Gramsci per la scuola

di Eleonora Fortunato
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Un nuovo libro su Gramsci, scritto da Donatella Coccoli e Giuseppe Benedetti, rimette in primo piano la possibilità di un progresso intellettuale generalizzato, contro l’inganno della scuola facile. E ci dà modo di spiegare la differenza tra una visione della scuola conservatrice e gentiliana e una visione progressista e gramsciana.

Ha senso ostinarsi a credere che la conoscenza non è un possesso di casta e ambire a un traguardo che contemperi raffinatezza intellettuale e cultura di massa? Pochi nella storia hanno dato o darebbero una risposta affermativa a questa domanda, ma quella di Antonio Gramsci risulta ancora oggi così persuasiva da spingerci a ripensare se non valga la pena rimettere simili istanze al centro delle politiche educative, anzi, della politica in generale, ricusando tutta una serie di chimere ideologiche e pedagogiche, inutili quando non dannose, degli ultimi anni.

Riuscirci, a dire sì, si può fare, ricollocando con Gramsci l’uomo al centro della storia, interpretando la natura umana come “fatto storico accertabile, entro certi limiti, coi metodi della filologia e della critica”, fondendo pensiero e azione, costruendo un “blocco intellettuale-morale”. Riuscirci attraverso la cultura, che per l’autore dei Quaderni dal carcere è un bene condivisibile, generalizzabile, “organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è prendere consapevolezza del proprio valore storico, comprendere quali sono i propri diritti e i propri doveri; è conoscere se stessi e quindi essere se stessi, ma anche conoscere se stessi attraverso gli altri”, parole in cui prende forma una sintesi armoniosa della profonda passione pedagogica del fondatore del Partito Comunista Italiano, una chiave di lettura convincente per comprendere la portata rivoluzionaria del pensiero che lo rende ancora oggi uno dei filosofi italiani più studiati al mondo.

Di seguito vi proponiamo l’intervista realizzata alla fine di luglio a Donatella Coccoli, giornalista del settimanale Left, e Giuseppe Benedetti, docente al Liceo Classico “Torquato Tasso” di Roma, autori di Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere (L’Asino d’oro edizioni, Roma 2018).

Unendo rigore filologico e passione militante, e rispondendo così a un preciso monito gramsciano, questo libro ci aiuta a focalizzare l’urgenza di rimettere la cultura e la conoscenza al centro della scuola e della politica. Tuttavia, scagliarsi contro il mantra delle competenze ‘utili per il mondo del lavoro’ espone immediatamente all’accusa di conservatorismo reazionario. Voi di solito come ve la cavate?

Coccoli: “Ci stai chiedendo come smontare l’accusa di ‘gentilismo’? Ma è molto semplice, siamo gramsciani! Non vediamo la scuola come strumento per replicare un ordine sociale prestabilito e cristallizzato, ma come via maestra per giungere alla messa in discussione radicale dello status quo.Trasmettere un sapere significa trasferire agli altri la bellezza e la forza creativa dell’esperienza umana, del cammino che l’uomo ha compiuto storicamente per giungere fino al momento presente, ma è chiaro che parliamo di un sapere in continuo divenire, dinamico, non da sacralizzare o mummificare perché venga consegnato integro a chi verrà dopo di noi”.

Benedetti: “Credo che basti già questa osservazione per rendere del tutto evidente la nostra distanza dalle posizioni nostalgiche e restauratrici di Galli della Loggia e di Mastrocola. Gramsci parlava molto chiaramente di una egemonia culturale che gli intellettuali avrebbero dovuto costruire insieme alle masse per orientare il progresso umano verso condizioni di maggiore equità e giustizia”.

Il sapere dinamico, calato nella realtà e privo di orpelli retorici, è proprio l’argomentazione che si porta a favore dell’Alternanza Scuola-Lavoro. Nel libro sostenete che Gramsci non l’avrebbe apprezzata, eppure lui era il teorico della filosofia della prassi e proprio insistendo sul legame vivo tra cultura e lavoro marcava la sua distanza dalla scuola idealistica, che contrapponeva atto meccanico e forza creatrice dello Spirito.

C.: “Le ultime riforme privano la scuola della sua potenzialità emancipatrice e gramsciana in senso stretto: permettere al ragazzo, quindi all’uomo, di immaginare una realtà diversa da quella in cui si trova costretto a vivere. È come se gli si dicesse: rassegnati, non c’è nulla da fare, basta con la fantasia, meglio sviluppare la capacità di adattarsi in fretta a condizioni di lavoro, e quindi di vita, in cui la capacità di pensare autonomamente e di criticare quello che altri decidono sarà ridotta al minimo. Senza contare che una volta veniva considerato ‘democratico’ concedere la possibilità di studiare agli operai – le 150 ore per il diritto allo studio -, oggi domina un’interpretazione diversa: si tolgono ore di scuola a tutti, non solo agli operai”.

B.: “Ed è per questo che almeno bisognerebbe avere il coraggio di chiamarla ‘Alternanza Scuola-lavoretti’! Il profondo legame che Gramsci instaurava tra ‘educazione’ e ‘istruzione’ oggi viene annacquato in semplici ‘istruzioni’ e certificazioni per attività che ora ci sono e domani non ci saranno più. Come insegnante mi vengono in mente due osservazioni: giorno per giorno diminuisce negli studenti l’attitudine alla critica e alla contestazione e va scemando in loro anche la capacità di articolare periodi ipotetici che richiedano l’uso dei verbi al futuro, quasi che non si riconoscessero nemmeno più la capacità di pensare a un avvenire”.

C.: “D’altra parte viviamo in un eterno presente, domina la politica dell’emergenza, la retorica dell’emergenza. Chi progetta per il domani? Per questo andava colpita la scuola, che è visione del futuro, vero elemento rivoluzionario della nostra società”.

Nessuno più ci contesta… Tuttavia non siete affatto teneri nemmeno col ’68. Che cosa hanno sbagliato gli studenti di allora?

B.: “Il movimento ha voluto colpire la scuola indistintamente in quanto istituzione classista invece di provare a trasformarla con un’idea nuova di conoscenza: è nata così una scuola di massa depotenziata, privata delle risorse strutturali che avrebbero potuto permettere ai ceti subalterni di dotarsi del bagaglio culturale necessario a porsi sullo stesso piano di quelle dominanti. Il livello delle richieste è stato abbassato per tutti, abbienti e non abbienti, con grave danno specialmente per gli ultimi”.

Non a caso come punto di riferimento intellettuale molta parte della sinistra ha scelto Don Milani e non Gramsci. Nel penultimo capitolo portate avanti una requisitoria abbastanza serrata contro il priore di Barbiana, dalla quale persino Marco Revelli, che firma la prefazione, prende le distanze. Perché è tanto difficile anche per gli uomini di sinistra riconoscere a Don Milani le sue responsabilità di anti-gramsciano?

B.: “Quello che noi non perdoniamo a Don Milani e su cui, a mio avviso, molti studiosi o sono miopi o fanno finta di esserlo, è l’aver trasferito meccanicamente lo scontro di classe nella scuola: da una parte i docenti oppressori e dall’altra gli studenti oppressi, da una parte il sapere concepito come un marchio distintivo, elitario e dall’altra uno studio esclusivamente pragmatico, utilitaristico. A don Milani si sono ispirati tanti docenti che hanno interpretato il loro lavoro come una missione piuttosto che come una professione, con tutti i limiti che ciò comporta, dal non sentirsi parte di una categoria a un rapporto intellettualistico e astratto con le altre componenti della scuola”.

Qualcuno avrebbe potuto mettere in evidenza questa ambiguità, forse i sindacati?

C.: “I sindacati purtroppo spesso hanno optato per la scuola come ammortizzatore sociale anziché come incubatore di nuove forze sociali in grado di reagire all’oppressione. È come se per molti anni avessimo dimenticato che la grande lezione di Gramsci era stata mettere al centro della sua visione filosofica e politica proprio gli insegnanti e gli studenti in un rapporto dialettico: chi sa di più non è più forte di chi sa di meno, non è fascista, semplicemente lavora per l’emancipazione dell’altro. Gli insegnanti, i politici, i giornalisti, gli intellettuali, tutti avrebbero dovuto interpretare in questa ottica il loro ruolo”.

Molte note carcerarie da voi riportate e commentate mettono in evidenza i limiti storici dell’azione degli intellettuali nel nostro paese (ricordiamo che il distacco tra intellettuali e popolo, tra cultura e vita, era una delle direttrici centrali della ricerca gramsciana) e sottolineano l’astio che Gramsci provava nei confronti di chi metteva la propria erudizione al servizio di una mentalità divisiva o comunque di casta. Se guardiamo al nostro presente, gli intellettuali militanti, i ‘filosofi democratici’ in cui si coglie il suo stesso afflato umanitario, non sono poi tantissimi.

C.: “L’opera di Gramsci ha avuto la rilevanza storica fondamentale di farci scoprire che l’intellettuale, se è veramente tale, non può vivere appartato, separato dalla società, ma acquisisce, per diffonderlo, un sapere concreto, frutto di una visione profondamente politica della sua attività. Il nuovo intellettuale – diceva Gramsci – è un ‘dirigente’ a tutti gli effetti, ma per raggiungere questo obiettivo deve sentire le esigenze del popolo, ambire a diventare una figura di raccordo tra gli individui, che attraverso la cultura riscoprono la loro unità. Si tratta di un rapporto pedagogico esattamente come quello tra maestro e allievo. La politica, dunque, è essenzialmente pedagogia. E meglio ancora, la cultura è politica”.

Spesso avviene anche che l’intellettuale non si isoli da sé, ma che qualcuno lo additi come elemento pericoloso, in grado di nuocere alla società. Senza perderci nella storia mondiale delle idee, voi negli ultimi capitoli del libro a un certo punto richiamate il bellissimo Mistero napoletano di Ermanno Rea, che ricorda alcune personalità gramsciane in senso stretto come Francesca Spada, Renzo Piccirinella, Guido Piegari (gente ‘innamorata dell’umanità’, dice Rea), che il PCI napoletano preferì sacrificare alla sua idea di ortodossia.

C.: “Rea era un intellettuale profondamente gramsciano e nei suoi libri-inchiesta sul Pci napoletano del secondo dopoguerra ha messo in luce che il partito era una chiesa nella quale il dissenso e la piena realizzazione delle donne non avevano vita facile. Conseguentemente anche la memoria di Gramsci… Purtroppo la questione meridionale che Gramsci poneva come prioritaria – non a caso per il giornale scelse il nome Unità, unione tra contadini del Sud e operai del Nord – è stata trascurata nella sua complessità dal partito comunista a partire da quel dopoguerra di cui parla Rea. E gli effetti si vedono ancora oggigiorno”.

Come mai l’egemonia culturale della sinistra nel nostro Paese – credo che non si possa negare il fatto che ci sia stata – non ha portato al formidabile cambiamento sociale preconizzato da Gramsci?

B.: “Si è trattato di una egemonia monca proprio perché mancava Gramsci, non dimentichiamo che nella sinistra c’è il cattolicesimo, mentre il lascito più rilevante di Gramsci è l’antidogmatismo e la non scissione tra pensiero e azione”.

Al di là delle questioni politiche, che cosa della sua pedagogia risultava indigeribile ai cattolici?

C.: “Pensiamo al rapporto tra docente e discente: per Gramsci è paritetico, mentre dall’altra parte troviamo una visione sostanzialmente paternalistica, come spieghiamo nelle pagine su Don Milani. Inoltre, la conoscenza per lui è un processo dialettico, un processo storico che si può attuare partendo dalla premessa della conoscibilità del reale, ‘nulla è inconoscibile, semplicemente non è ancora conosciuto’ amava ripetere”.

A quali classi subalterne Gramsci indirizzerebbe oggi la sua simpatia intellettuale e umana?

B.: “Non parlerei solo di classi subalterne, non farei l’errore, compiuto da molta parte della sinistra, di focalizzarmi su una categoria in particolare, gli immigrati, le scuole di periferia etc. Parlerei, invece, di tutte le persone, anche appartenenti a ceti sociali non particolarmente problematici, per le quali la cultura non ha nessun significato”.

Un’ultima domanda sulla ricezione del libro: come l’hanno accolto i ‘gramsciologi’, che immagino siano stati i primi lettori attenti delle vostre carte?

“In generale sembra che il libro abbia stimolato un ritorno alla lettura sistematica di Gramsci, alla ricerca di una via d’uscita dalla palude del pensiero unico. Soprattutto però abbiamo riscontrato interesse e curiosità da parte degli insegnanti che nel pensiero di Gramsci scoprono un punto di riferimento fondamentale per superare il caos che stanno vivendo da molti anni”.

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