Gruppo Firenze: privatizzazione scuola statale è un mito degli studenti. Ingresso privato fondamentale per scuola-lavoro

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“Il mito della privatizzazione della scuola nelle proteste degli studenti”: si intitola così la provocatoria nota (riportata in calce) che il Gruppo di Firenze ha inviato nei giorni scorsi alla nostra redazione per tentare un’analisi del rifiuto aprioristico degli studenti al mecenatismo che potrebbe aiutare a sanare il divorzio tra istruzione e economia.  Ne abbiamo parlato con Giorgio Ragazzini.

“Il mito della privatizzazione della scuola nelle proteste degli studenti”: si intitola così la provocatoria nota (riportata in calce) che il Gruppo di Firenze ha inviato nei giorni scorsi alla nostra redazione per tentare un’analisi del rifiuto aprioristico degli studenti al mecenatismo che potrebbe aiutare a sanare il divorzio tra istruzione e economia.  Ne abbiamo parlato con Giorgio Ragazzini.

Le proteste studentesche prendono di mira l’ingresso dei finanziamenti privati nelle scuole. Come mai tutto ciò le sembra anacronistico? In fondo una buona parte dell’opinione pubblica continua a essere convinta del fatto che l’istruzione debba restare sotto l’egida esclusiva dello Stato.

È anacronistico il riflesso di ostilità indiscriminata nei confronti del privato e in particolare dell’impresa, quasi fossimo ai tempi di Dickens o anche nei nostri anni ’50, in cui peraltro c’erano anche imprenditori illuminati come Olivetti, che oggi tutti lodano, ma allora veniva bollato come un pericoloso paternalista. Prevedere la possibilità di finanziamenti privati non implica affatto, però, mettere in discussione il ruolo guida dello Stato nell’istruzione, di cui noi del Gruppo di Firenze siamo convinti difensori. La scuola pubblica dovrebbe rispondere in primo luogo a un mandato sociale. Se c’è un uso plausibile del termine “privatizzazione” a proposito della scuola, è proprio quello che indica l’indebolimento della sua natura di istituzione che trasmette ai giovani il nostro patrimonio culturale, con il rischio di diventare un puro e semplice servizio ai “privati cittadini”, visti quindi come clienti con le loro richieste e le loro pretese. Ne è un sintomo la sempre più diffusa conflittualità fra insegnanti e genitori, ma lo è anche l’ossessiva enfasi sulla “personalizzazione” dell’insegnamento.

Perché nel documento che qui riportiamo in calce parla di ‘mito’ della privatizzazione? Quali ideologie lo alimentano? Perché gli studenti ne sarebbero così affascinati?

Uso il termine “mito” nel senso più estensivo di idea che non corrisponde in nessun modo alla realtà. Lei però coglie giustamente anche l’elemento della fascinazione che emana il concetto, è come un idolo negativo di cui si ha bisogno per mobilitare le proprie energie, cosa del resto tipica dell’adolescenza e della giovinezza. La privatizzazione dei “beni comuni” sembra aver sostituito nel ruolo di nemico quello che per i loro (ormai) nonni era la società capitalistica. Solo che in genere la preparazione politica che viene fuori dai discorsi degli studenti non è per nulla adeguata rispetto alla complessità dei problemi di cui si occupano. Fra quelli che partecipano ai cortei non so quanti sanno bene perché lo fanno. Va anche detto che i giornalisti che li intervistano di rado li incalzano perché vadano oltre gli slogan. Anche questo rientra fra le forme di pseudo-benevolenza di cui sono oggetto e che non li fa crescere, come la tolleranza per le occupazioni.

“Certi testi studenteschi, invece, sembrano quasi auspicare un totale divorzio tra istruzione e economia. Del resto anche in alcune forze politiche è ancora viva e vegeta l’idea di una scuola più o meno licealizzata per tutti fino a diciotto anni, che in realtà garantirebbe soltanto una spettacolare impennata della già massiccia dispersione scolastica”.

Quale potrebbe essere un modello di giusta integrazione tra istruzione ed economia per il nostro Paese?

È un’integrazione già prevista dall’originario titolo quinto della Costituzione, che assegnava alle regioni la competenza legislativa per l’ “istruzione artigiana e professionale”. Una competenza regionale confermata nella riforma costituzionale del 2001, che parla ora di “istruzione e formazione professionale”. Il motivo è ovvio: bisogna preparare gli studenti per mestieri e professioni legati all’economia di una regione, non si può replicare gli stessi indirizzi di studio in zone completamente differenti dal punto di vista produttivo; e questo vale anche per gli istituti tecnici. Purtroppo negli ultimi vent’anni  negli istituti professionali e in una certa misura anche nei tecnici si sono tagliate le ore di laboratorio e aumentate le materie teoriche in nome di un’errata idea di cultura paraliceale. Ma un mestiere si impara soprattutto (anche se non solo) con la pratica.

A quali condizioni, secondo lei, potrà davvero realizzarsi l’ambizioso piano di integrazione tra mondo della scuola e mondo del lavoro così da assestare un colpo alla dispersione scolastica e contenere l’aumento della disoccupazione giovanile?

Prima condizione: fare gradualmente una sola cosa dell’istruzione e della formazione professionale. Quest’ultima in molte regioni è praticamente inesistente, mentre ci sono ovunque gli istituti professionali, spesso dotati di laboratori poco utilizzati per via della licealizzazione di cui parlavo prima. Ovviamente bisognerà cambiare i programmi in profondità, diminuendo le materie teoriche e aumentando fortemente l’attività pratica. È una mossa vincente anche contro gli abbandoni scolastici, come dimostra tra le altre l’esperienza del Trentino che è sceso sotto il 10%. Così come sono, i professionali deludono gran parte dei ragazzi che ci vanno pensando di mettere in gioco i loro talenti pratici, una scuola del fare, mentre trovano un sacco di materie teoriche.

Proprio in questa prospettiva ritengo sbagliata la battaglia contro eventuali contributi dei privati, che tra l’altro possono essere anche di singoli cittadini o associazioni, oltre che delle imprese. Non solo perché supplirebbero in parte alle ristrettezze dei bilanci pubblici, rendendo le scuole – soprattutto i tecnici e i professionali – più attrezzate e funzionali, ma anche perché comportano un dialogo tra scuola e economia che può giovare a entrambi e soprattutto al futuro lavorativo dei giovani. Inoltre questo incoraggiamento ad aiutare le scuole può promuovere il mecenatismo, una tradizione ancora debole nel nostro paese, mentre altrove, soprattutto negli Stati Uniti, è molto consolidata, perché chi è ricco sente spesso la responsabilità verso gli altri che gliene deriva. Infine, le garanzie contro la “svendita” della scuola ai privati denunciata dai movimenti studenteschi sono le norme sull’autonomia e i poteri decisionali dei Consigli d’Istituto; e mi sembrano piuttosto solide. 

IL MITO DELLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA NELLE PROTESTE DEGLI STUDENTI

Una delle parole d’ordine che più ricorrono nelle proteste studentesche è quella contro la “privatizzazione” della scuola pubblica. È un concetto mutuato dalla sinistra più legata al passato (a volte per il tramite di qualche docente che non ha ben chiaro il suo ruolo professionale), il cui significato resta in genere piuttosto vago. Lo spiega così un documento di studenti senesi, a commento della “Buona scuola” del governo Renzi: «La Buona Scuola … è in realtà la continuazione del modello di scuola immaginato dal ddl Aprea e in generale dai precedenti governi. Un modello con il quale i privati potranno influenzare la gestione delle scuole, sottomettendo a logiche di profitto gli indirizzi e gli obiettivi di ogni singolo istituto. Nonostante le lotte degli scorsi anni, quindi, Renzi porta avanti il processo di privatizzazione della scuola e di mercificazione dei saperi, promettendo incentivi e detassazioni a chi finanzia la scuola “pubblica”».

Non c’è in realtà nulla nella “Buona scuola” (e a dire il vero non c’era neppure nel ddl Aprea) che giustifichi il timore di una svendita della scuola pubblica. Le redini degli istituti resteranno saldamente in mano alla parte pubblica. Il regolamento dell’autonomia fissa le condizioni e i limiti percentuali entro cui si può modificare, ma solo con l’approvazione del Collegio dei docenti, il piano orario, per esempio aumentando le ore di una materia e diminuendo quelle di un’altra. A parte questo, inviterei gli studenti che in questi ultimi giorni, in polemica con Renzi, sono saliti sui banchi in stile professor Keating dell’Attimo fuggente, che incoraggiava in questo modo una varietà di punti di vista, a prenderne in considerazione almeno tre, prima di esprimere giudizi inappellabili. Il primo: la scuola, le aziende e soprattutto i ragazzi stessi hanno un interesse del tutto convergente a far sì che gli istituti tecnici e professionali, a cui soprattutto si pensa per eventuali finanziamenti, siano in grado di fornire una preparazione di alto livello, anche attraverso l’uso di moderni laboratori. Certi testi studenteschi, invece, sembrano quasi auspicare un totale divorzio tra istruzione e economia. Del resto anche in alcune forze politiche è ancora viva e vegeta l’idea di una scuola più o meno licealizzata per tutti fino a diciotto anni, che in realtà garantirebbe soltanto una spettacolare impennata della già massiccia dispersione scolastica.

Secondo punto di vista: proprio chi si batte contro il predominio della logica del profitto dovrebbe apprezzare il fatto che il mondo imprenditoriale venga incoraggiato a destinarne una parte a iniziative di utilità sociale. Negli Stati Uniti molti grandi industriali, come Bill Gates, Mark Zuckerberg, Warren Buffet e Michael Bloomberg, seguendo una lunga tradizione destinano somme enormi a scopi filantropici in patria e nel mondo, con una particolare preferenza proprio per l’istruzione.

Il terzo e ultimo punto di vista da cui i giovani dovrebbero osservare il rapporto tra scuola e aziende è che questa collaborazione potrebbe aumentare le loro possibilità di trovare un lavoro coerente con i loro studi. Con le cifre della disoccupazione giovanile a livelli stratosferici, l’obbiettivo delle lotte studentesche dovrebbe semmai essere quello di assicurarsi che le esperienze lavorative degli studenti chiamati a mettere alla prova sul campo le proprie capacità siano davvero serie e formative per durata e per qualità, in modo da costituire dei veri e propri trampolini verso il loro futuro professionale.

Giorgio Ragazzini
Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità

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