Gli insegnanti come le trote nell’acquedotto di Zurigo. Suonare in caso di tristezza

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“Suonare in caso di tristezza. Dialogo sulla scuola e sulla
democrazia” di Giuseppe Bagni e Giuseppe Buondonno, PM edizioni, aprile
2021.

Dal titolo ci si immagina forse uno scritto rivolto agli studenti, come se in questa fase la tristezza non possa riguardare che loro. Quando poi ci si inoltra nella lettura, si scopre che in effetti “Suonare in caso di tristezza” è stato scritto sulla porta d’ingresso di una scuola, una soglia che viene varcata dagli studenti come dai docenti e che, in più, ha anche un forte significato simbolico: al di fuori il parolame confuso che si fa intorno alla pedagogia, ai risultati dei test, alle competenze e alle conoscenze; all’interno l’immaginazione, le energie per la costruzione di un vero spazio di promozione delle qualità umane e della partecipazione democratica, perché “il sapere comincia dentro la vita dei ragazzi, e continua come vita sociale, come coscienza storica” (p. 106). Suonare il campanello significa allora permettere una contaminazione, facilitare un’osmosi, instaurare un vero approccio dialettico tra dentro e fuori. E pare proprio che i due Autori, scegliendo la forma dell’epistolario, mimino questo scambio per ricucire le lacerazioni più dannose e per rifondare un nuovo rapporto tra scuola e conoscenza, riaffermando il valore della cultura.

L’idea della soglia evocata nel titolo è, inoltre, fruttuosa per una delle riflessioni centrali portate avanti nel testo. Come in un vortice inarrestabile che, a ben vedere, è stato più il risultato di un uragano che il desiderabile punto di approdo a cui ammiccano tanti manifesti e tanti documenti anche ministeriali, l’emergenza pandemica e la didattica a distanza hanno, nei fatti, abolito i confini dell’aula, rompendo l’identità secolare tra tempo della didattica e spazio della didattica e facendo sì che la discussione pubblica sull’istruzione si sia completamente polarizzata intorno a espressioni come ‘scuola diffusa’, ‘città educanti’, ‘scuola senza confini’. Attenzione però all’ingerenza di enti locali e terzo settore – avvertono Bagni e Buondonno – perché “se tutto è scuola alla fine nulla è scuola” e nella confusione dei ruoli potrebbe farsi forte la tentazione di arroccarsi su posizioni di radicale distacco da tutti i tentativi di innovazione didattica, spesso bollati come “spazzatura neoliberista”. In che modo barcamenarsi, allora, tra il rifiuto intransigente e l’entusiasmo acritico? Richiamando la politica al compito di prendere in carico il tema di una vera riforma che faccia i conti con la pedagogia dell’era digitale, con le conquiste delle neuroscienze (“con gli aspetti percettivi mutati, con quelli elaborativi, con la capacità di concentrazione, con il mutato rapporto tra pensiero ed emozione”, p. 38), col mutato orizzonte di riferimento sociale, economico, ambientale, valoriale, uniti nella lotta contro un’involuzione elitaria tanto della scuola quanto della democrazia.

Pur in un atteggiamento di cauta sospensione tra apologia e nostalgia, tra accondiscendenza e catastrofismo, il dialogo accorato tra i due colleghi, che hanno alle spalle decenni di insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado e una storia di impegno politico e di militanza attiva (Bagni è membro del CSPI e presidente del CIDI e Buondonno responsabile Scuola di Sinistra Italiana), prosegue così con i toni del pamphlet politico: “Scelte radicali rendono necessari conflitti coraggiosi; perché le èlite esistono, hanno poteri e forza egemonica e non rinunciano, qualunque sia il prezzo, ai loro privilegi” (p. 103) è la sintesi che meglio illumina il senso della loro scuola “figlia di un conflitto e madre di un progetto”, radicalmente diversa da quel luogo “che produca esseri semplificati e produttivi, già pronti, divisi per categorie produttive e, come nella scuola gentiliana e pre-gentiliana, nettamente distinti tra classi dirigenti ed esecutive” (p. 119).
Pagine che, infine, sono anche una messa in circolo di visioni fulminanti: come quella della scuola che potrebbe sancire un’alleanza definitiva tra presbiti (i docenti, che vedono male da vicino, non conoscendo a fondo i linguaggi del presente) e miopi (i ragazzi, che di contro non hanno una visione prospettica sul lungo periodo), o degli insegnanti come le trote nell’acquedotto di Zurigo, “sentinelle della qualità della scuola e di conseguenza di quella del paese”, capaci di accorgersi di ciò che succede ai ragazzi in quanto unici adulti che nuotano nella loro stessa acqua (p. 178).

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