I docenti: chi vuole mandarli a scuola anche di domenica, chi accorciare vacanze, chi lezione mattina e pomeriggio, come se finora non avessero fatto nulla. Lettera

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inviata da Caterina Moccia – Da tempo si assiste allo svilimento della figura docente e in questo periodo di difficoltà conseguente alla pandemia, ancora di più.  Nessuno sembra preoccuparsi o curarsi di quello che accade loro. Chi suggerisce di mandarli a scuola anche la domenica, chi vuol accorciare le vacanze natalizie, chi li vuole a lezione mattino e pomeriggio, come se fino ad ora avessero fatto vacanza. Tutti si sentono in diritto di dire come devono lavorare, cosa che, mi permetto di dire, non accade in nessun altro settore come in questo, se non, forse, nel calcio dove si sentono tutti allenatori.

Qualcuno si è chiesto quante ore passa al pc un docente? Tantissime! La burocrazia passa tutta attraverso la tecnologia: programmazioni, pdp, circolari, informazioni in chat whatsApp, documenti, informazioni alle e dalle famiglie, compiti da assegnare e correggere. Un docente, specie se coordinatore di classe, passa giornate intere davanti al video del pc o del tablet, con gli occhi incollati per ore su video nocivi e, ovviamente, grandi danni alla vista che nessuno quantifica e considera.

Durante le pause date agli alunni i docenti continuano a lavorare compilando i registri virtuali, creando le cartelle per i compiti, inviando materiale (che è costato altro tempo su strumenti elettronici per essere preparato).

E che dire della invasione della DaD nelle case e nelle famiglie dei docenti, della predisposizione di spazi lavoro in videoconferenza, dell’utilizzo di strumentazioni e connessioni proprie.
Che dire dello stress cui sono sottoposti con l’uso delle tecnologie, con il doversi muovere continuamente tra programmi e modalità sempre diverse, connessioni traballanti, audio che va e viene come il video, magari durane un’interrogazione o la spiegazione; direi che si dovrebbe provare per capire quale stress ne derivi, stress che attacca le difese immunitarie, ma che per un docente è la quotidianità.

L’uso delle tecnologie implica un dispendio di energie e di tempo che fanno restare sempre connessi, non danno tregua perché è sul docente che si riversano tutte le problematiche di alunni e famiglie. Ciò comporta uno stress emotivo incalcolabile perché insegnare è innanzitutto relazione, flusso emotivo bidirezionale quindi risentire dei disagi di altri oltre che dei propri. Insegnare vuol dire tempo speso ad ascoltare e aiutare ad esempio stando al cellulare e contemporaneamente al pc per guidare un alunno a connettersi o a registrarsi per la lezione, a inviare un compito, perché non tutti i ragazzi sono tecnologici come comunemente si crede. Relazione vuol dire consolare, sostenere psicologicamente, farsi carico di problemi di alunni e, a volte famiglie, perché per loro il primo approdo alla scuola è costituito dalla persona del docente, è a lui che ci si rivolge per primo in caso di difficoltà. Ciò comporta impegno e azione che, purtroppo, nessuno pare vedere e considerare. E’ sul docente che pesa il divario digitale di alunni e famiglie perché è il docente che deve ingegnarsi per colmare tale gap e non lasciare indietro nessuno. Tutto ciò ha riflessi sullo stato d’animo dell’insegnante che si sente sempre chiamato in causa e in dovere di aiutare chi ha bisogno.

Ancora, richiamerei l’attenzione sul rischio contagio, che non è trascurabile per un docente quando lavora in presenza, e ancor più quando lavora con alunni disabili e/o poco disciplinati che non riescono a rispettare le distane e le misure di sicurezza.

Quello del docente è un lavoro molto particolare, direi unico, che si modula giorno per giorno, sulle persone, su ogni singolo alunno che si cerca di guidare a tirare fuori il meglio si sé, per far ciò l’insegnante deve combattere contro le naturali resistenze che sono in ciascun alunno e che si dispiegano in modo personale perché ciascun individuo è unico. Questo richiede una grande preparazione pedagogica, doti umane e professionalità notevoli, un continuo mettersi in gioco per contribuire alla formazione della persona che è ogni alunno. E’ un lavoro bellissimo che tocca nel profondo e stimola a impegnarsi al di là dell’orario di lavoro, dello stipendio, delle critiche perché nell’insegnamento entra in gioco la persona che si è.

Concludo queste mie riflessioni invitando i detrattori e i critici a conoscere prima di esprimere giudizi che, in una società fluida come quella in cui viviamo e nella quale si confondono ruoli e competenze, tutti si sentono di dare.

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