I precari delle private sono davvero discriminati? Lettera

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Inviato da Andrea Atzeni – Si sentono spesso levarsi le lamentele dei precari esclusi dai concorsi scolastici straordinari perché non in possesso dei tre anni di servizio presso la scuola statale.

Il disagio di questi colleghi è umanamente comprensibile, non altrettanto lo sono le argomentazioni da loro addotte. La prof.ssa Politi, nella lettera del 10 luglio, dichiara che “I docenti precari sono tutti uguali, con gli stessi diritti e meritano di essere trattati tutti nello stesso modo”. Ma è davvero così?

Pare evidente che, per salvaguardare al meglio la qualità della didattica e lo stesso buon nome della categoria docente, dovrebbero svolgersi esclusivamente concorsi ordinari. Talvolta l’amministrazione scolastica deve ricorrere a forme straordinarie di reclutamento per sanare il proprio abuso del lavoro precario: se ha confermato per ben tre anni di seguito determinati lavoratori, è evidente che questi sono necessari al regolare funzionamento della scuola e che si sono intanto dimostrati capaci di svolgere il proprio lavoro.

All’amministrazione non può invece essere addebitato un analogo dovere nei confronti dei lavoratori delle scuole private: non li ha scelti né messi alla prova né ha fatto intendere in alcun modo di avere in serbo cattedre per loro. Se costoro hanno potuto ricoprire posti privati (mentre non hanno ottenuto o voluto quelli pubblici), è al loro datore di lavoro che devono chiedere l’eventuale stabilizzazione. La scuola non può essere scambiata per un grande ufficio di collocamento finalizzato ad assorbire la disoccupazione intellettuale. Più in generale, la pubblica amministrazione non può garantire a tutti il fantomatico “posto fisso”. D’altra parte, non sono forse proprio i sostenitori delle private i primi a contestare siffatte concezioni stataliste?

La prof.ssa Politi sostiene che “le scuole paritarie sono per la maggior parte cattoliche e serie”, e che in questo modo “chi insegna nelle scuole paritarie […] viene di fatto discriminato/a per il proprio orientamento religioso”. Se di principio queste scuole vengono preferite per la loro serietà e cattolicità, perché poi si accampano delle pretese nei confronti delle scuole statali, pubbliche laiche e magari poco serie?

Il personale di cui si parla in ogni caso è escluso dalle sanatorie solo perché proviene dalle private, a prescindere dalle opinioni religiose, che non hanno alcuna rilevanza. Piuttosto, se fosse ammesso, la “discriminazione religiosa” colpirebbe tutti i docenti, o aspiranti tali, non inclini allo stesso confessionalismo, cui sarebbe preclusa la maturazione del punteggio tramite le privilegiate vie di questo secondo canale quasi esclusivo (essendo “per la maggior parte cattoliche”). L’appello finale “al Presidente Draghi che ha studiato presso i Gesu[i]ti al fine di riconsidera[ra]re la figura del docente della scuola paritaria” la dice lunga sulla mancanza di senso dello Stato e sul carattere settario di questo genere di richieste.

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