Il concorso a docente, il meglio, il bene

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dal blog di Max Bruschi – Sarebbe stato “meglio” bandire il concorso a cattedra una volta definite le nuove classi di concorso, il nuovo regolamento concorsuale ed espletato il primo ciclo di TFA? Indubbiamente, sì. In alternativa, tenendo conto del blocco delle SSIS, si sarebbe potuto dividere il concorso in due, bandendo immediatamente per quelle classi di concorso che si sono potute giovare di una sostanziale continuità nei percorsi di abilitazione (la scuola dell’infanzia e primaria, le classi di concorso musicali ed artistiche) e rimandando al successivo bando tutte le altre.

dal blog di Max Bruschi – Sarebbe stato “meglio” bandire il concorso a cattedra una volta definite le nuove classi di concorso, il nuovo regolamento concorsuale ed espletato il primo ciclo di TFA? Indubbiamente, sì. In alternativa, tenendo conto del blocco delle SSIS, si sarebbe potuto dividere il concorso in due, bandendo immediatamente per quelle classi di concorso che si sono potute giovare di una sostanziale continuità nei percorsi di abilitazione (la scuola dell’infanzia e primaria, le classi di concorso musicali ed artistiche) e rimandando al successivo bando tutte le altre.

Ma mai come in questo caso il “meglio” sarebbe stato nemico del “bene”. Lo dico senza mezzi termini, essendomi più volte speso a favore dei concorsi e ritenendo da sempre errato che, in attesa della “grande riforma del reclutamento” si sia tenuto bloccato per tredici anni un doppio canale che avrebbe assicurato l’effettiva possibilità di superare i difetti congeniti al sistema burocratico, gerontocratico e puntificiopolesco delle graduatorie. Partire e dare una opportunità a coorti di docenti bloccati in “purgatorio” e condannati a un’avvilente penitenza fatta di raccolte punti e di carte bollate supera, a questo punto della legislatura, qualsiasi altra considerazione. Perché, ed è esperienza diretta, confidare nella “continuità degli atti amministrativi” è vano. Ad ogni cambio di ministro, di governo, di legislatura, l’amministrazione si tramuta, nei primi mesi, nei proverbiali giunchi, il tempo scorre inesorabilmente, i ritardi si accumulano e le responsabilità rimpallano. Meglio, molto meglio, partire. Con alcune avvertenze.

Primo, concorso con vecchie regole significa stare attaccati come delle ostriche a quanto previsto dalla normativa odierna: a partire dal Testo unico, passando per un paio di decreti interministeriali che fissano alcune procedure e l’arena degli “aventi titolo”. Qualsiasi modifica sarebbe mortale. E lo dico avendo una certa esperienza delle formidabili pressioni che, in questi casi, sono esercitate per privilegiare questa o quella categoria, per lamentare torti veri o presunti e ottenere “giustizia”. Dalla politica, ai sindacati, alle lobby tutti provano a “pucciare il biscotto”, in buona o meno buona fede. E conosco anche la tentazione di non avvisare la politica che alcune cose si possono fare, altre decisamente no: perché a passare per “guastafeste” non si fa mai una bella figura (è il motivo per cui ho sempre avuto enorme stima, ad esempio, per Luciano Chiappetta) e perché comunque, in caso qualcosa non vada per il verso giusto, è sempre il livello politico ad andarci di mezzo…

Secondo: concorso con vecchie regole significa identificare rigorosamente i campi dove si può innovare e scegliere se e come farlo. NON è possibile, ad esempio, mutare la platea degli “aventi titolo”, aggiungendo o togliendo categorie. E’ possibile, invece (ed auspicabile!) fissare requisiti meno ridicoli di un tempo per la scelta dei membri delle commissioni concorsuali, o mutare la “filosofia” con cui sono compilate le “tabelle titoli”, privilegiando scelte qualitative.

Soprattutto è essenziale fissare da subito la tipologia delle prove concorsuali e i loro contenuti, declinando un syllabus che non può più essere quello del concorso 1999 e soprattutto tenendo in considerazione l’eterogeneità della platea: non ci sono, infatti, solo gli abilitati attraverso la SSIS o i similari percorsi di abilitazione ordinamentali (tutti con un percorso selettivo a valle, a monte, in itinere). C’è chi si è (legittimamente) giovato di varie procedure speciali, ci sono gli idonei dei vecchi concorsi, addirittura, quanche sopravvissuto della I e II fascia delle GAE. Ci sono i diplomati magistrali e i laureati seppur privi di abilitazione entro alcune annate, come definito inequivocabilmente dai decreti interministeriali 10 marzo 1997 e 24 novembre 1998 n. 460. Non si tratta di fare del “razzismo” nei confronti di questa o quella categoria. Si tratta, casomai, di “metterle alla prova” non dando nulla per scontato.

Terzo, bandire oggi un concorso significa dedicarsi anche alle norme che dovranno regolare il prossimo (a partire dalle classi di concorso), usando, per una volta, quello “sguardo lungo” che troppo spesso manca alla classe dirigente italiana e compiendo una progettazione di prospettiva. Incrociamo le dita.

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