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I promessi sposi, “è un romanzo visivo, corporeo e corporale. È un iconotesto, per amarli e farli amare l’analisi del testo non basta”. INTERVISTA con Simone Giusti

“Chiudete gli occhi e provate a ricordare: riuscite a vedere i luoghi, proprio come se steste guardando una foto o un video? Riuscireste a disegnare una mappa dei luoghi? E potete visualizzare le persone, o ascoltare le loro voci come in una conversazione reale? Vi è mai sembrato di diventare uno di quei personaggi di finzione?”.

Prendendole in prestito dal Literary Response Questionnaire di D. S. Miall e D. Kuiken (1995), ecco qualche spunto con cui sarebbe produttivo guidare l’analisi del romanzo manzoniano secondo Simone Giusti, docente di Didattica della Letteratura all’Università di Siena. Lo studioso, già autore di diversi saggi sul ruolo decisivo dell’insegnamento nella trasmissione e nell’interpretazione della letteratura, ha appena licenziato un nuovo saggio (A viso a viso. Corpi che si incontrano nei Promessi sposi, Quodlibet 2022) in cui affronta e rielabora alcuni spunti critici a suo avviso particolarmente significativi per la prassi didattica dell’opera manzoniana. “I Promessi sposi – scrive Giusti – è anche un romanzo corporeo e corporale, la cui dimensione visiva è ottenuta attraverso uno straordinario dispiegamento di corpi che agiscono, si incontrano, si guardano e si lasciano guardare”. Che cosa c’entri tutto questo con la possibilità di essere letto e apprezzato dai quindicenni (e dai docenti) di oggi lo spiega in questa intervista.

Professore, nel saggio parla dei Promessi sposi come di un ‘iconotesto’ e si sofferma a lungo sulla dimensione visiva della scrittura manzoniana, indagata a fondo dai numerosi studi critici degli ultimi anni da lei citati. Vengono in mente applicazioni laboratoriali come il far lavorare i ragazzi a tavole illustrate e sceneggiature da graphic novel. Perché non bisognerebbe viverle come banalizzazioni della dimensione testuale?

Sono esercizi che ritengo fondamentali per comprendere e valorizzare la dimensione visiva di questo romanzo e per connettere un’opera di quasi duecento anni fa alle pratiche narrative dei giorni nostri. Io ne suggerisco alcuni nel manuale che ho realizzato con Natascia Tonelli (L’onesta brigata, Loescher 2020-2021), ma mi permetto di consigliare a questo proposito un quaderno di scrittura creativa intitolato Scrivere con Manzoni di cui sono autori Angelo Jacomuzzi e Anna M. Longobardi (Torino, SEI, 2007). Personalmente non ritengo che banalizzino la dimensione testuale, anzi credo che possano contribuire a far comprendere la complessità di un testo che non è esclusivamente verbale (per questo lo definiamo più correttamente iconotesto) e che troppo a lungo abbiamo ridotto alla sua esclusiva dimensione verbale. Se anche la filologia e la critica hanno accettato di pubblicare l’edizione illustrata e di commentare le immagini, non vedo perché a scuola dovremmo continuare a rifarci a una visione parziale e forse anche banalizzante di quest’opera, che nella sua edizione illustrata rivela tutta la genialità e l’apertura culturale del suo autore e produttore.

L’indagine che lei conduce in A viso a viso è spesso focalizzata sull’interazione sociale tra i personaggi e sulla loro corporeità. Viene evidenziato e valorizzato il flusso di informazioni non verbali che originano direttamente dal gesticolare convulso di Renzo, dagli sguardi di Gertrude, dalla mimica di questo o quello. Nella pratica didattica del testo forse si tende a non dare il giusto peso a questi dispositivi, che invece aumentano in modo esponenziale la verosimiglianza dei fatti descritti, fulcro della poetica di Manzoni. Suggerimenti operativi per mostrarne il valore agli studenti?

Suggerisco subito un esercizio che collocherei subito dopo la lettura ad alta voce dell’incontro tra don Abbondio e i bravi. Immaginate che mi rivolga direttamente alle e agli studenti: «In questo brano hanno grande importanza i movimenti, le posizioni del corpo, i gesti, le espressioni del volto e gli sguardi attraverso cui i personaggi comunicano tra loro e forniscono informazioni a chi legge. Dividetevi in gruppi e, a turno, provate a mostrare con il vostro corpo, senza parlare, i seguenti stati d’animo: incertezza; aggressività; sicurezza; paura. Documentate il lavoro con fotografie o brevi descrizioni scritte». D’altronde, come si fa a stare fermi dopo aver letto quelle pagine? I promessi sposi è un libro che mette agitazione, scuote gli animi e i corpi. Senza scendere troppo nello specifico, suggerisco comunque di ricorrere spesso al disegno – io prediligo il collage, anche per evitare di mettere in difficoltà chi come me ha problemi di disgrafia –, di leggere insieme le immagini, anche ricorrendo ai commenti di Salvatore Nigro (nei «Meridiani» Mondadori) e di Giancarlo Alfano (Bur). 

A ben guardare non tutti concordano sull’effetto realistico di certe posture: per esempio lei ricorda la polemica di Primo Levi contro il pugno chiuso di Renzo (“Ora, è del tutto innaturale correre col pugno in aria. E antieconomico, anche per pochi passi: si perde molto più tempo di quanto non ne occorra per stringere e sollevare il pugno una seconda volta”)…

Aveva ragione Levi a notare quei difetti di realismo – d’altronde che ne sapeva Manzoni di sommosse e di sbronze? –, ma come aveva notato Domenico De Robertis era poi lo stesso autore di Se questo è un uomo a ricorrere alle immagini più crude della pestilenza per alcuni passaggi del suo capolavoro. E poi Manzoni non voleva solo ottenere un effetto di realtà, ma – come evidenziato da Umberto Eco in un suo saggio che credo avrebbe meritato maggiore attenzione da parte della critica – voleva dare corpo, nelle scelte stilistiche e narrative, a una sua teoria sul ruolo della comunicazione non verbale e del suo rapporto con il linguaggio verbale. A quest’ultimo, usato nel romanzo dai potenti per manipolare, fingere e nascondere la verità, – a cui paradossalmente Manzoni ricorre per scrivere il suo romanzo – il narratore dei Promessi sposi sembra preferire quella che Eco chiama «semiosi popolare», un linguaggio complesso, fatto di posture, abbigliamento, mimica, gestualità e sguardi che sono possibili solo nell’incontro faccia a faccia.

In che modo tutto questo sottopone anche chi legge “a un tour de force sensorimotorio ed emotivo”? Nella letteratura critica che lei seleziona emergono spesso approcci che integrano studi letterari e scienze biologiche…

Chi legge esteticamente un’opera narrativa, come chi sta giocando a un videogioco con un’inquadratura in prima persona, in cui chi gioca assume la prospettiva del personaggio, tende a vedere l’ambiente circostante da un determinato punto di vista, muovendosi in un mondo narrato che sta costruendo grazie ai materiali presenti nella sua memoria. Sono processi di simulazione studiati oltre che dall’estetica dalle neuroscienze, dalla psicologia cognitiva e anche dalla sociologia della vita quotidiana, e che da alcuni decenni interessano da vicino la teoria della letteratura. Gli studi di Michele Cometa, di Marco Caracciolo, di Alberto Casadei e di Mario Barenghi – per citare tre autori italiani, a cui si potrebbero aggiungere decine di ricercatrici e ricercatori di tutto il mondo – ci aiutano a padroneggiare concetti e teorie che ritengo dovrebbero entrare anche nel linguaggio della didattica della letteratura.

Scrive che “Manzoni sembra insistere, con le sue scelte narrative, sul primato dell’osservazione a detrimento dell’ascolto e, più in generale, del linguaggio”. Non è proprio una banalità a proposito di un’opera celebrata da sempre proprio per la questione linguistica.

In realtà, per quanto possa sembrare paradossale che si ricorra a un romanzo per esaltare il significato del linguaggio non verbale e di tutti i processi di significazione basati sull’esperienza diretta, va notato come Manzoni tenti in ogni modo di scrivere nella lingua concreta di un popolo, – prima quello della Milano più colta e poi quello di Firenze – rifuggendo le soluzioni più letterarie e artificiose. È utile ricordare che Manzoni, Bonghi e Carcano, estensori della relazione indirizzata al Ministro della Pubblica Istruzione per diffondere l’unità della lingua italiana, propongono come prima soluzione di assumere «insegnanti di Toscana, nel maggior numero possibile, o anche educati in Toscana, da mandarsi nelle scuole primarie delle diverse provincie; esclusivamente toscani, ove ce ne sia, per le cattedre di lingua nelle scuole magistrali e normali». Per quanto possa sembrare assurdo sul piano politico-istituzionale, è una scelta coerente con le idee manzoniane. Certo, in assenza di risorse e di una precisa volontà politica di diffondere i toscani e le toscane per la penisola, sarebbe stato preferibile abbandonare l’utopia manzoniana per adottare la soluzione proposta da Graziadio Isaia Ascoli. Vivremmo in un paese più civile.

Non so se è troppo azzardato sintetizzare così lo spirito del suo libro: come l’ ‘evidenza pittorica’ dei Promessi sposi ha conquistato i semi-letterati di ieri, così potrebbe ancora farlo con quelli (per altre ragioni) di oggi. A patto che la scuola, se davvero tiene al suo ruolo di anello di trasmissione, si impegni in una pratica ermeneutica vibrante, partecipata e aggiornata.

Aggiungo solo che oggi i cosiddetti semi-letterati sono centuplicati grazie alla scuola democratica, e che molto ancora può fare per aiutare ogni cittadina e cittadino a diventare persone che scelgono di mettere a frutto le potenzialità della scrittura e della lettura estetica per migliorare la propria vita. Si tratta, come dice l’articolo 3 della Costituzione, di rimuovere gli ostacoli e, soprattutto, di fare in modo di non essere di ostacolo allo sviluppo delle persone.

Quali sono le consuetudini didattiche che, invece, inibiscono queste potenzialità e uccidono il testo manzoniano?

Potrei rispondere con una battuta che tutte le consuetudini didattiche sono fatte per uccidere ogni possibile esperienza significativa con la letteratura. Perché un testo diventi un’opera occorre che se ne faccia un’esperienza estetica, altrimenti rimane inerte, un dispositivo dalle grandi potenzialità che tuttavia restano inespresse. Ora, questo tipo di esperienza sappiamo che può anche avvenire a scuola, ma è tipica della vita quotidiana, di quelle lettrici e lettori comuni che scelgono per conto proprio quando, come e cosa leggere per soddisfare le proprie esigenze. Io ho fatto la mia esperienza estetica dei Promessi sposi durante gli studi universitari, quando De Robertis mi annunciò che avrebbe fatto un seminario sui manoscritti del romanzo. E siccome lui dava per scontato che per affrontare un’opera si dovesse conoscerla quasi a memoria, io mi misi a leggere il romanzo in modo da immergermi completamente nella storia, per poi tornarci sopra e annotarlo. Poi mi è capitato di rileggerlo in altri momenti della mia vita, anche se l’idea di scrivere questo saggio mi è venuta ascoltando in auto l’audiolibro realizzato da Paolo Poli. 

Tornando al caso della didattica nella scuola secondaria, ritengo che tutti gli esercizi di verifica della comprensione e di analisi del testo impediscano la lettura estetica di un testo, poiché chiedono espressamente di non concentrarsi sul qui e ora della lettura, ma di leggere per rispondere dopo a delle domande. Infatti è possibile leggere il testo a partire dalle domande, oppure addirittura andare direttamente su internet e cercare le risposte, senza leggere il testo. Sono decenni che lo sappiamo e lo diciamo a editori e insegnanti, ma evidentemente la pigrizia supera ogni conoscenza scientifica e ogni opinione più o meno autorevole.