Il COVID-19 riporta la salute degli insegnanti al centro della scuola

La scuola ha chiuso le aule da febbraio ma, ancora a inizio settembre, impera sovrana la confusione. Il dibattito, fin da subito, è stato incentrato sulle dimensioni delle aule, sui distanziamenti tra arredi prima e alunni poi, sui nuovi banchi singoli a rotelle, sulle mascherine, sulla misurazione della febbre a casa coi termometri a mercurio o a scuola coi termoscanner e via discorrendo. Degli insegnanti, come attori principali della scuola, fino a pochi giorni fa, non v’era traccia, quasi fossero un’inutile appendice al dibattito: semplicemente “non pervenuti”.

Una situazione che ben rappresenta la scala dei valori della scuola secondo l’opinione pubblica, nelle istituzioni, nella politica, nei sindacati e nelle associazioni di categoria. Situazione non dissimile tra molti degli stessi insegnanti: anche per loro, prima vengono gli alunni, poi i genitori, quindi le aule, infine i banchi. Ci si è ricordati che gli insegnanti esistevano solo grazie al loro preannunciato diniego a sottoporsi agli esami sierologici (un terzo di loro) e soprattutto dopo l’individuazione della cosiddetta categoria dei “lavoratori fragili” over 55. Solamente allora si è compreso che, senza docenti, non si può fare scuola, anzi, la scuola senza di loro proprio non esiste. Ad aggravare il quadro di quelli che ormai la gente considera i paria del pubblico impiego ecco intervenire il fattore anagrafico perché il nostro Paese vanta gli insegnanti più anziani, oltreché i peggio pagati, d’Europa. In altri termini ci si accorge che 400.000 docenti rientrerebbero nella categoria di “lavoratori fragili” per il solo fattore anagrafico e potrebbero semmai effettuare solo la DAD senza esercitare alcuna vigilanza su alunni e studenti. Non potendo sostenere tale situazione, sono stati introdotti ulteriori filtri rispetto a quello meramente anagrafico (55 anni). Saranno pertanto ritenuti “lavoratori fragili” coloro che oltre ad avere un’età superiore ai 55 anni, certificano patologie croniche gravi di tipo neoplastico, immunitario, cardiovascolare. Vedremo agli effetti pratici se la soluzione escogitata darà i frutti sperati, tuttavia ci permettiamo di dubitarne grandemente poiché detti lavoratori saranno comunque nell’ordine delle decine di migliaia di unità.

Scopriamo così che sono necessari proprio quei “precettori” che sanno stare anche due lustri senza rinnovo del contratto, che sono pagati miserrimamente, ai quali non sono riconosciute le malattie professionali anche ora nel terzo millennio ed hanno infine subito riforme previdenziali al buio (cioè senza alcuna valutazione delle condizioni di salute della categoria professionale). In definitiva, gli insegnanti chiedono finalmente di divenire soggetto attivo, senza limitarsi a rimanere oggetto passivo, prevenzione Covid inclusa.

Il Covid-19 ha avuto pertanto il pregio di portare al centro del dibattito la salute degli insegnanti che rappresenta l’architrave di una scuola sana e funzionante. Una vera e propria missione nella quale hanno tutti fallito: istituzioni, politica, sindacati. Il Ministro dell’Istruzione, seppure rappresentato da un’insegnante, ha dimostrato lo stesso disinteresse di tutti i suoi predecessori rispetto all’impegno nell’individuazione delle malattie professionali della categoria. Molti sindacati hanno tenuto lo stesso atteggiamento del dicastero di Trastevere, mentre altri si sono fermati di fronte al muro di gomma opposto dal Ministero Economia e Finanze che si è sempre rifiutato ostinatamente di mettere a disposizione i dati nazionali sull’inidoneità all’insegnamento per causa di salute. Così oggi ci si ritrova ancora a trastullarci con termini che non hanno alcun significato clinico (burnout, Stress Lavoro Correlato, rischi psicosociali) perché non si tratta di diagnosi mediche riconosciute dai due manuali diagnostici americano ed europeo (DSM-V e ICD-10), mentre si ignora la realtà costituita da migliaia di diagnosi poste a lavoratori della scuola, non da singoli medici, ma da interi collegi di sanitari dei capoluoghi regionali nel corso degli ultimi 10 anni. Vale la pena qui ricordare che l’Italia, pur disponendo dei dati, è l’unico Paese europeo a non possedere studi clinici su scala nazionale circa le inidoneità all’insegnamento per motivi di salute, mentre gli studi locali a disposizione (Milano, Torino, Verona) mostrano l’assoluta prevalenza dei disturbi psichiatrici tra le malattie professionali della categoria. Per quanto riguarda l’estero basti ricordare che in Francia (2005) e Gran Bretagna (2009 e 2012) negli insegnanti è stato accertato il maggior rischio suicidario tra tutte le categorie professionali. Nonostante i dati internazionali allarmanti e i preoccupanti risultati degli studi di alcuni comuni italiani, tutti sembrano condividere in maggiore o minor misura la politica dello struzzo, continuando cioè a penalizzare la più numerosa categoria professionale e tutta la scuola di conseguenza.

Non resta che sperare che la vicenda del Covid-19 faccia comprendere la centralità degli insegnanti e della loro salute nella scuola.

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