I “bravi ragazzi”, la vera sfida educativa. Lettera

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Inviato da Monica Gigante – Giulia Cecchettin è l’83esima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno. Un epilogo abbastanza prevedibile, dopo che gli inquirenti hanno acquisito il video dell’aggressione ai danni della ragazza. Come è potuto accadere?

Eppure, la nostra è una società attenta ai diritti di tutti, celebriamo la diversità (in tutte le sue forme) come un valore imprescindibile, organizziamo incontri, marce, scriviamo, discutiamo, ci indigniamo, ma niente…siamo ancora qui a fare la conta delle vittime.

Sono madre di una bambina e docente in un liceo e le paure affiorano. Mi chiedo se mia figlia e le mie ragazze saranno in grado di cogliere i pericoli, se riusciranno ad allontanare da sé quei “bravi ragazzi” che poi così bravi non sono.

Noi educatori, quotidianamente, dispensiamo analisi, suggerimenti e indicazioni alle giovani donne che incontriamo tra i banchi. Spieghiamo loro che una sberla o uno spintone non si perdonano, che urla e minacce non sono un buon modo per confrontarsi, che l’amore non fa mai male e non mette a disagio e se ciò avviene, vuol dire, semplicemente, che non è amore. Amare significa rispettare sempre l’altra persona, perchè il rispetto è sempre dovuto ad ognuno di noi. Diamo anche delle importanti dritte alle nostre ragazze sul non accettare mai l’incontro chiarificatore, soprattutto, da sole o in luoghi isolati; diciamo loro di partecipare  a corsi di difesa personale: non si sa mai!

Tutto questo che facciamo è giusto, sacrosanto, doveroso; ma, davvero, basta “armare” le nostre figlie per evitare queste tragedie? Non ne sono convinta, sembra quasi che, se succede qualcosa, è perché la vittima è stata troppo buona o troppo ingenua. Le nostre figlie hanno il diritto di essere buone e ingenue, il punto vero è che i “bravi ragazzi” devono cambiare. E, allora, rivolgiamoci a loro direttamente e chiediamoci, come società, cosa stiamo sbagliando nell’educarli.

Muoiono le donne, ammazzate da quegli uomini che hanno perso la propria umanità e, con essa, la propria dignità e, forse, la propria identità. Dobbiamo ripartire da qui. La società è cambiata dai tempi del delitto d’onore e del reato di adulterio; siamo riusciti, in larga misura, a scalfire il patriarcato dal nostro orizzonte antropologico. Le donne, ormai, sono presenti e manifestano il proprio sè rinnovato in tanti spazi della vita pubblica, privata, sociale e professionale, impensabili fino a qualche decennio fa.

Tutto sembrerebbe cambiato: prospettive, valori, contesti. Noi donne siamo cambiate. Siamo consapevoli protagoniste del nostro destino. Anche molti uomini sono cambiati, diventando meravigliosi compagni di viaggio. Eppure, ci sono ancora quei “bravi ragazzi” che non cambiano e che anacronisticamente si ostinano a vivere un tempo che non esiste più

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