Giovani “sdraiati” e tecnologie: neuroni fanno ginnastica o subiscono alterazioni?

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“Se io me ne andavo di casa, a 20 anni, trovavo subito venti porte aperte e un lavoro che mi consentiva di vivere lontano dai genitori. Con 700 euro al mese, oggi, un giovane dove va?” Michele Serra ci parla delle angosce dei nostri ragazzi, iperconnessi e malati di teconologia

E’ il film del momento. E’ un film sui nostri ragazzi, sui nostri studenti, quelli che abbiamo davanti ogni giorno alle superiori e quelli che incontriamo per strada dopo mesi e anche dopo anni che hanno terminato gli studi. “Gli sdraiati” è il titolo di un film tratto dall’omonimo e fortunato romanzo breve scritto anni orsono da Michele Serra, editorialista del quotidiano La Repubblica, e ispirato al rapporto con suo figlio.

Un rapporto che accomuna tanti genitori a Serra che, in veste di scrittore-padre, è intervenuto a un dibattito sui giovani organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. E’ un breve romanzo nel quale si descrive l’assenza di rapporto tra un padre e il figlio maschio. Serra mette in evidenza due grandi differenze che corrono tra i ventenni di oggi e i suoi vent’anni. La differenza strutturale è semplice, spiega Serra: “Se io me ne andavo di casa, trovavo subito venti porte aperte che mi accoglievano, trovavo un lavoro che mi consentiva di vivere in autonomia e potevo vivere la mia vita come una rincorsa verso qualcosa. Il clima era diverso. Ora non si può. Se uno sbatte la porta perché se ne vorrebbe andare di casa per farsi la propria vita, fatica enormemente. So di laureati che sono anche brillanti e che lavorano per settecento euro. Settecento euro al mese non sono uno stipendio, sono un rimborso spese. E questo problema strutturale è la base di tutto”.

Ed è molto semplice capirlo, questo problema: “Se uno è stufo di essere sdraiato, con settecento euro non ce la può fare ad andarsene”. Ma c’è un altro aspetto, meno strutturale, ma molto preciso: “La mia casa – spiega Serra – non era la mia. Era la casa dei miei genitori. E se volevo amministrare il mio tempo e la mia vita come volevo io, dovevo andarmene, trovarmi una casa pur piccolina, cosa che ho fatto, avendo un lavoro”.

Ora invece “a casa dei genitori i ragazzi stanno benissimo”, osserva Serra, che ironizza, riprendendo le trame del romanzo che poi tanto romanzo non è: “Io ho una famiglia allargata, più che una casa è un grande casino. Mi capita di andare in cucina al mattino appena sveglio e trovare gente che non conosco, la ragazza di un amico di mio figlio, un’amica, insomma tanta gente che si trova bene a casa mia. Il combinato disposto di queste due cose, e cioè la stagnazione economica, con l’annessa difficoltà di trovare lavoro da un lato e il grande agio di stare in case confortevoli, dall’altro, fanno sì che la scelta di andarsene per tanti figli diventi difficile”.

Ma le passioni, la passione per ciò che si studia, per ciò che si fa, per ciò cui si aspira non dovrebbero aiutare a salvarsi? “Ogni genitore”, osserva Serra, “nel momento in cui si accorge che il figlio ha una passione verso qualcosa che lo attira, immediatamente dice: mio figlio è salvo. Il problema è che nessuno può insegnare ai figli ad appassionarsi, l’insorgere della passione è un miracolo, è una cosa che accade e quando accade la giovane persona è salva”.

La passione spinge sempre più spesso tanti ragazzi a lasciare l’Italia. Se ne vanno all’estero in cerca di prospettive non solo lavorative, eppure c’è una cappa di pessimismo e di malinconia diffusa che avvolge queste scelte. “Io sdrammatizzerei la questione estero – precisa Serra – perché è un po’ provinciale pensare che uno che se ne va parta per un’altra galassia. Gli italiani dovrebbero sprovincializzarsi. Dovremmo avere una visione più vasta, almeno europea. Occorrerebbe arrivare a pensare che se il proprio figlio lavora a Urbino o a Madrid non fa tutta questa differenza, a meno che non si voglia che il figlio abiti vicino alla nostra casina. Ma questo non fa bene alle madri e ai padri e neanche ai figli. La pressione soffocante non aiuta a crescere. Ma l’ipertutela è di tutta la società. Io sono contrario all’ipertutela del paziente nei confronti degli ospedali e dei medici, dell’alunno che può dire che l’insegnante è responsabile della sua impreparazione, del fumatore che denuncia le multinazionali.

Mio nonno era un fumatore ed era perfettamente consapevole che sarebbe prima o poi morto di tumore per colpa del fumo. Com’è possibile che oggi non siamo più responsabili di quel che facciamo? Questa roba qui è una cappa che va scossa, i ragazzi e anche ai genitori devono smetterla. Non è un discorso di destra, è un argomento di psicologia sociale. Se pensiamo che tutto ci sia dovuto, ogni mancanza ci sembrerà una catastrofe. Eravamo un paese poverissimo e analfabeta che ha fatto un salto grandissimo grazie ai nostri nonni e genitori. Certo, ora stiamo un po’male ma da qui a pensare che ci sia una congiura contro di noi ce ne passa”.

Sullo sfondo, la preoccupazione crescente per i rischi e le insidie legate all’avvento prorompente delle tecnologie digitali. E se da un lato ci sono scienziati ottimisti come Edoardo Boncinelli secondo cui i neuroni con le tecnologie fanno ginnastica, “ci sono, in merito, anche pareri contrari, ci sono sospetti su possibili alterazioni psichiche, già esistono i contraccolpi di ansia, la sindrome di non essere connessi, che spinge giovani a svegliarsi di notte per vedere se c’è qualche messaggio, parliamo di grave dipendenza insomma. La cosa certa è che siamo difronte alla più grande rivoluzione di sempre. L’unica cosa che posso dire è che se ne diventi schiavo, questa cosa diventa pericolosa”.

La chiave di volta e di salvezza è nel potere individuale di scelta, come sempre. “Io ho fiducia che i ragazzi che usano questi strumenti sappiano a che cosa servono e a che cosa non servono. Avere una passione salva, certo, ma anche sapere scegliere salva: saper dire questo sì e invece questo no. L’idea che qualcosa venga acceso è fantastica ma è fantastica anche l’idea che si possa spegnere ciò che non serve e dire non mi interessa, la lascio perdere. Non so se noi adulti siamo in grado di dare dei criteri tecnici ai ragazzi, ma dei criteri critici sì, dobbiamo darli”.

Non prendere tutto, è troppo, sii selettivo, questo è il dramma dei ragazzi di oggi: sapere scegliere ciò che non serve ed eliminarlo dal troppo che ci devasta la vita fin nell’intimità psichica. Poiché la persona che non sceglie diventa vittima di una macchina che lo stritola. Ma non basta. Occorre tornare al problema strutturale, se se ne vuole uscire. Occorre tornare ai settecento euro al mese. “C’è un rapporto da uno a otto tra il Pil delle nazioni e la ricchezza finanziaria mondiale – conclude Serra, che invita i partiti a occuparsi di questioni concrete in vista della campagna elettorale – O i soldi tornano nella produzione e nel lavoro, cioè dove servono, o concordo con chi vuol introdurre il reddito di cittadinanza”.

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