I libri di testo che rispettano i ritmi di apprendimento dei ragazzi e costano poco, Book in progress. Intervista a Salvatore Giuliano

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“Non è il tablet che cambia la scuola. Si è fuori strada se prima non è stata fatta una riflessione su come gli strumenti possono cambiare la scuola e la didattica”. Salvatore Giuliano è il dirigente scolastico conosciuto per il book in progress – il libro di testo che sostituisce quelli delle case editrici, autoprodotto molti anni orsono dagli insegnanti della sua scuola, l’Istituto tecnico e Liceo delle scienze applicate Ettore Majorana di Brindisi, e subito dopo da una rete di docenti di molti istituti italiani che hanno condiviso il progetto – ma anche per le tante innovazioni che ne sono seguite. Tuttavia, “occore non confondere il cambiamento con l’innovazione – precisa Giuliano, che è stato pure sottosegretario all’Istruzione nel Governo Conte I. – Realizzi l’innovazione quando cambi il modo di lavorare delle persone”.

Dirigente Salvatore Giuliano, com’è nata l’idea del book in progress?

“L’idea è nata alcuni anni orsono, con l’intenzione di predisporre materiali didattici che tenessero conto dei ritmi di apprendimento dei ragazzi, affinché potessero essere adattati in corso d’anno con dei materiali che fossero quanto più rispondenti alle esigenze degli studenti. Il book in progress riguarda ora tutte le discipline della scuola media e quelle del biennio delle superiori. Ed è sia cartaceo, sia digitale. Con la possibilità di essere usato su qualsiasi dispositivo: pc, tablet, smartphone”.

Non andavano bene i libri comunemente in uso, quelli adottati dai docenti presso le case editrici specializzate in testi scolastici?

“I libri in uso a mio avviso venivano intanto confezionati per un anno e non tenevano conto delle singole esigenze e difficoltà che si possono in genere verificare nel corso dell’anno scolastico. Da qui l’esigenza di creare materiali che costituissero una base, ma con la possibilità di integrarli in corso d’anno. L’idea era nata leggendo alcuni testi. Ci si accorgeva che nei testi in uso veniva utilizzato un linguaggio che non era quello posseduto dagli alunni. E quindi l’idea è stata quella di inserire la professione docente all’interno di quei materiali”.

Con un valore aggiunto, cioè l’evidente risparmio di spesa per le famiglie: 5 euro euro è il prezzo di un vostro libro autoprodotto.

“Non era questo il motivo, ma questo, poi, è diventato un motivo importante. Di più: alle famiglie abbiamo chiesto di investire il risparmio di spesa in tecnologia. E grazie all’ulteriore sviluppo che ne è seguito si è introdotto uno strumento di innovazione. Da lì è cambiato il modo di intendere la pratica didattica quotidiana. Poi, nel corso degli anni, si è costituita una reta nazionale che conta oggi un centinaio di scuole di ogni ordine e grado, e che ha condiviso attivamente il nostro progetto”.

Con il book in progress è cambiata la vostra pratica didattica quotidiana, ma le innovazioni tecnologiche hanno influito molto nel processo di rilancio della scuola.

“Guardi, l’utilizzo della tecnologia in cui crediamo – anche se la tecnologia è, e resta, solo uno strumento – consente di favorire tre aspetti: la collaborazione, la cooperazione, la creatività, quella dei ragazzi e quella dei docenti. Il book in progress è diventato uno strumento importante per ripensare l’attività didattica concentrandosi innanzi tutto sull’apprendimento. Perché è questo il punto: nel momento in cui non utilizzi pratiche quotidiane che ti consentono di cogliere i tre aspetti citati molto spesso accade che ti concentri molto sull’insegnamento e poco sull’apprendimento”.

Il problema esiste

“Io sono convinto che la scuola sia un luogo dell’apprendimento dove l’insegnamento è uno degli elementi, ma non è il solo. Bisogna mettere in pratica tutte le strategie che possano agevolare l’apprendimento degli studenti. In tal senso il book in progress rappresenta un importante strumento che consente di raggiungere questi obiettivi”.

Ma, nella pratica, che cosa succede?

“I docenti che aderiscono al progetto s’incontrano periodicamente per svolgere attività di formazione, di revisione e di miglioramento degli stessi contenuti, arricchendoli con contenuti anche multimediali. La cosa bella è che tutti questi contenuti sono proposti dai docenti sulla base della propria esperienza di docenza. E soprattutto sono il frutto di un lavoro di contronto tra i docenti stessi, i materiali sono frutto della professione docente. E’ un lavoro, questo, che esalta la professione, con un ritorno di gratificazione e con un’apertura e un confronto con colleghi di altre realtà”.

Come valuta l’esperienza di questi anni?

“Bella. E’ stata ed è una bella esperienza. E’ stata creata una rete importante tra docenti e dirigenti scolastici di realtà italiane diverse che ha rappresentato l’occasione per lavorare e collaborare per altri progetti. Per esempio, se per ipotesi ci fosse un bando sulle tecnologie STEM, avremmo già delle scuole con rapporti di collaborazione in corso. E’ anche un modo per promuovere il confronto e la crescita”.

Le case editrici si sono lamentate?

“Loro fanno il loro lavoro. Il nostro obiettivo non è quello di creare il contenuto migliore del mondo, che peraltro non esiste. Il nostro è un progetto di innovazione didattica fatta da chi la scuola la vive ogni giorno andando quotidianamente in classe”.

Gli apprendimenti sono migliorati o no con queste novità?

“Il book in progress ha generato un evidente miglioramento dei dati di apprendimento e di quelli relativi alla dispersione scolastica. Tutto questo è stimolante e ci sono tanti docenti che si misurano con questi stimoli”.

Il book in progress che cos’è riuscito a trainare?

“Ha trainato gli investimenti in tecnologia. Ora i ragazzi usano le tecnologie e soprattutto formiamo i ragazzi e i docenti sull’uso consapevole degli strumemti tecnologici. La tecnologia, se non utilizzata con cognizione di causa, non agevola gli apprendimenti. E allora abbiamo preso decisioni su come quello strumento può migliorare l’attività didattica e gli apprendimenti”.

Faccia degli esempi concreti

“Penso a come si possano creare dei contenuti, a quali aspetti bisognerebbe tenere in considerazione nel creare i contenuti, a come utilizzare lo strumento tecnologico per svolgere delle rapide verifiche formative e di conseguenza andare verso la personalizzazione degli apprendimenti attraverso l’utilizzo di metodologie che prevedono tra l’altro il ruolo attivo dello studente, ad esempio nella peer education. Sicuramente i ragazzi diventano in alcuni momenti, e quando necessario, docenti dei propri compagni, dei loro pari. Io sono convinto che alla base dell’apprendimento ci deve essere la motivazione e quando noi insistiamo sulla motivazione, consolidandola, abbiamo risultati di tutto rilievo, importanti, positivi. Attraverso questo progetto si è messo in moto un modo diverso di fare scuola dove le innovazioni e le novità si susseguono. Per esempio si è intervenuti sul tempo e sullo spazio dell’apprendimento, con una nuova flessibilità del lavoro all’interno delle aule: del resto, se attivi la peer education, giusto per fare un esempio, devi creare dei gruppi.

Tutto questo riesce davvero a dare una marcia in più ai ragazzi?

“Assolutamente sì. Gli studenti diventano protagonisti del loro percorso di apprendimento. Lo si vede dagli occhi. I ragazzi, quando fai così, vengono a scuola con gioia. Tanto per dire, gli alunni con dsa, da questo nuovo modo di lavorare che interviene sulla pratica didattica quotidiana, hanno di benefici grandi, hanno la possibilità di attivare davvero quegli strumenti che si programmano nei pdp, di mettere in azione un lettore automatico, di leggere, di prendere note, di condividerle istantaneamente con i compagni della classe. E ancora: di utilizzare quelle abilità che sono nelle loro corde e di utilizzarle – si badi – con consapevolezza. Il tutto volto al miglioramento degli apprendimenti. Noi abbiamo un grande compito: insegnare loro come quello strumento – che è tale e resta tale – sia utilissimo per migliorare i loro apprendimenti”.

Si pensa in genere che i giovanissimi non abbiano nulla da imparare dagli adulti in tema di digitale

“Si dice che i nativi digitali abbiano una grande confidenza con lo strumento digitale ma noi abbiamo un compito diverso, quello di far capire loro come usarlo per migliorare il loro apprendimento, e quel che abbiamo visto in questi anni anni è che abbiamo autoprodotto materiale e poi attivato – anche con l’uso delle tecnologie – tutti i processi di innovazione metodologica e didattica previsti”

Le famiglie dei vostri studenti sono soddisfatte delle innovazioni apportate?

“Assolutamente sì, ci rappresentano costantemente la loro fiducia nei nostri confronti. Nel 2010 c’erano in questa scuola 600 ragazzi. Oggi gli iscritti sono 1500”.

Li avete sottatti ad altre scuole…

“Diciamo che gli alunni hanno scelto noi. Peraltro molti vengono da fuori provincia. Nel 2014 abbiamo avuto anche una studentessa di Mantova…”.

Di Mantova? Un’alunna si è trasferisce dalla Lombardia alla Puglia per frequentare le superiori?

“Esatto. Si è trasferita qui e noi le abbiamo procurato un alloggio. Ovviamente nel frattempo si è diplomata. Lei è stata la prima, ma oggi abbiamo una cinquantina di ragazzi che provenono da fuori. Alcuni studenti arrivano da Bari, altri da Foggia, da Lecce e da altre città.

Avrete dovuto ampliare il plesso, per l’arrivo di tanti studenti.

“Abbiamo predisposto un immobile affidatoci dalla Provincia e in pochi mesi lo abbiamo reso fruibile dagli studenti in maniera eccellente”.

E avrete avuto anche voi i banchi con le rotelle…

“Per la verità sono stato io il primo in Italia ad avere qui a scuola, tanti anni orsono, i banchi con le rotelle. In realtà sono sedute che consentono oggi di lavorare in modo completamente diverso. Quando devi disporre il gruppo classe in un modo differente oppure quando devi attivare la peer education, li usiamo da dieci anni in maniera proficua, ad esempio per disporre la classe e i ragazzi in maniera omogenea o disomogenea per gruppi di apprendimento, a seconda dei casi e delle esigenze. Quei banchi sono stati e sono uno strumento che si deve sapere utilizzare. Vede: non è il tablet che cambia la scuola. Se non è stata fatta una riflessione su come gli strumenti possono cambiare la scuola e la didattica si è fuori strada. Occore non confondere il cambiamento con l’innovazione. Realizzi l’innovazione quando cambi il modo di lavorare delle persone”.

Ci saranno pure state delle resistenze anche tra i docenti, che non sempre concordano sulle innovazioni.

“All’inizio si è dovuto spiegare la cosa. Ma quando c’è la voglia palesata di migliorare il modo di fare scuola e l’apprendimento dei ragazzi, le cose poi passano. Si tratta di condividere le esperienze e le passioni e di motivare le persone sul fatto che è possibile lavorare in un un modo diverso”.

Torniamo al book in progress. Quali sono le novità dell’ultima ora?

“Dall’anno scolastico in corso abbiamo predisposto una piattaforma per il download dei materiali. Consiste nell’avere una zona dei materiali della rete e utilizzati dalle singole scuole in modo da poter fruire del download dei materiali. I singoli alunni accedono da scuola, casa o dall’autobus, tanto per dire, per scaricare il materiale. Tutto questo si faceva già, ma non era fatto così bene come succede adesso. Abbiamo facilitato il lavoro di distribuzione dei materiali. Un’altra novità è stata quella di avere arricchito i materiali prodotti con molti contenuti multimediali che sono fruibili attraverso dei QR code dinamici e disponibili sia sulla versione cartacea con cui lo studente inquadrando con il suo codice scarica i contenuti aggiuntivi, sia sulla versione digitale facendo clic sui link. Sono video, test, documenti di approfondimento, immagini, anche dei serious games. Essendo dei QR code dinamici, se ci sono delle innovazioni questo facilita l’aggiornamento dei contenuti”.

La pandemia vi trovò pronti, a marzo 2000?

“Direi proprio di sì. In periodi pre-pandemici ci eravamo preoccupati sul modo di intendere lo spazio e il tempo dell’apprendimento. Così la rete, in quel momento così difficile, si mise a disposizione delle altre scuole gratuitamente”.

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