I nuovi quadro orario dei professionali: false riforme ed autentiche mistificazioni. Lettera

di redazione
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Inviato da Giovanna Lo Presti – Reduce da un Collegio docenti tormentato, in cui si doveva affrontare la questione dei nuovi quadri orario dei professionali (che è la conseguenza di uno dei decreti attuativi della “Buona scuola”) ho ripreso in mano il parere espresso il 18 gennaio 2018 sulla questione dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.

E mi sono chiesta, per l’ennesima volta, perché, in questa nostra Repubblica, si mantengano in vita organismi importanti e complessi quando poi il parere espresso da tali organismi viene ignorato in maniera assai disinvolta.

Dunque il CSPI, dopo aver riconosciuto l’importanza del rilancio dell’istruzione professionale – e nessuno di noi la nega – muoveva una serie di appunti allo schema di decreto in questione: intanto riteneva “oggettivamente difficile realizzare in tempo utile le necessarie attività di formazione del personale connesse all’attuazione del riordino pur previste dal Decreto stesso (art.7), fondamentali per realizzare quel rilancio”.

Già questo basterebbe per pensare almeno ad un rinvio dell’applicazione del decreto; infatti, se il personale non è preparato, il fallimento didattico è certo. Ma c’è di più: il decreto attuativo prevede infatti una profonda (e discutibile) modifica della didattica, all’insegna di un maggior adeguamento alle esigenze lavorative esistenti nel territorio e di una “personalizzazione” del percorso di studi, il cui punto di approdo dovrebbe essere un “progetto formativo individuale”.

Vediamo come si esprimeva a tal proposito il CSPI: “… il cambiamento del paradigma didattico e l’introduzione di un progetto formativo individuale richiedono un forte investimento in: 1. organici (con criteri di assegnazione in deroga a quanto previsto dallo specifico decreto interministeriale per rispondere a quanto richiesto dalla nuova norma); 2. formazione e valorizzazione professionale del personale; 3. risorse e investimento in laboratori e strutture di contesto; 4. implementazione delle risorse (MOF)”.

Tutto molto sensato e molto chiaro e tutto completamente disatteso (o quasi) dal decreto. Fra gli argomenti più importanti che il CSPI metteva in campo, il lungo iter necessario per l’approvazione del decreto e la difficoltà nei tempi previsti per l’attuazione del decreto, di consentire alle famiglie che intendono iscrivere i figli agli Istituti Professionali nel prossimo anno scolastico 2018/19, una scelta consapevole, tanto meno alle scuole interessate di effettuare un’adeguata attività di orientamento”.

Peraltro, il 7 marzo scorso il CSPI ribadiva le osservazioni mosse a gennaio, esprimendo di nuovo forti perplessità sui tempi affrettati del decreto a fronte della “ampiezza, delicatezza e complessità tecnica dei contenuti che esso è chiamato a disciplinare”. Insomma, come minimo, il CSPI riteneva “opportuno un rinvio dell’attuazione del provvedimento”. Bene, nonostante queste ragionevoli riserve il 13 aprile 2018 viene approvato il Decreto Legislativo 61 per la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale, che sta precipitando i Collegi docenti degli Istituti professionali nell’inferno di decisioni fallaci di modifica dei quadri orari e che li pone di fronte a domande indecidibili: “È meglio, in prima, un’ora di Fisica in prima e un’ora di Chimica o due ore di Scienze Naturali e 0 ore di Fisica per gestire l’area di Scienze integrate?” Sono quesiti simili a questi che possono innescare discussioni senza fine tra docenti, volti a difendere l’esistenza in vita della propria disciplina più che una – peraltro inesistente – ratio didattica.

Si tratta di un bel pasticcio, considerato che la quota di variabilità del 20% non dovrà determinare situazioni di esubero “nel relativo ambito territoriale”; e se, per ipotesi, tutti i professionali di un certo ambito decidessero di decurtare le ore di una certa disciplina a favore di un’altra, creando così in ciascun istituto almeno un esubero in una data classe di concorso, come agirebbe l’USR? E non è nemmeno questa possibilità la cosa più scandalosa: ciò che davvero fa specie è che, dalla prima delle “riforme” della scuola italiana (Berlinguer, febbraio 2.000) si ripeta un identico copione, che sottolinea la necessità di personalizzazione dell’insegnamento, senza prevedere adeguate risorse e che chiede alla scuola di adeguarsi alle necessità lavorative del “territorio” come se una preparazione adeguata portasse con sé, miracolosamente, l’esistenza di nuovi posti di lavoro. Invece la crisi occupazionale non ha nulla a che vedere con la formazione scolastica; non a caso le offerte di lavoro più numerose riguardano prestazioni a bassa o bassissima qualifica. Un’indagine basata su dati Ocse ha rivelato che l’Italia è l’unico mercato europeo (insieme alla Grecia) dove la ripresa non ha favorito la crescita di professioni ad alto tasso di qualifiche; anzi, in proporzione la domanda di lavoro sembra orientata soprattutto verso il basso1 

Ecco svelato l’arcano: la nostra scuola è funzionale a questa società. Riforma dopo riforma a scuola si appprende (e si insegna) sempre di meno; per giunta alla scuola è, in qualche modo, addebitata la responsabilità dell’alto tasso di disoccupazione. Non è nemmeno un caso che a scuola si lavori sempre in modo emergenziale, sempre con i tempi strettissimi, sempre costretti a prendere decisioni con l’acqua alla gola. Decisioni prese con tempi più larghi – e quindi più meditate – porterebbero (spero) i docenti a comprendere quanto farraginose e capziose siano le cosiddette “riforme” e (forse) farebbero rinascere in molti uno spirito di resistenza, che finalmente respinga l’idea che il lavoro è il senso dell’essere a scuola. Potremmo, con tale coscienza, pretendere di tornare a fare il nostro lavoro, che è quello di trasmettere sapere, nei professionali come nei licei classici.

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