Gli stipendi dei docenti più bassi di quelli di un operaio specializzato, Pacifico (Anief): servono 350 euro di aumento, più altri 100 euro per recuperare l’inflazione

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In Italia manca la valorizzazione stipendiale degli insegnanti: a sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ricordando che li stipendi dei nostri docenti a fine carriera sono la metà di quelli di altri Paesi, come la Germania, che occorre ancorarli al livello dell’inflazione recuperando i 7 punti persi negli ultimi anni e che l’accesso alla pensione avviene con una media di 5-6 anni rispetto altri Paesi europei.

Intervistato da Orizzonte Scuola, il sindacalista ha detto che “gli stipendi attuali non valorizzano la professione, sono spesso più bassi di un operaio specializzato e per i precari sono consumati per lavorare fuori, servono quindi solo per la sussistenza. Siamo sui 7-8 punti sotto l’inflazione, lontani dall’aumento costo della vita in Italia, oltre che dalla media Ue. Eppure la pandemia ha fatto emergere il ruolo dell’insegnante: una figura fondamentale per rilanciare il Paese”. Secondo Pacifico, quindi, gli aumenti da applicare con il prossimo contratto vanno contestualizzati alle necessità del comparto: non potranno essere inferiori ai “300-350 euro, oltre i 100 euro previsti nelle linee guida, per poterli allineare all’inflazione degli ultimi 13 anni”.

 

Il sindacato è impaziente: la partita sul rinnovo contrattuale della scuola stavolta non potrà tradire i lavoratori, non ci si potrà fermare a poco più del 3% di aumento dell’ultimo contratto, scaduto da quasi tre anni. “Il ministro – ha detto Marcello Pacifico durante l’intervista alla testata specializzata – ha emanato delle linee guida per l’atto di indirizzo, aspettiamo la convocazione Aran. Noi come Anief abbiamo già pronta la nostra piattaforma, che prevede l’utilizzo di quelle risorse che il governo ha promesso nel Patto per la scuola di maggio siglato con le confederazioni, firmato dal ministro Bianchi su delega del premier Draghi. Nel Patto si è detto di mettere delle risorse aggiuntive per la scuola e valorizzare la professionalità del mondo della scuola”.

 

L’Anief ha le idee chiare e chiederà “tre cose. Deve essere innanzitutto riconosciuta un’indennità di rischio biologico legata alla pandemia. Le vaccinazioni e le certificazioni verdi non hanno allontanato il rischio contagio, lo si vede dalle classi in quarantena. I rischi della didattica in presenza non sono stati annullati dalla vaccinazione né dall’obbligo del possesso del Green pass. Questo significa che quando si insegna nelle nostre scuole si può prendere il Covid. Il personale docente, come il personale medico, deve avere diritto a una specifica indennità di rischio Covid”. Secondo il presidente Anief i rischi professionali per la salute sono evidenti: sulla percentuale di indennizzo “se ne discuterà: diciamo almeno 10 euro al giorno e quindi 300 euro al mese”.

 

Al tavolo di contrattazione, il sindacato autonomo rivendicherà pura “un’indennità di incarico: tutto il personale a tempo determinato, dopo tre anni di supplenza, deve avere un’indennità che deve essere inserita nel contratto, senza dover ricorrere al tribunale. Bisogna eliminare – continua Pacifico – tutte le differenze nel trattamento economico e giuridico tra precari e personale di ruolo”.

Inoltre, visto che tre dipendenti della scuola su quattro sono donne “con percentuali che superano il 90% alla scuola primaria”, occorre “pensare ai problemi che possono avere le nostre donne insegnanti soprattutto legati alla mobilità” e quindi far cadere i “paletti della mobilità” per fare finalmente “coniugare la vita affettiva e familiare con il lavoro”. Parliamo del “vincolo dei tre anni e il vincolo riguardante le assegnazioni provvisorie: in Europa si parla tanto di favorire la mobilità transfrontaliera”.

E comunque – continua il leader dell’Anief – deve essere garantita un’indennità di sede che favorisca quegli insegnanti che vanno a lavorare lontano dalla propria residenza. Nel privato si chiama indennità di trasferta. Dobbiamo premiare chi lavora in zone diverse dal proprio domicilio e chi lavora in contesti più difficili, dove oggettivamente è più difficile insegnare. Per concludere: deve essere riconosciuto il burnout per il personale docente, condizione che permetterebbe di usufruire delle finestre per andare in pensione a 63 anni senza penalizzazioni. Sarebbe opportuno a 59-60 anni come avviene per le forze dell’arma”. Il sindacalista autonomo, infine, si è soffermato sulla piattaforma che l’Anief sta definendo “per portare le proposte per rinnovare il contratto. I principi li stiamo discutendo in più di 2.000 assemblee sindacali programmate nei mesi di ottobre, novembre e dicembre per arricchirli con le idee che vengono dai colleghi. Abbiamo aperto questo ciclo di assemblee a Palermo il primo ottobre con più di mille colleghi che hanno partecipato”, ha concluso Pacifico.

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