I bambini perdono la scuola per gli errori dei grandi. Lettera

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di Monica Gigante – Non vedeva l’ora di ritrovare le sue amiche. Era felicissima all’idea di imparare a leggere e a scrivere, come i grandi. Era incuriosita dalle nuove maestre che avrebbe incontrato. A smorzare un po’ tutto questo entusiasmo c’era solo il coronavirus. Questo lo stato d’animo di Maria Chiara, una bimbetta vispa che ancora non ha compiuto 6 anni. In famiglia le sono state spiegate tutte le norme igieniche che avrebbe dovuto imparare ed eseguire e lei, con un fare deciso e sicuro, le ha imparate tutte. Mascherina, gel e distanziamento erano diventati i suoi passe-partout per la vita di tutti i giorni.

A scuola cominciata, lei e tutti i suoi compagni di classe erano attentissimi e precisissimi. “Ora non possiamo abbracciarci, ma quando il virus andrà via ci stringeremo forte forte”, “Le maestre sono simpaticissime e bellissime, vorrei tanto abbracciarle, ma devo aspettare”. Queste le esclamazioni di Maria Chiara e dei suoi amichetti, in esse tanta consapevolezza e senso di responsabilità, qualità che non ho riscontrato in tanti, troppi adulti.

In questi mesi abbiamo visto feste, rimpatriate tra amici, le cene del sabato sera e i pranzi della domenica.

Il motto per gli adulti era: “Non dobbiamo privarci di nulla”. I piccoli, invece, hanno interiorizzato il senso del sacrificio, importante per salvaguardare i fragili. “Anche se il gel un po’ mi brucia sulle manine, devo pensare ai nonni”, così si incoraggia Maria Chiara.

Le istituzioni, invece, per totale assenza di coraggio, hanno consentito tutto per poi appellarsi al senso di responsabilità, questo sconosciuto. È evidente, infatti, che gli adulti non ne hanno avuto o per superficialità o per egoismo. In entrambi i casi hanno vanificato l’impegno e i sacrifici dei piccoli.

Prima della riapertura della scuola si sarebbe potuto fare di più, diciamolo chiaramente! Si è parlato di rotelle, quelle delle sedie e poco di quelle che mettono in moto il cervello. Battute, a parte, la seconda ondata era prevedibile ai più, ma il Paese è ancora impreparato. La chiusura delle scuole, e non solo, è l’ammissione di un colossale fallimento da parte della politica non solo nell’ambito dell’Istruzione, ma anche dei trasporti e della sanità. Questo è un fatto indubitabile e per onestà intellettuale bisognerebbe ammetterlo.

Abbiamo visto tutti i pullman, le metro e gli autobus pieni fino all’inverosimile. Oppure, tutti abbiamo letto della sospensione dei ricoveri e degli esami ordinari rimandati a data da destinarsi negli ospedali. In molti, oramai, si sono ritrovati, sfortunati concorrenti di un nuovo strambo gioco: la caccia al tampone, indispensabile per uscire di casa.

La scuola, poi, non si sa per quale strano scherzo del destino è diventata una questione solo politica e così si gira intorno ai problemi e, per non ammettere l’errore, si sta temporeggiando l’inevitabile, giocando con percentuali di presenza in classe e con un vago appello al principio di inclusione; così, giusto per sentirsi a posto con la coscienza. Intanto, tutto il personale sanitario si ritrova, come a Marzo, solo, in trincea, a combattere il nemico invisibile.

Si è scaricata la colpa sui giovani, gli adolescenti che a scuola seguono le regole grazie all’impegno di tutto il personale scolastico e poi, in strada, fanno bagordi infischiandosene dei fragili. Tutto vero, ma sono solo loro i colpevoli? Dove erano le istituzioni mentre questo maledetto virus si insinuava negli assembramenti giovanili? Si appellavano al senso di responsabilità? E, poi, in quegli assembramenti che abbiamo visto sui social e sui media c’erano anche tanti quarantenni e cinquantenni, che non vogliono rinunciare ad uscire in comitiva, poi fa niente se questo giro di incontri infetta qualcuno. La socialità senza responsabilità val bene un’epidemia!

Maria Chiara, intanto, chiede spiegazioni, vuole capire perché non può andare in classe e i suoi genitori non possono fare altro che dirle che anche i grandi sbagliano.

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