I tempi stretti di fine quadrimestre non devono far perdere di vista gli obiettivi della Valutazione. Lettera

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inviata da Francesco Cutolo – E sì, non è un errore o un caso se scrivo Valutazione con la V maiuscola: essa, in ambito scolastico, costituisce, non v’è dubbio, il momento della più alta espressione della professionalità di un docente. È un argomento assai complesso, ostico e per certi versi anche controverso.

Sommativa, formativa, finale, in itinere, individuale, di gruppo; spesso la parola valutazione si accompagna ad aggettivi o ulteriori definizioni che ne specificano se non il significato quantomeno l’intento.

È bene quindi sgombrare subito il campo da ciò che la valutazione non può essere: esaustiva. Non è senz’altro il momento conclusivo del processo bensì uno step che può e deve contribuire a calibrarlo e migliorarlo anche secondo il mai desueto ciclo di Deming.

Essa, pertanto, segue il processo educativo e di apprendimento del bambino, poi adulto responsabile e uomo e cittadino, fino al più completo grado di espressione del concetto di personalità proattiva e di cittadinanza attiva.

L’attenzione ai processi non deve però generare confusione tra esiti e risultati, ossia valutare deve essere essenzialmente osservare, non sanzionare o misurare su una scala più o meno graduata le competenze raggiunte dai bambini e dalle bambine.

Se valutare significasse questo basterebbe una semplice trasposizione di voti in giudizi, ma non è così. Con l’ultima circolare in merito alla valutazione per livelli e con giudizio sintetico nella scuola primaria, il legislatore ha voluto porre l’attenzione su aspetti valutativi di per sé non misurabili in maniera univoca e neanche con evidenze standardizzate rappresentate dalle tante batterie di test, esercizi, ecc.

Del resto la scuola delle competenze da qualche anno ha puntato la barra del timone verso la ricerca di un vero e proprio “asseveramento” del concetto di competenza, che soprattutto nella scuola primaria sappiamo bene essere concetto assai variegato e con tempistiche diversificate per tutti e per ciascuno. La scuola inclusiva infatti, strizza l’occhio alla valutazione formativa che pone il bambino, e in special modo i suoi atteggiamenti con cui si pone nei confronti degli apprendimenti, puntando dritto agli obiettivi senza lasciarsi intimorire dalla mistica dei tempi e dal pressing dei confronti.

Il legislatore ha offerto la reale possibilità di valutare gli obiettivi effettivamente programmati da ciascuna istituzione scolastica sulla base dei programmi nazionali e delle indicazioni per il curricolo.

Parlare di valutazione e parlarne con la V maiuscola significherà avere ben presenti questi tre fondamentali documenti: programmazione annuale, programmi nazionali e indicazioni per il curricolo. Stabiliti il come e il cosa valutare, di pari passo, bisognerà rendere osservabile anche ciò che è difficilmente osservabile. Ovviamente si dirà e come? I tempi sono sempre troppo stretti! Cosa osservo in tempi così ristretti? In effetti, il concetto spazio-tempo, nella scuola, soprattutto quella primaria, dovrebbe dilatarsi almeno su base annuale e non è detto che basti.

La valutazione/osservazione mediante griglie ben fatte consentirebbe di superare la mera misurazione del voto e perciò puramente quantitativa e renderebbe visibile ciò che non è visibile, cioè l’apprendimento, ed ogni docente potrebbe ben fare quello che ha sempre fatto cioè creare i presupposti, i setting, le situazioni formali e informali, le mille occasioni per apprendere osservando in maniera sistematica e competente e così valutando e formando di pari passo. Questo consentirebbe altresi’ in maniera “sensata” di superare la logica delle insufficienze e delle inadeguatezze da comunicare al bambino e alle famiglie.

Anzi il nuovo concetto di valutazione apre un ampio scenario di confronto e comunicazione con le famiglie e con gli alunni consentendo anche la possibilità di processi autovalutativi e autoattualizzanti più soddisfacenti e condivisi. Puntando sul come e non sul quanto, ovviamente i livelli dovranno calzare a pennello ed essere esaustivi dal punto di vista comunicativo. Le famiglie e gli alunni nella comunicazione richiedono un linguaggio semplice e comprensibile, essi non sono degli addetti ai lavori e astrusi concetti e tecnicismi in “didattichese” possono vanificare e mortificare ogni sforzo .

I tempi stretti di fine quadrimestre non devono significare una pregiudizievole risposta all’ennesima incombenza burocratica deve bensì essere podromica di un’effettiva rivisitazione del concetto di valutazione.

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