Gli audiolesi: una comunità linguistica?

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Giulia Boffa – La disabilità uditiva è al centro di un importante dibattito in Italia tra il Parlamento, le famiglie dei disabili sull’uso della LIS e i promotori dell’oralismo.

Giulia Boffa – La disabilità uditiva è al centro di un importante dibattito in Italia tra il Parlamento, le famiglie dei disabili sull’uso della LIS e i promotori dell’oralismo.

In Parlamento, alla Camera dei Deputati, è in discussione la proposta di legge C. 4207 “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della lingua dei segni italiana”, che riconosce la Lingua Italiana dei Segni come altra lingua da usare e diffondere per la comunicazione degli audiolesi. Tale legge è fortemente sostenuta dall’Ente Nazionale Sordi che, insistendo sul bilinguismo, ritiene che debba essere tutelato anche chi si esprime con la LIS e propone di superare le differenze per portare avanti una battaglia unitaria per i diritti.

Il progetto di legge è al contrario fortemente ostacolato dal Comitato Nazionale Genitori Disabili Uditivi, che, forti del parere della Società Italiana di Otorinolaringoiatria, Società Italiana di Audiologia e Foniatria, sostiene che invece ci debba essere un protocollo nazionale che comprenda screening neonatale, diagnosi, protesizzazione o impianto cocleare e abilitazione alla parola, in modo che sia possibile anche per i disabili uditivi poter parlare.

Il Comitato, nella sua relazione per l’audizione alla XII commissione del 24 maggio scorso, afferma che gli audiolesi, nati o diventati sordi profondi bilaterali entro il terzo anno di vita ed unici ad avere problemi nell’apprendimento della lingua, sono in Italia lo 0,04% della popolazione, cioè solo 23.000 su 60 milioni di abitanti, con in media 2 nati all’anno per provincia e di questi 23.000, oltre il 90% ha genitori udenti e sono pertanto troppo pochi per non tentare di estendere la possibilità di imparare a parlare piuttosto che usare solo la LIS, che sarebbe utile ad una ristretta cerchia di disabili con difficoltà all’apprendimento orale.

Inoltre il riconoscimento della LIS a livello di lingua nazionale renderebbe i disabili non più tali, ma minoranza linguistica e quindi verrebbero loro negate tutte le tutele economiche, sanitarie, sociali e lavorative previste dalle norme sulla disabilità per usufruire altresì di quelle previste per le minoranze linguistiche; una diagnosi neonatale nei primi 3/4 giorni di vita porterebbe, invece, all’accesso ai servizi sanitari definiti dallo Stato e realizzati dalle Regioni finalizzati alla protesizzazione o impianto cocleale e quindi all’abilitazione alla lingua orale in modo prioritario, favorendo l’integrazione e la piena indipendenza contro l’impiego della LIS che invece è fonte di spesa inesauribile e destinata a segnare la diversità, l’emarginazione e l’autoreferenzialità.

Ora la palla passa al nuovo Governo e l’esito su questa legge si fa sempre più incerto proprio per questa spaccatura interna alle stesse associazioni e potrebbero non mancare inattesi, nuovi sviluppi.

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