Giovani sognano di fare l’influencer, ma non si trovano più operai. Colpa della scuola o della famiglia? Inchiesta

di Vincenzo Brancatisano
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Non solo prof di matematica e altri insegnanti. Al Nord non si trovano neppure operai e tecnici. E sul banco degli imputati finisce anche la scuola.

Altro che scuole che non riescono a trovare docenti di matematica e di informatica da immettere in ruolo. Nemmeno le imprese (del Nord) riescono a trovare giovani dipendenti. Secondo tante denunce, i ragazzi di oggi non avrebbero voglia di impegnarsi sul lavoro e di investire sul futuro. Ai colloqui “chiedono subito quanto si guadagna, quanti sono i giorni di ferie, qual è l’orario e se si lavora il sabato.

E appena finito il periodo di prova cambia subito, in peggio, il comportamento”. Allargano le braccia i gommisti Claudio e Luca Zilibotti, padre e figlio, titolari della Liner Car, una storica azienda di Modena. Da qualche anno non riescono a trovare dipendenti affidabili che siano disposti a investire sul futuro, nonostante la buona possibilità di crescita professionale. Un problema che a loro dire investe anche le officine dei meccanici, anch’essi in difficoltà nel reperire manodopera. Il problema, leggendo le cronache locali, e i comunicati delle associazioni di categoria, è diffuso. Le imprese sono affamate di giovani.

I giovani hanno fame di lavoro? La risposta si sta sempre più spesso trasformando in “no” o al limite “boh”. Lo sottolinea alla Gazzetta di Modena, in un servizio di Gabriele Farina, Gilberto Luppi, presidente della Lapam-Confartigianato Modena-Reggio Emilia.

“L’artigianato e l’industria hanno bisogno di giovani – sottolinea Luppi – ma loro sono drogati da falsi miti. Vi sono le persone che basano il successo economico sui social e percorsi accademici che non avranno sbocchi. Gli esempi sono molti. Partiamo dall’edilizia. Per fare una casa servono cinque muratori, un geometra e un ingegnere, ma non troviamo più muratori. I giovani vogliono andare a fare l’influencer o lavorare da casa online”.

Sul banco degli imputati Luppi manda la scuola e la famiglia. Partiamo dalla scuola. “Nelle scuole medie descriviamo ai giovani l’economia reale in cui vivono, anche per guidarli nella scelta delle superiori. Appare impossibile che nelle nostre aziende non troviamo disegnatori. A questi incontri, che la nostra associazione svolge come una missione, vanno a parlare tanti imprenditori. Nella serata conclusiva si presentano però tre genitori su 20 ragazzi. E’ un insuccesso. E veniamo alla famiglia: “Le aspettative dei giovani sono drogate dai genitori – racconta Luppi alla Gazzetta – perché per loro a far lavorare i figli sembra un castigo. Contribuiscono a creare dei figli aspettative altissime verso il mondo del lavoro”. Fare il metalmeccanico? “Mamma mia. Ormai sono le madri a chiedere informazioni per i figli mentre loro sono a letto: serve un passo indietro”. Secondo Luppi il sistema scolastico andrebbe rivisto e invece si passa da una riforma all’altra, in particolare per l’alternanza scuola lavoro”.

Ma torniamo all’economia reale, nel senso di quel che succede realmente in azienda e già nei colloqui di lavolro e ai nostri gommisti. Luca Zilibotti ha 33 anni, e nel 2005, una volta diplomato all’Istituto tecnico indistriale “Enrico Fermi”, indirizzo Elettronica e Telecomunicazioni – peraltro uno dei migliori d’Italia in tema di occupabilità, secondo i dati di Eduscopio che abbiamo più volte pubblicato – decide, anche perché “deluso dai miei professori”, di abbandonare il settore che amava e di darsi a vari lavori approdando infine nell’officina del padre.

Luca Zilibotti, non tutti i mali vengono per nuocere. Lei ha abbandonato l’idea di continuare gli studi universitari ma ha trovato la sua strada.

“Ho raccolto la frutta, ho lavorato come magazziniere in un ferramenta, fino a quando ebbi l’opportunità di entrare nella ditta di famiglia. Era un settore che avevo conosciuto nei mesi estivi e per mia sorpresa mi ha appassionato molto”.

Cosa che non succede ai ragazzi di oggi, a quanto dite

“Quello che sto notando nei ragazzi in tutti i settori è la mancanza di voglia di crescere e di pianificare il futuro. Pensano solo al presente e ad avere tutto subito, lo vedevo anche nelle altre aziende dove ho lavorato. Quando ho fatto il passaggio da commercio ad artigianato ho fatto addirittura un passo indietro sul piano retributivo ma ero consapevole che questo mi avrebbe dato molto”.

Questo voglia di investire manca nei giovani, da quel che vede nei colloqui?

“Vedo che manca la volontà di mettersi in gioco, di accettare condizioni magari talvolta non favorevoli, ma che fanno intravedere nel futuro qualcosa di interessante. Molti ragazzi si soffermano allo stipendio, alle ferie. Sono importanti, ci mancherebbe, ma non sono tutto. Abbiamo avuto vari operai e apprendesti, ma in un anno abbiamo cambiato tre giovani che non hanno dimostrato affidabilità. Quando si arriva al punto e ci si attende una loro presenza, mancano”.

Si spieghi meglio

“Si pensi alle ferie. Io dico: potete prenderle quando volete, basta che si rispettino i turni in modo che si sia qui sempre in tre a lavorare. Niente, finite le ferie, magari scatta la malattia del week end. Oppure penso a un ragazzo, sempre molto bravo fino a quando ci ha chiesto, dopo solo sette mesi di apprendistato, ben trecento euro di aumento, senza che fosse neanche formato. Pretendere di essere arrivati a un traguardo importante dopo pochi mesi significa esser presuntuosi. E si può chiedere in tanti modi un aumento, lui ha scelto il modo peggiore: con un messaggio telefonico in un giorno di sua assenza. Una richiesta non consona alla situazione. Si parla di apprendistato. E quello del gommista non è un lavoro in catena, il ragazzo deve apprendere, deve avere un atteggiamento giusto sul posto di lavoro, il cliente è spesso in officina, occorre creare un buon rapporto con il pubblico. Ogni operazione e vettura hanno le loro caratteristiche, ci sono vari passaggi molto diversi tra di loro, il montaggio pneumatici è differente dal cerchio in lega o da quello tradizionale, ogni vettura prevede misure differenti. Il colore dei cerchi condiziona la lettura ottica dell’equilibratrice. Non sono operazioni difficili ma bisogna passarci tante volte prima di potersi definire gommista”.

Magari lo stipendio offerto non è adeguato.

“Macchè. Non abbiamo la minima intenzione di sottopagare. La nostra retribuzione suggerita dalla Cna per un giovane apprendista è di 1.000 euro, netti, fin dal primo giorno del periodo trimestrale di prova. E’ c’è la possibilità di crescere, dimostrando interesse e affidabilità”

Quali sono le cause di questo atteggiamento?

“I ragazzi sono abituati ad avere qualsiasi cosa dai genitori. E non è certo il reddito di cittadinanza, semmai incidono gli altri ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione che spesso disincentivano. Noi siamo felici, ma se analizziamo la situazione sociale siamo amareggiati. A chi che non piacerebbe avere tempo libero e viaggiare, però se le persone non s’impegnano dove si andrà a finire?”

Proviamo a fare un appello. Quali sono le figure che cercate?

“Mi aspetto persone che abbiano bisogno di lavorare e vogliano fare squadra con noi, che ci mettiamo la gran parte della fatica. Cerchiamo persone che vogliano impegnarsi a crearsi un futuro all’interno della nostra ditta. Le prospettive di crescita ci sono ma ne deve valere la pena. Oppure una persona che sappia già fare il mestiere e che sia in grado di soddisfare le nostre esigenze. L’importante è che si abbia la voglia di lavorare”.

Cgil: “La cosa ci lascia perplessi”

Se è vero, è un tipo di contratto che noi sosteniamo”, commenta Daniele Dieci, membro della Segreteria della Cgil di Modena. “Ma mi lascia perplesso – aggiunge il sindacalista – il fatto che di fronte a uno scenario negativo come quello che abbiamo davanti, ci sia un’azienda che non trova dipendenti. Daniele Dieci allude ad alcuni segnali provenienti dalle imprese modenesi che stanno facendo impensierire la Cgil di Modena, il territorio che rappresenta la locomotiva economica italiana. Per averne una misura si pensi che quando nel 2012 il terremoto colpì una piccola parte della provincia di Modena: Finale Emilia, Mirandola e altri pochi comuni, si disse che fu colpito l’1 per cento del Pil nazionale. Aumenta, secondo la Cgil, il tasso di disoccupazione da scoraggiamento e di sottoccupazione, aumentano i contratti a tempo determinato, i part time imposti e soprattutto la cassa integrazione straordinaria, quella che le imprese chiedono quando le cose si mettono davvero male. Per questo il sindacalista fa fatica a credere che sia generalizzabile il fatto che tanti giovani preferiscano stare in panciolle invece che investire in un lavoro contrattualizzato e retribuito il giusto. Il gommista Luca Zilibotti, come detto, individua negli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione, una possibile causa dell’atteggiamento di molti che preferiscono l’indennità rispetto al sacrificio di un lavoro al quale dedicarsi con dedizione per investire nel futuro. “Non dobbiamo confondere le questioni – osserva Dieci – Cassa integrazione e indennità di disoccupazione sono strumenti che nulla hanno a che fare con questa situazione. Sono strumenti che non hanno l’obiettivo di scoraggiare o tenere in panciolle le persone, sono un aiuto ai lavoratori che hanno perso il lavoro. Abbiamo licenziamenti e chiusure di aziende, la situazione non è delle migliori e per questo davvero facciamo fatica a entrare nella problematica. E’ comunque interessante capire come avvengono i percorsi di accesso al lavoro dei giovani, sul piano dei profili che servono e della formazione, occorre fare tanto affinché non si verifichi quello scollamento tra domanda e offerta di lavoro che crea distorsioni negative. E’ un tema complicato, ma intanto, al di là del caso specifico, nel lavoro degli apprendisti pretendiamo l’applicazione del contratto e che l’apprendistato sia reale, con la formazione prevista”. Si fa presto a parlare di apprendistato, esistono vari tipi.“Di norma – precisa Dieci – è un contratto di lavoro subordinato, con ferie, contributi e con tutto il pacchetto di diritti riconosciuti. E’ previsto uno scambio tra ore di formazione e retribuzione: io ti pago meno, dice l’impresa, ma ti offro della formazione, con ore che si possono svolgere in azienda, ti assumo ma ti pago meno perché ti sto formando. Però è necessario che siano ore reali di apprendistato e che la formazione sia fatta davvero, anche in aula se previsto, e che sia coerente”. L’apprendistato è un percorso che va valorizzato, è un contratto di lavoro subordinato, un buon inserimento lavorativo. Quando poi viene ratificato, da lì il livello retributivo cresce. Ma è importante che rientri nei contratti collettivi firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi, poiché ci sono anche delle proposte più piratesche, con livelli retributivi più bassi.”. Qui però si parla di 1000 euro netti al mese offerti fin da subito. “Sarei contento di vederlo, questo stipendio. Comunque, nei luoghi di lavoro i conflitti possono derivare da varie dinamiche, non credo che tutti i giovani siano scansafatiche, non credo che tutti siano così e che l’azienda abbia avuto la sfortuna di trovarli tutti lei. E se nel caso in questione è tutto vero, ci troviamo di fronte a un tipo di assunzione che noi sosteniamo” (Vi.bra.)

Ceccarini (CNA): “I ragazzi escono dalla scuola o dall’università e vorrebbero contesti dinamici più digitali e tecnologici e quindi abbiamo davanti due anime che fanno fatica a incontrarsi”.

I giovani hanno una visione diversa del lavoro rispetto a qualche anno fa e considerano appetibili ruoli e aziende che offrono tecnologia, flessibilità, setting dinamici, capacità di sviluppo”. Federica Ceccarini è responsabile del servizio “Eciparlavoro” della Cna di Modena. A lei abbiamo chiesto un commento alla denuncia raccolta nei giorni scorsi dalla Gazzetta da parte di due gommisti, Luca e Claudio Zilibotti della ditta Liner Car, che lamentavano le difficoltà a trovare giovani dipendenti disposti a impegnarsi e a investire sul lavoro, nonostante i 1000 euro netti al mese di stipendio corrisposto fin da subito e tutti i diritti previsti dal contratto collettivo oltre alla possibilità di crescita. Tra le lamentele, la difficoltà a relazionarsi, evidenziata ad esempio con la richiesta di un aumento di ben 300 euro dopo pochi mesi, inviata con un messaggino da un apprendista. “In effetti, il problema c’è”, ammette la responsabile dell’associazione modenese degli artigiani.

Da che cosa dipende il problema, dottoressa Ceccarini?

C’è una difficoltà di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, spesso imprese e lavoratori parlano linguaggi diversi e hanno una diversa visione. Se da un lato le imprese manifestano questi problemi, dall’altro lato i candidati non riscontrano in azienda ciò che cercano in termini di tecnologia e di capacità di sviluppo”.

Sono le aziende a doversi adattare alle esigenze dei giovani?

I ragazzi escono dalla scuola o dall’università e vorrebbero contesti dinamici più digitali e tecnologici e quindi abbiamo davanti due anime che fanno fatica a incontrarsi. Noi notiamo che i ragazzi che escono da scuola non hanno problemi di conoscenze. Hanno semmai difficoltà nel saper fare e nel saper essere. Sanno, ma non sanno fare. Sanno tanto, ma sanno far poco. E non sanno essere, o almeno non ancora. Non hanno imparato come si sta in un ambiente professionale, come ci si relaziona, come ci si rapporta con i colleghi, con i capi e come si trasformano i desideri in obiettivi. Mancano le soft skills. Non hanno cioè la sensibilità dovuta nel chiedere qualcosa, perché nessuno gliel’ha insegnata. E’ un problema se dopo tre mesi si chiede un aumento con il messaggino”.

Ci sono carenze su questo piano da parte della scuola?

Un punto di interesse importante riguarda il gap tra istruzione e mondo del lavoro, una questione della quale si discute tanto e che in effetti rappresenta uno degli aspetti su cui come associazione lavoriamo tanto collaborando con scuole, università e istituzioni identificando e attuando progetti proprio tesi a alleggerire il gap tra scuola e lavoro. D’altra parte, le aziende stanno cercando con grande fatica, lavoro e impegno, di cogliere l’opportunità del cambiamento che questo momento storico offre loro. Sono uscite dalla crisi cambiate, con la consapevolezza che un cambiamento è necessario. Dopo anni di difficoltà adesso è richiesto loro di cambiare pelle, diventare moderne. Quelle che se ne sono accorte, con tanto lavoro e con la collaborazione della nostra associazione, stanno cambiando rotta, modificando i processi, e soprattutto investono su quanto hanno di più prezioso: mettono al centro la persona. Sono consapevoli che le risorse umane hanno una necessità di attenzione maggiore rispetto a prima e che devono mettere le persone al primo posto. I ragazzi devono colmare le lacune ma le aziende devono fare il resto”.

Che cosa?

Devono rendersi economicamente appetibili per le risorse umane: sono le persone che consentono di arrivare al risultato”.

Molti lamentano che gli stipendi siano inadeguati. E’ questo?

Non è tanto lo stipendio che conta, interessa loro di più la flessibilità e l’integrazione del lavoro con la propria vita, sanno che non saranno nello stesso posto ma non lo vogliono nemmeno. Devono diventare appetibili su tanti fronti, ad esempio la tecnologia è una necessità. Paradossalmente, oggi alle aziende viene richiesto di soddisfare l’offerta di lavoro espressa dai candidati. E una delle novità è che i candidati non sono più passivi, anzi interloquiscono con le imprese e contrattano. Non c’è da scandalizzarsi, allora, c’è da chiedersi come la domanda di lavoro delle imprese possa essere appetibile per l’offerta dei candidati che, pur con i limiti descritti, detta molte delle regole del mercato. La sfida è fare in modo che il linguaggio dei candidati collimi con quello delle imprese”. (vi.bra.)

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