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Il bullismo è o non è cattiveria? Gli uomini sono predisposti ad amare. Cosa possono fare le scuole [INTERVISTA]

Definito di recente anche da Amnesty International come una lesione della dignità delle vittime in contrasto con princìpi fondamentali quali l’inclusione, la partecipazione e la non discriminazione, il bullismo è senz’altro il fenomeno relazionale a cui docenti e famiglie guardano con maggiore apprensione. Ma è o non è cattiveria? Nascono da questa domanda le 158 pagine del libro appena pubblicato da Marzia Fabi, Nella Lo Cascio, Fiorella Quaranta, Eleonora Serale per i tipi di L’Asino d’oro edizioni, pagine da cui scaturiscono interessanti temi di riflessione e proposte concrete di intervento a partire dalla scuola e dal gruppo classe.

Il bullismo. È o non è cattiveria?” appare un lavoro compatto, senz’altro esito di un affiatato lavoro di squadra. Le vostre competenze ruotano tutte intorno al mondo della psicologia?

“Sì, in un modo e in un altro sì. Il filo che ci accomuna è sicuramente quello di lavorare con ragazzi adolescenti. Siamo tre psicoterapeute e un insegnante della scuola secondaria di primo grado, quindi ci troviamo a contatto tutti i giorni con ragazzi e ragazze e con le loro problematiche.

Alla domanda che fa da titolo al libro voi rispondete in maniera molto energica che no, il bullismo non è cattiveria, partendo dal presupposto “che la natura umana è per definizione originariamente sana e tendente al rapporto interumano, alla ricerca continua di risposte affettive che il neonato può ricevere dagli adulti, fin dalla sua nascita. La cattiveria è, per noi, sempre espressione di una violenza interna che si genera nell’ambito di rapporti deludenti che minano la salute mentale del bambino”. Quali relazioni disfunzionali e patogene all’interno del nucleo familiare possono favorire il bullismo?

“Ci tenevamo che questo aspetto venisse messo in risalto e questa bellissima domanda ci dice che forse abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo poste.

Il pensiero dell’esistenza di una ‘cattiveria ci trascina in un oscuro gorgo che arriva inesorabilmente alla parola incurabilità. Se così fosse sarebbe una caratteristica genetica e quindi immodificabile.

La ‘teoria della nascita, elaborata da Massimo Fagioli a partire dalla metà degli anni 70, alla quale noi ci rivolgiamo costantemente nel nostro lavoro e che abbiamo avuto come punto di riferimento nello scrivere questo libro, ha rappresentato una rottura epistemologica e metodologica con un modo di pensare e, conseguentemente, di trattare la malattia mentale.

Come avete ben colto ed espresso nella vostra domanda, gli esseri umani nascono con la naturale tendenza a cercare e ad amare l’altro essere umano e non sono tutti figli di Caino!

E’ proprio il rapporto con l’altro che conferma la propria esistenza e ovviamente non stiamo parlando solo di un’esistenza fisica.

Il bambino “sente e vede” l’altro e ne pretende la risposta affettiva. Non ha bisogno solo di mangiare, bere o dormire.

E questa esigenza, che appartiene a tutti noi, ci sarà per tutta la vita.

L’adulto può essere però deludente sul piano affettivo e questo potrebbe provocare al bambino una ferita profonda a livello non cosciente con la comparsa di vissuti di odio e rabbia. La capacità di amare potrebbe venire seriamente compromessa e influenzare negativamente lo sviluppo della sua identità psichica.

La richiesta del bambino è sempre la stessa: essere visto nella sua completa realtà umana affettiva, essere amato e stimolato mentalmente, trascorrere il tempo con i genitori giocando e scoprendo il mondo che lo circonda. Se il genitore non riesce a rispondere adeguatamente, iniziano i problemi.

Qual è la relazione tra bullismo e narcisismo patologico?

“Proseguiamo con il discorso. Se il desiderio viene deluso dalla mancanza di risposte affettive, potrebbero manifestarsi comportamenti aggressivi che hanno come obiettivo quello di appropriarsi dell’oggetto d’amore oppure il bambino potrebbe arrivare a una fredda e totale mancanza di risonanza affettiva con l’altro, cercando solo la soddisfazione dei bisogni a discapito dell’altro: mors tua vita mea. Questa è solo una delle ipotesi che nel libro facciamo rispetto alla violenza espressa e agita dal bullo.

In che senso si dice che il bullo non riesce a ‘mentalizzare’ gli stati d’animo altrui?

“La teoria della mente di P. Fonagy, molto applicata nello studio del Disturbo Borderline di Personalità, studia la capacità dell’individuo di riconoscere l’esistenza di stati mentali in sé e negli altri e, in base a questi, di poter prevedere e spiegare i comportamenti. Questa capacità è fondamentale nelle nostre interazioni quotidiane perché tutto quello che facciamo è basato sempre sul cercare di comprendere le emozioni dell’altro rispetto alle nostre azioni, per migliorare la nostra competenza sociale.

Il bullo, come dicevamo prima, è caratterizzato dalla totale mancanza di empatia, dal non avere remore e da una mancanza di attenzione verso l’altro. È incapace di mentalizzare, appunto, le emozioni e gli affetti degli altri esseri umani, cioè di mettersi nei panni dell’altro e di capire quanto male può fare.

Nelle vostre pagine, citate uno studio ISTAT del 2014 secondo cui un adolescente su due ha subìto qualche episodio offensivo o violento durante il percorso scolastico e nel 9,1% dei casi gli episodi hanno avuto una frequenza settimanale. Nell’ottica della prevenzione, le scuole possono svolgere un ruolo fondamentale, ma secondo voi si tiene abbastanza conto del fatto che a volte anche tra i docenti le relazioni interpersonali non sono così soddisfacenti o questo è un aspetto trascurabile?

La qualità delle relazioni tra docenti non è affatto trascurabile, è anzi un aspetto al quale bisognerebbe prestare la massima attenzione. La relazione docente-studente è un fattore imprescindibile per creare un clima positivo in classe e fare una prevenzione efficace; il lavoro sul gruppo classe però funziona davvero se è un lavoro condiviso: mettersi in discussione, confrontarsi, creare delle relazioni positive con i colleghi è fondamentale, anche se spesso non facile. Richiede tempo e impegno. I contesti in cui c’è un clima di collaborazione e scambio costruttivo sono quelli in cui gli studenti apprendono meglio e in cui generalmente è più difficile che si verifichino gli episodi di violenza tra pari. Come si possono gestire situazioni di conflitto tra studenti se non si è in grado di cooperare tra adulti? Come si può stimolare la collaborazione nei ragazzi e nelle ragazze se tra i docenti c’è un clima di ostilità e tensione continue, se ogni docente lavora per contro proprio e non è aperto al confronto? Bambini e adolescenti sanno andare ben oltre le parole dei docenti: osservano ciò che fanno e come sono. Non è questione di forma ma di sostanza: si tratta di un modo di essere e di porsi in relazione agli altri che, vista la quantità di tempo trascorsa quotidianamente a scuola, può fare la differenza in termini di prevenzione.

Moltissime scuole hanno inserito nel PTOF iniziative e progetti sul bullismo e sul cyberbullismo, ma quali caratteristiche dovrebbero avere per risultare realmente incisive sul sistema culturale di riferimento?

“A volte si tratta di iniziative che si limitano a incontri sporadici o hanno una durata molto limitata nel tempo mentre, perché un programma di prevenzione sia efficace, è necessario che ci sia una costanza e che sia a lungo termine. Altro aspetto importantissimo riguarda il coinvolgimento di tutti gli adulti, che hanno un ruolo centrale nella prevenzione del fenomeno: i progetti più efficaci propongono un intervento sistemico, che vede il coinvolgimento di tutta la comunità scolastica nel senso più ampio (alunni, docenti e personale scolastico, genitori o tutori). La formazione degli insegnanti e il coinvolgimento delle famiglie sono importanti per riconoscere eventuali campanelli d’allarme ed intervenire tempestivamente ma, come dicevamo, la chiave sta nella capacità di proporre relazioni interpersonali positive e costruttive, nel porsi sempre come obiettivo la promozione del benessere di ragazze e ragazzi attraverso un lavoro quotidiano e condiviso. La scuola può fare moltissimo ma il discorso andrebbe ampliato a tutta la cultura, partendo dall’idea che gli esseri umani nascono naturalmente predisposti ad amare gli altri e non a sopraffarli. Se c’è l’idea di una naturale tendenza ad aggredire l’altro, la prevenzione non serve a nulla.

Nel vostro libro citate alcuni programmi di contrasto al bullismo che fanno leva sul supporto attivo del gruppo classe, per esempio il KiVa in Finlandia. Come innescare un circolo virtuoso anche nel nostro Paese?

“La scuola è una grande comunità che contiene al suo interno tante piccole comunità: le classi. Quando parliamo di bullismo è bene tenere presente che si tratta di un fenomeno di gruppo, in cui ognuno ha un ruolo: bullo, vittima, gregari e spettatori. Quello che spesso viene considerato un atteggiamento neutrale, in realtà può fungere da rinforzo positivo dell’atteggiamento del bullo. Il perpetrarsi delle violenze dipende moltissimo anche da quanto e come il contesto dei pari, e non solo degli adulti, reagisce. Per questo è importante lavorare sulla coesione del gruppo classe: se è collaborativo, aperto al confronto, solidale, in presenza di un episodio di bullismo sosterrà la vittima che si sentirà protetta e non isolata. Spesso le vittime di bullismo raccontano che alla ferita profonda per aver subìto una violenza gratuita si aggiunge la sofferenza per la condizione di isolamento in cui ci si trova, che può avere, se non affrontata con un lavoro di psicoterapia, conseguenze importanti sul benessere psicofisico anche a distanza di molti anni. La compattezza del gruppo classe nel supportare la vittima funge, inoltre, da deterrente per il bullo che difficilmente, senza sostenitori o senza un pubblico, continuerà da solo a mettere in atto i suoi atteggiamenti aggressivi e violenti.

Non dimentichiamoci poi che esiste una forma di bullismo molto silenziosa ma forse ancor più pericolosa, l’esclusione dal gruppo, che può isolare chi reputa diverso e stigmatizzare qualunque diversità: l’aspetto fisico, un lato del carattere, l’eccessiva timidezza, l’andare bene a scuola, il modo di vestire… si tratta di una forma insidiosa, difficile da individuare, agìta dal gruppo. Per evitare la diffusione di questi fenomeni è necessario lavorare quotidianamente in classe e a scuola sul rispetto reciproco, sul confronto costruttivo.

I programmi più efficaci, come il KiVa, lavorano moltissimo sulla prevenzione puntando sul ruolo attivo del gruppo classe. Si tratta di programmi di ampio respiro che seguono le scuole per anni. Inutile dire che c’è una differenza notevole tra i finanziamenti statali finlandesi e quelli italiani sulla scuola. L’apporto dello Stato è fondamentale per attuare, con un piano di finanziamento serio e duraturo, programmi di prevenzione che, per essere efficaci, devono necessariamente essere a lungo termine. In questo senso, i passi da fare sono ancora molti.

Vi dichiarate in disaccordo con la proposta di legge (Atto Camera 1524) che prevede un forte inasprimento delle pene per chi si macchia di bullismo o cyberbullismo (si può arrivare all’allontanamento dal nucleo familiare), come mai?

“Gli episodi di bullismo coinvolgono, nella maggior parte dei casi, bambini e adolescenti minori di 18 anni. Condividiamo l’intento della legge di coinvolgere maggiormente le figure genitoriali e la proposta di percorsi di recupero (preferiamo parlare di recupero piuttosto che di rieducazione) dei bulli. Non riteniamo però che l’inasprimento delle pene possa fungere da deterrente. Noi siamo convinte che per contrastare efficacemente il bullismo la strada da intraprendere sia quella della prevenzione, di cui si parla sempre molto e che avrebbe bisogno, per tradursi in realtà, di risorse più consistenti e durature nel tempo. Servirebbero, ad esempio, sportelli d’ascolto tenuti da personale specializzato nelle scuole per insegnanti, studenti e genitori ma spesso le risorse a disposizione degli istituti sono insufficienti.

Bisogna fare in modo che gli atti di prevaricazione o emarginazione non accadano. È lì che bisogna lavorare. La prevenzione, a livello mediatico, ha sempre un impatto meno forte perché non propone un risultato immediatamente riscontrabile rispetto alle iniziative che pone in essere, ma i risultati che si ottengono portano spesso, oltre che ad un recupero tempestivo del ragazzo, anche a ridurre l’impatto dei costi elevatissimi, in tutti gli ambiti per la Società intera.

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