Ho insegnato 14 anni in un Istituto professionale, insieme a colleghi che lavorano per gli alunni non per i titoli o lo stipendio. Lettera

di redazione
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Chiara Baldinin – C’è una città, in Lombardia, dove il Liceo Classico – uno dei più antichi d’ Italia – sorge in pieno centro storico, in un meraviglioso ex monastero dei primi del Trecento, arricchito dal chiostro e da un’Aula Magna di fine Cinquecento, un tempo cappella.

Docenti e alunni si ritrovano ad occupare spazi decorati con affreschi e stucchi secolari; qui trascorrono le ore del loro tempo-scuola, nutrendo occhi e mente del bello che l’Arte e la Storia si portano dietro.

C’è una città, in Lombardia, la stessa del Liceo di cui sopra, che annovera tra le sue offerte formative un Istituto Professionale su tre indirizzi in una sede provvisoria dal 1998. Una scuola che, a vederla da fuori, sembra più una grossa fabbrica dismessa. Dove, solo quest’anno, i laboratori di informatica sono rimasti chiusi per mesi a causa delle infiltrazioni d’acqua. Dove per arrivare occorre prendere necessariamente la corriera urbana e attraversare mezza città. Dove l’Aula Magna nemmeno esiste e il Collegio Docenti si riunisce appollaiato sui gradoni dell’atrio, come uno stormo di civette spossate. Una scuola dove gli alunni con Bisogni Educativi Speciali superano il 40% del totale e il resto dell’utenza raramente, per non dire mai, annovera tra i suoi studenti figli di Magistrati o di Primari.

In questa realtà io ho lavorato per quattordici anni, prima come educatrice, poi come insegnante. Con stupore ho visto spalle apparentemente gracili di quindicenni portare con forza e dignità fardelli esistenziali dal peso incalcolabile, ho condiviso con alcuni colleghi (sempre gli stessi, quelli che venivano a scuola per i loro alunni e non per i titoli o per lo stipendio) preoccupazioni e tentativi di recuperare ciò che restava da salvare, anche quando sapevamo tutti che saremmo andati incontro a probabili fallimenti. Con orgoglio registro che siamo rimasti lì a provarci fino all’ultima campanella, consapevoli di essere, per molti, l’ultima alternativa prima della strada.

E qualcuno dei colleghi ancora bussa, in questi primi giorni d’estate, all’Ufficio di Piano, alle porte delle strutture che hanno dato la disponibilità per l’alternanza scuola-lavoro, alle famiglie che sono rientrate nei Paesi d’origine senza concedere uno sguardo ai tabelloni di fine anno. Davvero chiediamo alle figlie di queste mamme e papà di venire a scuola motivate? Per alcune di loro è stato già scelto un altro futuro, fidanzate a sedici anni scarsi con chissà chi.

Veramente pensiamo che lo studio possa essere la priorità di chi neppure sa se avrà un piatto di minestra per cena e la domenica, anziché uscire con gli amici, va in comunità a trovare il fratello o il padre? Chi si farà carico del futuro di questi ragazzi se non provano a pensarci alcuni insegnanti? Certo, non è per questo che sono pagati, ma è ciò che serve e tanto basta. Ringrazio il cielo ogni giorno che esistano docenti come alcuni miei colleghi, che accompagnano le alunne al centro Antiviolenza, che procurano culle e passeggini alle neo mamme non ancora diciottenni, che chiamano la polizia postale o la croce rossa quando serve, che hanno attivato per tutto l’anno laboratori di arte e musica per lavorare sull’elaborazione dei vissuti e l’autobiografia. E poi mi arrabbio perché la scuola italiana dovrebbe dare a tutti e a ciascuno pari opportunità di successo e invece, così come è oggi, non fa che riconfermare le differenze di condizione e di origine sociale degli alunni.

Basta dare velocemente una occhiata alle statistiche nazionali: quest’anno era presente un alunno con disabilità ogni 155 nei Licei Scientifici; uno ogni 131 nei licei Classici; uno ogni 52 nei Licei delle Scienze Umane; uno ogni 22 – grande eccezione, non casuale – nei Licei Artistici; uno ogni 47 negli Istituti Tecnici; mentre quasi la metà degli adolescenti con disabilità ha scelto un Professionale – dove ne troviamo uno ogni 16 alunni. Disabili, stranieri (12,4% nei Professionali italiani; 3,9% nei Licei) e adolescenti con famiglie di estrazione socio-culturale medio-bassa nei Professionali, l’élite nei Licei.

In Italia le scuole si classificano ancora alla maniera gentiliana, come si faceva quasi cent’anni fa: corsi di serie A per i benestanti e i dotati (anzi, facciamo solo benestanti e lasciamo perdere le doti, che “mio figlio prenderà il diploma di Liceo, dovesse metterci anche 10 anni!”), di serie B o C per tutti gli altri. La ragazzina con la mamma che fa la badante 20 ore al giorno torna a casa e, oltre a doversi fare da mangiare e a star dietro alle faccende o alla sorellina, dovrà trovare il tempo di pasticciare qualche esercizio sul quaderno coi risultati che possiamo immaginare, mentre il compagno col papà libero professionista o la mamma psicoterapeuta, in caso di dubbi sullo svolgimento di un compito, potrà sempre contare sull’aiuto di uno dei genitori.

Dov’è, qui, la scuola delle pari opportunità? Dove si collocherà professionalmente, ammesso che al diploma ci arrivi, l’alunno che parte in svantaggio? In basso, di nuovo. E non perché non abbia i talenti necessari per percorrere con successo altre strade, ma perché il destino glielo scriviamo già noi. Possibile che nessun ragazzino con disabilità desideri mai orientarsi verso studi classici? Non sarà che già il nostro sguardo ne condiziona la scelta? Che in fondo al cuore ciascuno di noi dà per scontato e trova normale che a chi nasce “diverso o più sfortunato” non si possa che offrire un percorso scolastico ritenuto “basso” e quindi più alla sua portata? In tutto questo ci mettiamo che al mattino, appena sceso dalla corriera e avvolto da muri di nebbie longobarde, il nostro eroe varca la soglia dei cancelli e si trova davanti la scuola-fabbricone, inquietante presagio del futuro che lo attende, coi suoi muri grigio topo, che spesso finiscono per diventare la tonalità dell’intera giornata. Una brava collega di Arte, da un paio di anni, progetta e realizza con gli studenti dei murales per tentare di abbellire l’ambiente scolastico. Non saranno affreschi secolari, ma hanno il sapore dei sogni degli adolescenti che li hanno realizzati. E io credo che il Bello, in ogni sua forma, restituisca dignità e desiderio di miglioramento a chiunque vi si trovi a contatto. Cosa proverebbero i nostri alunni stranieri (117 ne avevamo quest’anno, su neppure 650 studenti) se potessimo insegnare loro gli elementi fondamentali della nostra storia e della nostra cultura in aule secolari, affrescate e decorate, stando fisicamente immersi nel Medioevo e nel Rinascimento italiano?

Sono una insegnante di quelle che hanno fatto il concorso per entrare di ruolo. A breve mi assegneranno ad una scuola della Regione e la mia avventura nel fabbricone sarà terminata. Mi mancheranno, allora, le fughe dalle finestre del piano terra, le risse, i sonori vaffa di alcuni, i cani antidroga nelle aule, così come le scintille di luce, i gesti di solidarietà tra alunni, il divertimento autentico dei ragazzi durante i laboratori, la splendida “lettera a una professoressa” che una collega di italiano ha ricevuto da una sua classe quest’anno. Mi mancheranno anche le storie di successo formativo di molti che, nonostante tutto, ce l’hanno fatta. Forse mi sentirò un po’ strana a fare lezione alla maniera classica, davanti ad una platea silenziosa ed attenta. Mi verranno in mente le battute di alcuni “Ah insegni al professionale? Ma vai al Liceo che dà più soddisfazione!” o i servizi sugli esami di maturità dei tg nazionali, in cui si parla sempre e solo delle prove dei Licei, al massimo degli Istituti Tecnici, ma mai dei Professionali, neppure per sbaglio.

Ecco ciò di cui parlavo. La cultura che abbiamo costruito attorno alla scuola è, già in partenza, svalutante verso tutto ciò che non rientra nei percorsi considerati medio-alti (che poi dovremmo chiederci se richiede davvero più competenze e conoscenze ad un adolescente tradurre Aristotele, o rimanere due settimane in un centro diurno pieno di adulti con disabilità importanti da riconoscere e gestire). Sono stata per quattordici anni in un Istituto che si porta cucita addosso la nomea, non sempre giustificata, di refugium peccatorum, col risultato che l’etichetta è finita col diventare la classica profezia che si auto-avvera. Ciò che credo, oggi, è che, se le cose non cambieranno nel modo di pensare la scuola e i diversi indirizzi di studio, la forbice tra chi può sperare di puntare in alto e chi non può che rassegnarsi ad una vita in seconda fila non farà che allargarsi. E questa volta la colpa non sarà solo dei Ministri all’Istruzione senza laurea o dei Governi che non investono sulla scuola o sulla cultura. Sarà di tutti noi.

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