Grazie per questo meraviglioso anno scolastico! Lettera agli studenti

di redazione
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Luca Mastropasqua – È sempre difficile tracciare il bilancio di un anno di lavoro.

Non è un semplice riportare costi e ricavi, entrate e uscite di un’attività commerciale. Ma trovo che a fine anno sia d’obbligo riflettere su “come è andata”. O quantomeno provarci!
Lo scorso anno scolastico, che è stato anche il primo anno da docente, è stato l’anno in cui ho imparato “come si sta in classe”, o meglio ad “atteggiarmi” a docente: sì perché io credo che essere un insegnante sia molto più che firmare il registro, mettere voti e note, interrogare e, in fin dei conti, tormentare gli studenti. Tutti posso atteggiarsi a insegnanti, ma pochi lo sono davvero. Anche, ahimè, tra gli insegnanti che si aggirano lungo i corridoi delle scuole. Essere insegnanti significa essere un esempio, perché è solo con l’esempio che si può insegnare. Non posso insegnare la puntualità e poi arrivare in ritardo, così come non posso insegnare lo studio se io stesso non lo faccio.
Perciò se lo scorso anno l’ho impiegato ad atteggiarmi a insegnante, quest’anno ho profuso tutto le mie energie a tentare di esserlo veramente. Ho cercato di capire che tipo di insegnante voglio essere, per me e per i miei studenti. Ho cercato di essere un esempio. Quanto positivo, potranno dirmelo soltanto loro!
La cosa più straordinaria di cui mi sono reso conto quest’anno è che insegnando ho imparato: parlare con i ragazzi della pirateria durante l’età elisabettiana o del rigorismo morale di Kant mi ha regalato una consapevolezza che non proviene dai miei studi, ma dal dialogo educativo stesso!
E insieme alla scoperta della ricchezza di questa “cultura dialogata” ho imparato tante cose sulla figura del docente, con tutti i pro e i contro o, per essere più precisi, con tutti i privilegi e i pericoli insiti nella sua professionalità.
Ho imparato che lamentarsi sempre con gli studenti, dicendo loro che “non studiano” non serve a indurli allo studio.
Ho imparato che se mostro il profondo amore che provo per le mie discipline allora, forse, anche in loro germoglierà l’amore per la cultura.
Ho imparato che portare a lezione montagne di libri non appesantisce la lezione, se ogni libro è accompagnato dal racconto della passione del suo autore.
Ho imparato che nascere in me l’istinto vendicativo contro gli studenti che mi sfidano: ho scoperto che la vendetta lascia amarezza e senso di sconfitta, non senso di onnipotenza.
Ho imparato che punire non mi piace, ma una punizione inflitta con la massima durezza insegna molto più di una insipida condiscendenza.
Ho imparato a mostrarmi arrabbiato anche quando non lo ero affatto: con mio sottile piacere devo ammettere che per mantenere il controllo di classi turbolente un po’ di sana “incazzosità” può essere la medicina ideale.
Ho imparato che arrabbiarmi davvero con i ragazzi mi fa soffrire molto, mi fa tornare a casa con un senso di insoddisfazione e sconfitta, arrabbiato in primis con me stesso per la mia incapacità di trovare una soluzione diversa dall’astio.
Ho imparato che i voti rappresentano (ma non sono!) lo specchio della cultura degli alunni, perciò ai colleghi che dicono “non vi costa niente mettere otto!” rispondo “il mio otto sarà il premio per la costanza e l’impegno, non la mia carità”.
Ho imparato (per rimanere in tema) che un brutto voto non è una punizione, ma stimolo e motivo di crescita: motivare un voto negativo dicendo “meno male che abbiamo scoperto questa difficoltà adesso che possiamo sopperire” è da docente, sputare sentenze del tipo “non è cosa per te, cambia scuola” è da ignorante!
Ho imparato che i costanti incoraggiamenti non sono vani: anche se i risultati non sono quelli sperati, è stupefacente notare lo spessore umano che si può creare nel rapporto studente-docente.
Ho imparato che spingere gli alunni a superare costantemente i propri limiti è sfibrante, ma ammirare con quanta grazia ci riescano mi ripaga di ogni fatica.
Ho imparato ad ammirare non gli studenti eccelsi (quelli per i quali io, diciamocela tutta, sono superfluo!), ma quelli che, nonostante difficoltà spesso oggettive, raggiungono traguardi impensabili. Continuate così ragazzi, la maturità che otterrete da questi sacrifici sarà il premio che i “bravi” otterranno solo durante l’età adulta!
Ho imparato la diversità degli studenti è motivo di ricchezza per me e per loro: ogni difficoltà, ogni talento, ogni ferita dovrebbero spingere a riflettere.
Ho imparato ad assaporare con maggiore profondità libri già studiati: i libri sono universi che non si smette mai di esplorare perché non smettono mai di rivelarti nuove galassie di emozioni e significati.
Ma soprattutto…
… ho imparato a ridere e divertirmi a lezione insieme e mai alle spalle dei “miei” studenti.
Perciò ho capito che tutto il mio impegno negli anni avvenire sarà quello di trovare il modo di insegnare divertendomi con i ragazzi; non sarà facile, perché il piacere della cultura è diverso dalla frivolezza della baldoria! Riflettere sull’esistenza attraverso le parole di una canzone o le scene di un film, magari cogliendone l’ironia e il lato umoristico, non vuol dire “non fare niente”!
Perciò, ragazzi, smettetela di vedere nei libri dei nemici e nella cultura la sterilità di un deserto: la cultura è la vita stessa che “si spiega”, che si rende comprensibile; e il libro ne è il messaggero!
Non c’è alcuna differenza tra la cultura e la vostra vita: se volete viverla con la pienezza della felicità non c’è altra via del celebre Sapere aude! [osa sapere!] kantiano.
Solo chi non ama se stesso disprezza la cultura o, che è più facile, solo chi non si vuole bene odia i libri.
Perciò, ragazzi, imparate ad amare la cultura così come state imparando ad amare voi stessi!
Grazie per questo meraviglioso anno scolastico ragazzi.

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