I ragazzi di oggi non sanno vivere la noia. Lettera

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Inviato da Carlo Alberto Bacilieri – Alcuni decenni fa tutti i pedagogisti sollecitavano famiglie e insegnanti a favorire quanti più stimoli culturali possibili ai ragazzi, incoraggiandoli anche a vivere nuove esperienze formative: ciò avrebbe aperto loro la mente rendendola più agile e ricettiva.

Sto parlando di un periodo storico dove ancora non esisteva il web, i social e nemmeno il Progetto Erasmus.

Le sollecitazioni allora avevano sicuramente un senso: le occasioni di andare all’estero erano poche per la maggior parte della gente; le uniche informazioni autorevoli venivano dai giornali e dalla TV; la velocità con la quale si diffondevano le innovazioni era meno frenetica rispetto ad oggi e il martellamento continuo della pubblicità era racchiuso nel breve siparietto del famoso Carosello.

Oggi invece i nostri ragazzi sono letteralmente bombardati continuamente da stimoli di ogni genere e purtroppo non tutti sono positivi. Nel giro di pochi decenni (un paio di generazioni) siamo andati da un estremo all’altro e questo a mio avviso ha comportato dei danni che stiamo riscontrando a scuola. La capacità di concentrazione sulla soluzione di un problema, oppure l’attenzione nello svolgere un determinato compito, è calata in modo preoccupante. Dieci minuti di attenzione sono già uno sforzo notevole, poi bisogna cambiare stimolo altrimenti scatta la noia.

Quando alla fine degli anni ’70 ho cominciato ad insegnare, i ragazzi erano ancora in grado di combattere la noia organizzando i loro giochi senza bisogno che qualche adulto “li animasse”: semplicemente sapevano organizzarsi da soli. Durante l’estate lavoravo nei Centri Ricreativi Estivi organizzati dal mio comune e ho potuto constatare che tutti i ragazzi (età dai 6 ai 14 anni) erano molto più tranquilli, sereni, disponibili; si passavano le giornate in attività ludiche di vario genere, senza ricorrere continuamente all’ intervento di un adulto.

Dico la verità: in quegli anni ormai lontani non ho mai avuto la sensazione che i ragazzi mal sopportassero, come spesso succede oggi, quei momenti di “noia” dove erano lasciati liberi di organizzare le attività a loro piacimento. Col passare degli anni invece ho dovuto constatare l’aumento progressivo di questa incapacità di autogestione autonoma dei propri spazi di libertà. Se gli adolescenti di oggi sono lasciati liberi di gestire il loro tempo, scatta il disagio della noia, che li porta a cercare attività via via sempre più trasgressive, senza regole e spesso violente. Quante volte abbiamo sentito le motivazioni di quei ragazzi colpevoli di vandalismo, bullismo, violenza, stupro ecc: “Lo abbiamo fatto perché ci annoiavamo”, oppure “Ma era solo uno scherzo!”, rispondono agli inquirenti allibiti che chiedono loro ragione di quei gesti dissennati.

La noia della vita quotidiana, fatta di poche cose ma importanti, di piccoli rituali che però hanno un senso, la “normale amministrazione” che riduce gli imprevisti ed evita l’emergenza, sembra diventata una cosa insopportabile. Bisogna sempre agitarsi, fare un sacco di cose sempre più eclatanti pur di sentirsi vivi; bisogna essere sempre presenti sui social altrimenti si perde l’identità; bisogna seguire il gregge per non sentirsi soli; si deve seguire la moda altrimenti ci si sente sfigati; essere presenti ai grandi eventi altrimenti veniamo definiti come asociali. Tutto questo, giustificabile in un adolescente, diventa un vero dramma sociale se riscontrato negli adulti.

Gli adulti. Ecco a mio avviso dove sta il problema: genitori immaturi che pretendono di essere amati dai figli (non il contrario!) rivestendo il ruolo di amici; genitori che difendono a spada tratta i propri figli anche davanti a colpe gravi ed evidenti; genitori che, anziché dare il buon esempio ai figli, si perdono in chiacchiere inutili e prive di buon senso. Il senso del dovere verso se stessi e verso gli altri ha lasciato il posto a richieste sempre più prepotenti di “soddisfazione dei propri diritti”, per cui si ricorre continuamente ad un avvocato. La “buona educazione” verso il prossimo sembra essere percepita (innanzitutto dagli adulti) come una debolezza di carattere, una mollezza preoccupante più della prepotenza, che è vista invece come testimonianza di un carattere forte e vincente.

Io ormai sono un nonno prossimo alla pensione e mi capita sempre più spesso di riflettere sui tempi che stiamo vivendo. Penso che la mia generazione abbia compiuto molti errori nell’educazione degli attuali genitori, che sono però i nostri figli.

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