I precari non chiedono una sanatoria, ma di essere valutati per titoli. Lettera

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inviata dalla Prof. Alessandra Avanzini – Non avrei voluto parlare di questo argomento perché è a dir poco doloroso, eppure non mi è possibile non provare a rispondere al genitore che ha scritto a ‘Orizzonte scuola’ circa il reclutamento docenti.

La preoccupazione espressa dal genitore è che si arrivi a una sanatoria per i precari, in quanto nella sua esperienza ha potuto vedere docenti precari preparati e altri meno.

Certo, questo capita, tra i precari e tra quelli di ruolo, nella scuola e in tutti gli altri lavori. Capita. E non sempre un concorso può darci la garanzia che questo non capiti.

Perché quello del docente è un lavoro complesso, non siamo un’enciclopedia vivente, non siamo, per fortuna, imbottiti di nozioni, siamo esseri umani che devono condividere un particolare sapere con dei ragazzi ma più ancora devono costruire con quei ragazzi una relazione educativa capace di portarli ad iniziare con gioia il loro personale e unico viaggio di conoscenza. Anche per questo è molto difficile valutarci.

Forse quello che non è chiaro al genitore, ma in generale a chi non è del mestiere, è che noi non lo saremo, valutati intendo, con quella che non è una sanatoria, come egli afferma, ma è una cosa molto differente: si tratta di un ‘batteria di quiz’ con 60 domande, cui rispondere in 60 minuti (dunque una risposta al minuto) e che quindi ci valuterà sulla base di una logica che non si può nemmeno definire nozionistica, perché in un minuto, tempo di leggere la domanda, di gestire l’ansia, alla fine la risposta è in gran parte casuale o semicasuale. E non so se mi renderà un’insegnante migliore sapere se A Zacinto di Foscolo è stata scritta nel 1802, nel 1804, nel 1803 o nel 1801. Domande così, una dopo l’altra, dall’italiano alla storia alla geografia alla pedagogia, non possono valutarmi come docente. Una nozione così arida la posso anche controllare prima di entrare in classe sul web, sapere la risposta non darà maggiore valore né a me né ai miei allievi. Eppure su questo sarò valutata.

Deve essere chiaro che quello che noi chiediamo non è una sanatoria, ma la possibilità di essere valutati, per titoli. Per quello che abbiamo fatto davvero. Perché un modo per valutarci c’è. Abbiamo fatto i nostri 36 mesi di servizio, quindi lo Stato ci ha dato fiducia rinnovandoci un contratto per almeno tre anni consecutivi. Cosa che in Europa imporrebbe per legge l’assunzione. Ma noi forse non siamo del tutto in Europa. E tanti di noi hanno anche fatto molto altro. Chiediamo che tutto questo sia valutato. Io ad esempio ho un dottorato, un assegno di ricerca, anni di insegnamento universitario e più di cento pubblicazioni, una certificazione Cambridge livello C1 in inglese (ma non insegno inglese), oltre ai 24 Cfu e naturalmente i 36 mesi di servizio nella scuola.

E rientro tra i docenti precari, quelli che dal 25 febbraio stanno lavorando 12 ore al giorno senza più giorno libero o weekend (esattamente come i docenti stabilizzati, di ruolo) perché i ragazzi possano sentire in qualche modo comunque una scuola, una presenza di qualcuno che ha desiderio di essere con loro, nonostante tutto e di condividere ciò che conosce perché crede che questo sia fondamentale per costruire un futuro migliore. Quelli che hanno acquisito i 36 mesi di servizio e quindi sognano di smettere di soffrire ogni anno, a settembre, davanti a un tabellone caotico, in uno stanzone affollatissimo di docenti agitati alla ricerca di una speranza. E poi entrano nelle classi, sempre a scuola già iniziata, perché le procedure sono caotiche, e devono partire dovendo già recuperare il tempo perso, e ogni anno perdono gli allievi che avrebbero tanto voluto continuare ad accompagnare.

E’ il momento concentrarsi su ciò che è necessario, dare valore e senso alla scuola e ai suoi protagonisti, a cominciare da noi docenti, che questi ragazzi abbiamo voglia e capacità di aiutare nel loro percorso di conoscenza e di crescita. Invece sembra sempre che chiediamo troppo, perché chiediamo che quello che abbiamo fatto, quello che stiamo facendo sia valorizzato, che il merito che abbiamo sia considerato. Perché crediamo di meritarcela questa opportunità e la nostra precarietà  lo testimonia: testimonia la passione che mettiamo nel fare un mestiere che è molto più di un mestiere, perché per poco più di mille euro al mese e ogni anno la stessa disoccupazione estiva solo un pazzo può chiamarlo mestiere. Si tratta da ogni punto di vista di una missione, o forse di una assurda speranza di insegnare affinché le persone prima o poi possano iniziare a parlare, sapendo anche cosa stanno dicendo, e magari anche a sognare, senza arrendersi a un mondo che si muove ostinatamente su logiche piccole.

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