Scienze Pedagogiche poi conseguite con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Bergamo.

Nel frattempo ho sempre lavorato in un asilo nido, ho gestito una ludoteca con tutti i suoi servizi, campus nei periodi di chiusura delle scuole, ho lavorato con minori stranieri non accompagnati e con adolescenti con disturbi psichiatrici, ho fatto assistenza domiciliare mirata, ho lavorato in una comunità di minori provenienti dal carcere Beccaria di Milano e ho conseguito il diploma per tecnico ABA.

Spesso però mi chiamavano le scuole e mi chiedevano di fare delle supplenze, così ho conosciuto il mondo della scuola materna ma per entrare avrei dovuto fare Scienza della Formazione Primaria, che all’epoca non scelsi convinta da parenti e amici che “ il mondo della scuola non vale nulla”.

Io, però, ho sempre voluto fare la maestra. Nonostante la mia laurea in pedagogia, la mia esperienza e i miei diplomi non posso accedere a nessun concorso perché la legge è chiara: o la laurea in Scienze della Formazione Primaria oppure il diploma conseguito prima dell’anno 2001/2002.
Non importa se Scienze Pedagogiche è la specialistica di Scienze della Formazione Primaria e non importa nemmeno se nel 2018 parlavano di un concorso mai uscito , di 96 CFU e di 24 CFU presi e mai utilizzati.
Quest’anno però ripetutamente mi chiama una scuola primaria e da qui inizia la mia DENUNCIA.

Io ligia al dovere, comunico che non posso prendere servizio perché NON in possesso dei requisiti per l’insegnamento ma la preside insiste perché le graduatorie si sono svuotate e non riescono a nominare.

Pronta a una nuova avventura decido di accettare, e da qui in poi i nomi sono tutti inventati. Mi vengono i brividi quando incontro il maestro Marco, 40 anni, ha passato una vita come rappresentate di una famosa marca di detergenti per la doccia e poi però si è iscritto in graduatoria perché sai “ un posto statale…” così insegna in una prima elementare, può accedere al concorso dicendomi che sarà una formalità e che a volte in classe non sa cosa fare.

La sua collega Chiara, 35 anni, ha passato una vita in agenzia di viaggi e anche lei è rientrata in graduatoria. L’anno scorso aveva una quinta ma spesso si assentava, d’altronde “ il programma di quinta era noioso e difficile”. Entrambi, un giorno in cui sono dovuta andare a far supplenza nella loro classe, mi dicono: “ Paolo, il bambino autistico mi raccomando tienilo due ore davanti al tablet, nessuno comunica con lui se non noi che lo conosciamo”.

Cosaaa??? Due ore davanti al tablet??? Il Tablet deve essere uno strumento dispensativo compensativo NON un baby sitter. E infatti mentre tutti facevano le schede del numero 5 io e Paolo abbiamo cercato una modalità di apprendimento del numero 5 e mi sembrava molto contento.

Poi incontro maestre che di voglia di stare con i bambini non ne hanno e lo dicono a gran voce sia nei momenti di pausa sia ai bambini che non si sentono troppo ben voluti e vanno avanti a suon di parolacce.

Io faccio sostegno su due scuole e in un’altra scuola incontro Patrizia, 20 anni come barista e da due anni a scuola. Anche Patrizia è riuscita ad entrare a scuola grazie a un diploma vecchissimo ma non ha idea di cosa voglia dire stare a scuola, le mancano le acca, propone sottrazioni con 4 termini e quando la maestra di classe fa le domande alza la mano e vorrebbe rispondere al pari dei bambini.

Potrei parlare del maestro Alfredo, 63 anni, si 63 ANNI, nominato d’ufficio perché in graduatoria. Ha accettato perché gli mancavano due anni alla pensione ma nella vita dice di aver gestito un’azienda con dieci operai.
Se fossi stata in lui non avrei proprio accettato e infatti dopo una settimana ha lasciato perché non riusciva a gestire 20 bambini di terza elementare.
Cosi è arrivata Martina, laureata in Economia e Commercio ma amica di un collaboratore scolastico della scuola secondaria di primo grado.

Potrei andare avanti all’infinito, raccontare che per quattro mesi non ho ricevuto uno straccio di stipendio e la segreteria non mi ha dato risposte. Potrei raccontare della mia collega Marina a cui i contratti vengono fatti di settimana in settimana perché la titolare della cattedra presenta malattia che “stacca” nei week end e a ridosso delle vacanze. Oppure Vittoria che non ha ancora ricevuto uno stipendio e tante tante altre…

E’ vero, è una sola scuola non posso fare uno studio approfondito di tutto il personale delle scuole e di tutte le problematiche che ci sono ma mi chiedo perché non ci sono maggiori controlli, perché si dà l’opportunità a tutti di entrare nel mondo della scuola? Poi si studia il fenomeno della dispersione scolastica, ma che docenti hanno avuto quei ragazzi che decidono di abbandonare la scuola?

Mi chiedo perché, e mi succedeva anche alla scuola materna, persone di 60 anni non sono ancora andate in pensione o ricollocate in ambienti più consoni alla loro età? Perché si parla tanto di SCUOLA ma pochissime volte ho visto presidi entrare nelle classi, partecipare alle lezioni o valutare l’operato del docente? Ma i vari ministri, e ad oggi il Ministro Bussetti, sanno cosa accade nelle scuole?

Io non chiedo nulla, sono abituata a rimboccarmi le maniche e probabilmente a settembre proverò il test di Scienze della Formazione Primaria, ma vorrei parlare a nome di tutti quei bambini e di tutte quelle maestre che credono, come me, nell’insegnamento e nell’educazione.
Mi sono spesso chiesta se ci fosse qualcuno che potesse ascoltare il mio scritto e quello che ho da dire. Non lo so, ma almeno ci ho provato.

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