I docenti che non bocciano gli alunni scarsi dovrebbero bocciare se stessi

di Elisabetta Tonni
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Si dovrebbe tornare a bocciare i ragazzi non preparati anche alle scuole medie. A sostenerlo è l’archeologo e giornalista Manlio Lilli.

In un commento pubblicato dal FQ.it, Lilli argomenta la sua idea che, niente affatto di retroguardia, offre uno spunto di riflessione anche sulla professione del docente.

Racconta la scena che si presenta in maniera classica durante gli scrutini di fine anno: i docenti si confrontano sull’andamento degli alunni, decidendo quasi sempre di dare un’opportunità in più a quelli che sono al limite fra la bocciatura e la promozione.

La propensione dei docenti, secondo Lilli, è quella di salvare l’anno confidando in un recupero delle carenze dell’alunno nella classe successiva. Spesso in questa decisione pesa, in maniera più o meno diretta, anche il ruolo dei genitori dei ragazzi, alcuni dei quali presentano certificazioni Asl di disturbi psicologici che variano dalla fobia ai disagi, passando per tutte le altre diagnosi. La documentazione è spesso presentata proprio a ridosso delle valutazioni finali, quasi a inchiodare i docenti a una decisione scontata.

La riflessione che Lilli offre al dibattito è quanto possa essere utile la bocciatura per la crescita e la maturità di un ragazzo. Considerata nell’immaginario collettivo un fallimento, la bocciatura può diventare uno stimolo per andare oltre e riflettere sugli errori e le difficoltà incontrate.

E conclude: “Quel che sembra davvero indubitabile è che i professori che decidono una bocciatura non sono ‘cattivi’, così come quelli che non vorrebbero farlo non sono ‘buoni’. Ma è pur vero che bisogna scegliere. È necessario farlo per i ragazzi. Sono loro a chiedere regole. Sono loro più o meno consapevolmente a chiedere che si rispettino. Sono loro a cercare esempi da seguire. Bisogna insegnare anche questo, altrimenti non si è ne ‘buoni’ né ‘cattivi’, ma inadeguati. A quel punto bisognerebbe bocciare se stessi“.

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