Gissi (CISL), reclutamento docenti: andare oltre la polemica “concorsi sì, concorsi no”

di redazione
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Maddalena Gissi, segretaria generale CISL Scuola – Nel suo articolo su Il Sole 24 ore di oggi Andrea Gavosto pone una questione sulla quale è impossibile non essere d’accordo: occorre dare alla scuola un corpo docente di elevata qualità.

Vorremmo però che anche il direttore della Fondazione Agnelli, uno degli osservatori più attenti e stimolanti sulle problematiche del sistema scolastico, ci aiutasse a uscire dagli spazi angusti di una discussione quasi sempre ridotta alla polemica “concorsi sì concorsi no”.

Noi ci abbiamo provato, riassumendo il nostro ragionamento in due dossier pubblicati nei mesi scorsi, nei quali si parte dai dati del precariato scolastico per trarre alcune considerazioni sulla dimostrata inefficacia delle scelte politiche fatte negli ultimi anni in tema di reclutamento, indicando poi una possibile direzione da intraprendere per un sistema che soddisfi due esigenze ugualmente ineludibili: garantire alla scuola apporti di elevata qualità professionale, valorizzare l’esperienza di lavoro, favorendone la necessaria stabilità.

Obiettivo, quest’ultimo, che costituisce un preciso interesse non solo per i lavoratori in condizione di precarietà, ma per il sistema scolastico e il tanto auspicato buon andamento del servizio.

Uscire dalla polemica “concorsi sì concorsi no” è fondamentale. Perché a quanti affermano che l’intesa governo sindacati, con le sue particolari modalità, non garantisce la necessaria qualità professionale degli insegnanti assunti, è facile rispondere che nemmeno il superamento di un concorso basta, di per sé, a dare garanzie sufficienti in tal senso.

Tant’è vero che l’assunzione di chi lo vince trova conferma solo dopo il superamento di un periodo di prova.

Peraltro, è lecito chiedersi perché si pongano in dubbio le competenze professionali del docente precario solo nel momento in cui si profila una sua immissione in ruolo, dopo avere utilizzato tranquillamente e per anni il suo lavoro, indispensabile perché la scuola potesse concretamente funzionare.

Il termine sanatoria è comunemente usato in termini dispregiativi, ma andrebbe dimostrato che non sia da “sanare” una situazione di precarietà del lavoro così estesa, giunta a sfiorare il 25% degli occupati nella scuola.

E questo nonostante l’orientamento di tutti i governi, da oltre dieci anni, a  privilegiare l’unicità del canale concorsuale “ordinario”, presunta panacea di tutti i mali, mentre i fatti smentivano clamorosamente i propositi, velleitari quanto improbabili, di sconfiggere la “supplentite”.

Di lavoro precario, per le sue peculiarità organizzative, la scuola avrà sempre necessità: si tratta di ridurlo al minimo indispensabile, privilegiando la stabilità del lavoro nell’interesse stesso, come già detto, del sistema.

Dopo di che, va consentito a chi accumula consistente esperienza di lavoro di poterla valorizzare anche ai fini di una legittima aspirazione alla sua stabilità.

Da qui la nostra opzione per un sistema di doppio canale di reclutamento (concorsi ordinari per esami, concorsi a prevalente valutazione dei titoli di servizio) che soddisfi in modo equo le aspettative dei neo laureati e dei precari. Evitando di alimentare le “guerre tra le diverse categorie di docenti”, ma puntando quanto più possibile a rimuoverne le cause.

Non manca, nella nostra proposta, il riferimento al tema richiamato da Gavosto quando denuncia l’assenza di una verifica delle competenze disciplinari e didattiche di chi entra in ruolo; questione che nel suo articolo viene riferita ai percorsi previsti dall’accordo MIUR sindacati, ma che andrebbe posta invece in termini generali.

Perché le procedure di reclutamento, quali esse siano, non bastano da sole a produrre “un corpo docente di qualità elevata”: occorre prevedere in ogni caso la presenza sistematica di consistenti azioni formative, indipendentemente dal percorso di accesso al ruolo. Questo consentirebbe non solo di verificare sul campo le competenze disciplinari e didattiche, ma anche di sostenere chi accede al lavoro nella scuola offrendogli un supporto quanto mai necessario nella delicata fase di ingresso. Vale per chi entra in ruolo, ma potrebbe valere anche per chi ottiene per la prima volta una supplenza per l’intero anno scolastico.

Il discorso andrebbe poi completato affrontando il tema dell’aggiornamento in servizio, indispensabile per una professione chiamata in modo particolare a fare i conti con processi sempre più accelerati di innovazione e cambiamento a livello scientifico, culturale, sociale e che va per questo adeguatamente sostenuta in modo permanente. Nessuna remora a discuterne anche in sede di rinnovo del contratto, fermo restando che non è così squilibrata rispetto ad altri Paesi – se non per la retribuzione! – la disciplina contrattuale dei docenti italiani.

L’accordo col MIUR affronta per l’ennesima volta un’emergenza attestata dall’evidenza dei numeri (25% di precariato), lo fa attraverso inevitabili mediazioni, dà risposta a legittime attese di chi lavora da anni nella scuola, non credo produrrà conseguenze più gravi di quelle che produrrebbe l’inerzia o che sta producendo una situazione di continui e spesso confusi interventi legislativi in materia di reclutamento.

Se un limite ha questa intesa, è quello della sua dichiarata transitorietà, laddove sarebbe indispensabile riprendere col necessario respiro strategico il dibattito culturale, sociale e istituzionale per un sistema di reclutamento omogeneo per tutti gli ordini e gradi e davvero funzionale alle esigenze della nostra scuola.

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