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II disturbi dello spettro dell’autismo, impariamo a conoscerli, in classe e non. Approccio didattico

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I disturbi compresi nello spetto dell’autismo rientrano in quelli del neurosviluppo: si tratta di problematiche originate da una compromissione generalizzata in diverse aree dello sviluppo psico-motorio, dell’interazione sociale e della comunicazione, che possono comparire nelle prime fasi dello sviluppo – talvolta in età pre-scolare.

Classificazioni dei disturbi dello spettro dell’autismo

I disturbi dello spettro dell’autismo, nell’ICD10 (International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems, dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità), vengono definiti come un insieme di disturbi caratterizzato:

a) dalla presenza di una compromissione dello sviluppo che si manifesta prima dei 3 anni;

b) da un funzionamento anomalo delle aree già evidenziate (sviluppo psico-motorio, interazione sociale e comunicazione), poiché esse appaiono limitate, stereotipate e ripetitive;

c) da una serie di altre caratteristiche diagnostiche che possono svilupparsi in concomitanza (ma non è condizione imprescindibile per la diagnosi): fobie, disturbi del sonno e dell’alimentazione, collera e aggressività, anche diretta verso se stessi.

Un tipico caso clinico

Ultimamente, in ambito clinico, si è arrivati alla conclusione che l’autismo abbia un substrato biologico – anziché solamente psico-sociale o psico-dinamico, come si credeva in passato: è per questo che viene considerato un disturbo del neurosviluppo.

In quanto tale, fa il suo esordio già nel secondo anno di vita del bambino: come esempio, si può prendere il caso clinico di un bambino di 3 anni e mezzo che fu portato in visita da uno psicologo a causa di una serie di comportamenti che ai genitori risultavano strani. Dai test, risultò che il bambino aveva il principale problema dell’ostinata resistenza a ogni tentativo di cambiamento: persino spostare la sua automobilina di poco.

La sua età mentale – sulla base della sua comprensione del linguaggio – era di circa 18 mesi, e non 3 anni e mezzo.

Il suo gioco era anormale, poiché non intraprendeva attività immaginative, i suoi interessi erano ristretti e stereotipati, e reagiva all’intromissione di qualcuno nelle sue abitudini con aggressività e violenza.

Non aveva neanche interesse a stare con gli altri bambini, o a fare giochi infantili con loro: aveva quindi marcata compromissione dell’interazione sociale e della comunicazione, sia verbale che non.

Il quadro normativo

La L.134/2015 (“Disposizioni in materia di diagnosi, cura e abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico e di assistenza alle famiglie”) rappresenta la prima norma che tutela i soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico.

Non si tratta di una legge che in realtà stanzi fondi, ma ha sicuramente un valore programmatico e ha il merito di aver parlato per la prima volta di livelli essenziali di assistenza (LEA) delle prestazioni, della diagnosi precoce, delle cure e del trattamento dell’autismo.

Inoltre, evidenzia alcuni obiettivi da seguire, in tal senso:

– qualificazione dei servizi e formazione degli operatori;

– progetti di sostegno alle famiglie;

– ricerca per la conoscenza del disturbo e delle pratiche terapeutiche.

Tali obiettivi rappresentano anche una base per quello che deve essere il modus operandi dei docenti – di sostegno e non – atto a supportare i loro alunni affetti da autismo.

Non a caso, è proprio dalla ricerca (ultimo punto) che proviene l’approccio didattico al problema, di cui si parlerà in seguito in maniera più approfondita.

Non esiste una cura

L’autismo è una disabilità costante per tutta la vita del soggetto che ne è affetto.

Non esistendo una cura, l’unico modo per migliorare la vita di eventuali alunni che soffrano di tale disturbo è utilizzare dei programmi educativi speciali atti a sviluppare:

– ABILITA’ DI AUTONOMIA PERSONALE: svolgere i compiti più semplici per mantenere il controllo del proprio corpo e dei propri bisogni (cura personale, pulizia ecc…).

– ABILITA’ DI AUTONOMIA SOCIALE: essere indipendente, nella società, nell’usare il denaro ad esempio, o nel leggere l’orario, così come le indicazioni stradali.

– ABILITA’ SOCIALE: da non confondere con quelle precedenti. Queste rappresentano la base delle norme sociali condivise (salutare, rispondere alle domande ecc..)

– ABILITA’ DI COMUNICAZIONE: il semplice saper esprimere i propri bisogni –verbalmente e non.

– ABILITA’ ACCADEMICHE: ad esempio la scrittura e la lettura.

Per raggiungere tali obiettivi, è stato approntato un approccio didattico ai disturbi compresi nello spetto dell’autismo.

Approccio didattico

Innanzitutto, bisogna fissare una serie di obiettivi comportamentali da perseguire, in base alla situazione di partenza dello scolaro seguito: perché siano efficaci, essi devono rispettare tre passi fondamentali.

– UNA CHIARA DEFINIZIONE: deve essere un’azione osservabile e misurabile a posteriori (es. correre, mangiare, disegnare ecc..)

– UN CRITERIO DI ESECUZIONE: se l’azione è mangiare, bisognerà specificare come il ragazzo dovrà mangiare (con le posate?) e cosa (alimenti solidi, ad esempio).

– UNA SPECIFICA DELL’AMBIENTE CIRCOSTANTE: cioè bisogna specificare quali siano le condizioni e le circostanze in cui l’alunno debba eseguire quel compito (a scuola, in classe, in cortile ecc..)

Un esempio: battere le mani senza aiuto quando riceve l’istruzione.

Una volta identificati gli obiettivi comportamentali, l’insegnante deve fissare il ciclo istruzionale, che segue il modello del riflesso condizionato dello scienziato russo Ivan Pavlov ed è anch’esso composto da tre step:

– STIMOLO: la cui finalità è facilitare la risposta del soggetto (e permettere al docente di conoscerne il comportamento, eventualmente da modificare).

– RISPOSTA: una volta capito come l’alunno reagisce allo stimolo (negativamente o positivamente), si possono mettere in atto determinati programmi per incrementare o stimolare una risposta adeguata.

– CONSEGUENZA: è il rinforzo positivo o negativo associato alla risposta dell’alunno. Ciò significa che potrà avere un premio o una punizione in base a come si comporta. È importante evitare le note disciplinari come punizione, prediligendo piuttosto la privazione del premio (es. se svolge il compito avrà un riconoscimento o una lode, altrimenti no).

Organizzare l’aula e l’azione didattica

È importante, per il ragazzo con problemi d’autismo, avere in classe un ambiente di apprendimento circostante sgombro da distrattori (es. rumori, oggetti non necessari).

Inoltre, è preferibile che il rapporto d’insegnamento sia one-to-one, almeno all’inizio: solo in un secondo momento potrà essere esteso al gruppo, previo training di apprendimento.

Infine, è bene utilizzare alcuni espedienti per compensare la carenza dell’alunno affetto da autismo con calendari visivi (che gli comunichino chiaramente cosa succederà in quella settimana e con quali tempi e frequenza, riducendo così l’ansia dovuta a carenze di memoria e scarsa organizzazione del tempo).

Sono auspicabili anche supporti visivi (etichette, icone ecc.) che scandiscano le varie fasi della giornata in classe (ingresso, ricreazione, uscita ecc..) nonché le varie lezioni.

I supporti e i calendari visivi, in tal senso, possono rappresentare la prima fase dell’azione didattica verso uno scolaro che sia affetto da un disturbo autistico: lo shaping (modellamento), ovvero l’azione di rinforzare positivamente le risposte dell’alunno in linea col suo comportamento atteso. In effetti, l’utilizzo di tali strumenti – o altri, come l’orologio informale (una clessidra che scandisca il tempo per indicare le sue varie fasi della giornata) è utile per fargli comprendere cosa deve fare e quando, modellando dunque il suo pensiero e il suo comportamento.

In seconda battuta, l’insegnante attiva il prompting, ovvero la sollecitazione, i rinforzatori che si attivano quando l’alunno presenta il comportamento atteso/corretto. Può esser utile anche ricorrere alla “token economy”, ovvero una economia simbolica in cui il ragazzo guadagna dei gettoni premio ogni volta che mette in atto il comportamento atteso dal docente.

Tali sollecitazioni dovranno, via via, affievolirsi (fading),per permettere al modello di comportamento positivo di diventare automatico a prescindere dalla conseguenza: l’obiettivo è quindi raggiungere lo shaping, ovvero il modellamento del comportamento e dunque l’adattamento alla regola convenzionale, senza più nessun supporto esterno.

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