Gli stipendi dei docenti italiani sono bassi e fermi nel tempo, peggio di noi solo la Spagna: Anief chiede di incrementare l’entità degli scatti automatici introducendone nuovi a inizio e fine carriera

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In Italia gli stipendi iniziali degli insegnanti non sono solo modesti e abbondantemente sotto l’inflazione, inoltre dopo 35 anni di servizio crescono nemmeno del 50%; ci sono Paesi europei, invece, come Irlanda, Cipro, Paesi Bassi e Polonia, dove lo stipendio iniziale degli insegnanti può aumentare di oltre il 60% già nei primi 15 anni di carriera; in altri Paesi del Vecchio Continente, come il Portogallo, lo stipendio finale, dopo 34 anni di servizio addirittura supera il doppio di quello iniziale arrivando al 115,9%.

Sono numeri e percentuali che potevamo immaginare, ma non in queste proporzioni, quelli contenuti nel rapporto di Eurydice sugli stipendi e le indennità degli insegnanti e dei capi di istituto in Europa, Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe, 2020/2021, pubblicato in corrispondenza della Giornata mondiale degli insegnanti svolta ieri.

 

Quasi nessuno riesce a fare peggio dell’Italia. Forse la Spagna, dove gli insegnanti raggiungono l’aumento massimo dei loro compensi, pari al 42% dello stipendio iniziale, dopo ben 39 anni di servizio. “Ma è una eccezione – dichiara Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – perché nella norma in Europa si raggiunge l’apice della carriera già dopo qualche lustro, mentre in Italia il docente è ancorato a degli scatti automatici non certo ‘pesanti’ e troppo distanti uno dall’altro. Riteniamo che gli scatti automatici debbano raddoppiare di consistenza, con un aumento medio periodico di almeno 200 euro netti. Ma aumentare anche di numero, reintroducendo subito il primo ‘scaglione’ dopo tre anni di servizio riconosciuto e aggiungerne uno di sicuro al 38esimo anno di anzianità, considerando che la Legge Fornero ha costretto praticamente tutti i dipendenti a rimanere al lavoro fino a quasi 70 anni di età. Ecco perché l’Anief chiede dalla scorsa primavera di sbloccare il contratto, così come sembra stia accadendo ora con lo stanziamento aggiuntivo di 300 milioni di euro, che porteranno in media quasi 10 euro in più netti ad insegnante”.

 

“Oggi – ha continuato il sindacalista Anief durante un’intervista a Teleborsa – l’inflazione è troppo alta e non possiamo perdere tempo a cambiare tutto il contratto. Anche perché i dipendenti della scuola sono gli unici del pubblico impiego a non aver ancora firmato un contratto. È tempo quindi di dare loro 100 euro di aumento lordi e quasi 3.000 euro di arretrati. Governo e Ministero dell’Istruzione, una volta arrivato il sì della Funzione pubblica, potranno finalmente dare il consenso e andare insieme a firmare il contratto in Aran, per poi – conclude il leader Anief – andare a contrattare con il successivo Ccnl l’entità degli aumenti ulteriori, promessi in campagna elettorale da quasi tutti i partiti politici, andando anche a fare crescere di consistenza e di numero gli scatti di stipendio”

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