I CPIA sono il fantasma della scuola italiana. Lettera

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inviata da Ennio Avanzi – Nella scuola di Stato italiana esiste un fantasma; l’educazione degli adulti. Dei CPIA si parla raramente, il MIUR spesso si dimentica che esistono, le norme giuridiche sono inadeguate e non in grado di dare una risposta efficace ai bisogni di istruzione e di formazione delle donne e degli uomini in età adulta.

Vi scrivo perché ho letto su “orizzontescuola” un comunicato; “CPIA, una scuola per adulti ad alto rischio Covid”.

Credo che il vostro comunicato sia condivisibile solo nell’appello finale: “È pertanto necessario che il MIUR intervenga tempestivamente e con norme specifiche per tutelare studenti e lavoratori del CPIA.”.

Certo è necessario ed urgente un intervento del MIUR ma con misure e norme esattamente opposte a quelle indicate da voi: non si possono, ancora una volta, espellere dal diritto di apprendere donne e uomini che sono state/i private/i di tale diritto nella loro vita. Servono azioni di inclusione, tutelando il diritto alla salute di tutte/i.

Chi frequenta i CPIA? Probabilmente la situazione è diversa tra città metropolitane e piccoli comuni ma nelle grandi città una percentuale altissima di studentesse e studenti è composta da richiedenti asilo. Molte inoltre sono le donne arrivate in Italia per ricongiungimento famigliare, una parte sono minorenni stranieri. Nelle periferie urbane una percentuale consistente è formata da persone di bassa o nulla scolarità. La dad, con la maggioranza di queste studentesse e di questi studenti, non è praticabile perché ci sono ostacoli tecnici (mancanza di devices e costi per la connessione) e culturali (difficile che chi non sa leggere, non parla l’italiano, possa avere le competenze digitali per seguire in dad; nelle periferie urbane anche le madri che, più dei padri, seguono figli/e nei complessi tentativi di connettersi in dad, non hanno tempi e spazi necessari ).

Per molte studentesse e per molti studenti più di una anno di sospensione delle lezioni in aula ha significato, significa e significherà, perdere l’unica possibilità di imparare l’italiano, di iniziare un corso di formazione professionale. I richiedenti asilo ospiti delle strutture CAS e chi ha appena ottenuto diritto d’asilo ospite delle strutture SIPROIMI hanno un tempo limitato di accoglienza ed in quel tempo hanno il diritto/dovere di studiare. Terminato il periodo di accoglienza saranno sulla strada o in cerca di un’occupazione senza avere strumenti linguistici idonei.

Proporre a queste persone la dad significa disattendere la Costituzione e non operare per rimuovere gli ostacoli che impediscono inserimento sociale, crescita personale e partecipazione.

Tuttavia queste persone non sono le uniche che frequentano i CPIA: per altre tipologie un percorso in dad, o “alternato”, può funzionare meglio. Per gli studenti che frequentano l’università e vogliono imparare l’italiano, per gli studenti che frequentano il secondo periodo del primo livello, la dad può essere uno strumento utilizzabile, meglio se con forme di sostegno per i costi di connessione. Una sperimentazione che dovrà essere tenuta in considerazione anche quando l’emergenza covid-19 sarà terminata: per una parte degli studenti i percorsi in dad o in fad
dovrà essere riconosciuta in percentuale molto maggiore di quanto prevedano le attuali norme.

C’è bisogno quindi di scuola in presenza, per chi altrimenti non avrebbe possibilità di imparare, in condizioni di sicurezza.

La realtà è che l’Amministrazione avrebbe dovuto predisporre un piano specifico per l’istruzione degli adulti e le USR regionali coordinare i servizi erogati monitorando qualità e quantità.

Per lavorare in sicurezza l’organico dei CPIA avrebbe dovuto essere implementato e non ridotto come è accaduto probabilmente ovunque. Sicuramente è stato ridotto nella realtà torinese dove addirittura in una sede di CPIA, che opera nel quartiere con la più alta concentrazione di stranieri e di italiani con bassissima scolarità, le cattedre sono state praticamente dimezzate rispetto all’anno scorso mentre il bisogno del servizio nel territorio è, ovviamente, rimasto o addirittura aumentato.

Per lavorare in sicurezza si sarebbe dovuto aumentare le sedi di erogazione soprattutto nella provincia perché ciò avrebbe permesso di limitare gli spostamenti e l’utilizzo dei mezzi pubblici (problema che in città è molto minore): in alcune realtà è successo il contrario e sono diminuite le sedi di erogazione del servizio.

Poiché la mia esperienza più che trentennale di insegnamento agli adulti (“150 ore”, CTP, CPIA) è tutta nella città metropolitana di Torino mi sembra di poter affermare che, almeno a Torino, sia mancato completamente il lavoro di coordinamento e monitoraggio da parte degli Uffici regionali e territoriali del Miur. Lavoro che sarebbe stato indispensabile. È mancata anche una corretta analisi dei “flussi storici” e ciò ha determinato inefficienza e un utilizzo delle risorse esistenti assolutamente non razionale. In mancanza di coordinamento, rispetto alla dad, i cinque cpia torinesi hanno modalità completamente diverse: si va da realtà che da settimane procedono quasi esclusivamente in dad ad altre che garantiscono lezioni in presenza solo “alla bassa scolarità”, ad altre ancora che la garantiscono anche agli studenti del primo livello in difficoltà a seguire con la dad. Le studentesse e gli studenti subiscono una diversità di trattamento inconcepibile in uno stesso tipo di scuola statale, nella stessa città metropolitana.

Anche per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi giunti nelle scuole per sostenere la didattica a distanza la situazione è molto variegata, pur considerando l’autonomia scolastica. In alcuni casi è stato speso tutto il possibile per fornire in prestito d’uso strumenti e per permettere la connettività. In altri, le decine di migliaia di euro ricevuti molti mesi fa non hanno ancora avuto una ricaduta positiva, anzi in alcuni casi addirittura i laboratori informatici usati prima del covid-19 ora non lo sono più, usati come “magazzini”.

In conclusione, per conciliare diritto allo studio e sicurezza nei cpia occorre rivendicare non una chiusura che danneggia i soggetti sociali più fragili bensì:

a) organici almeno pari a quelli dell’anno scorso
b) punti di erogazione diffusi nella provincia
c) utilizzo nelle città degli spazi individuati dai comuni e in alcuni casi non utilizzati
d) analisi molto puntuale dei bisogni degli studenti (per altro già dovrebbe esserci perché l’istruzione degli adulti si basa su patti formativi individuali) per predisporre sia percorsi in presenza sia percorsi con percentuali crescenti in dad proporzionali all’efficacia dell’intervento didattico
e) un utilizzo tempestivo delle risorse ministeriali destinate a sostenere lo studio in dad delle studentesse e degli studenti socialmente svantaggiati
f) un rigoroso rispetto delle Circolari e delle Ordinanze del Miur che tutelano i diritti delle studentesse e degli studenti (per esempio in molte realtà si finge di ignorare l’esistenza dell’Ordinanza “AOOGABMI 9 del 16/05/20” relativa agli esami di Stato dei CPIA che prevede che a chi, in una classe di primo livello, non ha ottenuto il diploma nel giugno 2020 doveva essere modificato il patto formativo prevedendo l’esame conclusivo entro marzo 2021, cioè a gennaio o febbraio)

Grazie per l’attenzione

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