I nuovi esami di Stato: un altro attacco all’istruzione, alla cultura, al sapere.

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I nuovi esami di Stato, a norma del D.lgs 62/2017 e della legge 107/2015 che ne prevedeva la riforma, sono quanto di peggio si poteva immaginare sotto il profilo culturale e quanto di

Peggio si poteva realizzare in ambito politico e giuridico.
Ancora una volta, la cosiddetta ‘buona scuola’ rivela il sapore amaramente antifrastico della sua paradossale definizione renziana: qualunque italiano abbia a che fare oggi con la scuola (come studente, come docente o impiegato o dirigente, come genitore o parente o semplicemente conoscente di qualcuno che a qualunque titolo  la frequenta) sa perfettamente che questa riforma l’ha definitivamente trasformata in un’istituzione grottesca, un’azienda miserabile, un proiettificio da quattro soldi, un ignobile diplomificio, in cui allignano insoddisfazione, frustrazione, rabbia e risentimento.

Mentre si celebrano demenziali ‘open day’ che magnificano strutture fatiscenti, attività abborracciate, fantomatiche iniziative didattiche, viaggi, scambi e accoglienze a lauto pagamento, e addirittura ci sono scuole che competono sul mercato dell’istruzione spendendo denari preziosi per comprare intere pagine pubblicitarie sui quotidiani, nella realtà tutto cade a pezzi, dai soffitti alle finestre, in aule, palestre, laboratori ormai vecchi e insicuri, dove si fa didattica negli intervalli di tempo e molti dei docenti che sorridono ai futuri clienti dietro le quinte si sbranano nel contendersi i pochi spiccioli del bonus e del fondo d’istituto. In questo drammatico contesto, la riforma degli esami di Stato completa il processo di nullificazione della scuola italiana realizzato attraverso l’autonomia scolastica, iniziata da Berlinguer e completata da Renzi.
Viene abolita la terza prova scritta multidisciplinare e sostituita con i test Invalsi standardizzati computer based, anticipati rispetto alle prove d’esame ma comunque obbligatori per accedervi (la sospensione dell’obbligatorietà per quest’anno è solo una deroga). Viene abolito il tema di storia, cancellato il tema d’attualità, eliminato il saggio breve.

Al loro posto, parafrasi o riassunti, oppure brevi componimenti argomentativi ben scanzionati e titolati. Molti di noi, ne sono convinta, in quinta elementare sono stati sollecitati in passato a fare ben di più. Ma forse oggi si vogliono studenti con competenze basiche, assolutamente conformi ad aspettative di pensiero e di scrittura omologate e rigorosamente convergenti su obiettivi di regolazione formale. La parola ‘creatività’ è bandita, il pensiero, l’immaginazione, l’interpretazione – e l’espressione – originale e divergente devono essere considerati sbagliati: la griglia di correzione fornita dal Ministero obbliga tutti ad una pedissequa valutazione della forma esatta, a prescindere da qualunque consistenza del contenuto. Non è importante cosa viene detto, ma come viene detto. Se la grammatica, cioè la morfologia ovvero la forma del pensiero, è corretta, quel pensiero, ben costruito, è automaticamente accettabile e valutabile positivamente. A quale pericolosa china può preludere, fosse anche per eterogenesi dei fini, una simile impostazione culturale e didattica?

All’orale, nessuna più tesina interdisciplinare su una tematica scelta dallo studente bensì una relazione sull’alternanza scuola-lavoro: fatta bene, fatta male, fatta per finta, non importa, purché si racconti in due parole come si sono riempite quelle 200 o 400 ore di lesione del diritto allo studio. Poi il racconto di argomenti legati alle questioni di cittadinanza e Costituzione, mai realmente inseriti nelle programmazioni scolastiche se non sotto forma di singoli, occasionali progetti. Chissà, forse perché la ministra Gelmini, mentre introduceva questa generica messe di argomenti, indicando le discipline storiche come area in cui obbligatoriamente inserirli, tagliava a mani basse proprio quelle stesse discipline nelle scuole di ogni ordine e grado! Quale commissario d’esame avrà il coraggio di interrogare gli studenti su cittadinanza e Costituzione sapendo che la storia anche nei licei è ridotta a un paio d’ore settimanali e che, per i nostri studenti, il Novecento finisce ben prima del 1948?

Ma soprattutto, quale commissario d’esame sarà in grado di sostenere lo sguardo degli studenti che al termine di un percorso di studi superiore che garantisce un titolo di studio con valore legale, un percorso di studi (di studi!) propedeutico all’università o al mondo del lavoro, invece di parlare di letteratura, scienze, filosofia, storia, arte, dovranno recitare una fiction?

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