I giovani (non) amano la politica? Occorre opera pedagogica sistematica

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inviato da Luisa Piarulli – Andiamo verso una nuova tornata elettorale e, questa volta, la preoccupazione è ancora più accentuata.

Non parlo certo della scelta di un colore politico, bensì dell’atteggiamento di indifferenza dei nostri giovani che, tranne in pochi casi, sembrerebbero non solo disinformati e disorientati, ma anche distaccati, quasi imperturbabili.

La “cosa pubblica” non provoca interesse, la salvaguardia del “bene comune” sembra non rappresentare una priorità. Si teme l’astensionismo mentre i politici s’impegnano a formulare promesse di ogni genere. Ma torniamo a loro, ai giovani. La giovinezza rimanda all’idea di una dimensione nella quale prevalgono il vigore, l’energia, la motivazione, i sogni, gli ideali, la forza del pensiero, la sfida. Oggi non più. Pare che abbiamo i seduti, gli sdraiati, i ritirati oppure i bulli e le baby gang in vena di distruzione perché si “annoiano” e, mi permetto di aggiungere, gli etichettati. Il mondo adulto esprime naturalmente disappunto, critiche, giudizi di valore, senza però chiedersi realmente e concretamente le ragioni di tutto ciò, pur non mancando le analisi accurate degli specialisti di settore.

Ammettiamolo: i nostri giovani vivono, oggi più che nel passato, la disillusione creata da un mondo adulto che ha rubato loro il “tempo del sogno” e soprattutto del progetto, un mondo incapace di profondere passione, autenticità, onestà e lealtà, un sociale sospeso tra competitività, avidità e narcisismo. Quali modelli educativi mettiamo a disposizione? Il sociale, secondo il filosofo E. Lévinas, non è la società […] Il sociale è la responsabilità delle responsabilità. Di quali esempi di autentica responsabilità dispongono i giovani? A mio parere lo sconvolgimento espresso da certi adulti verso una categoria considerata di “perduti”, è davvero fuori luogo se non ipocrita. Forse, per la prima volta nella storia del nostro Paese, abbiamo cresciuto una generazione totalmente priva di riconoscimento in quanto Persone e dunque della dignità umana.

La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli più che significativi e sappiamo bene che senza lavoro –diritto sancito dalla nostra Costituzione- si perdono il desiderio, la voglia di sognare, la possibilità di scrivere un progetto di vita, di intravvedere il proprio futuro. È il tempo delle iper-competenze, dell’efficienza e dell’eccellenza assoluta (soprattutto in termini di valutazioni scolastiche). Pur nella massima considerazione delle eccellenze, spesso deprivate, non possiamo dimenticare tutti gli altri. Da pochi mesi si è celebrato il cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani, definito “il pedagogista rivoluzionario” e non si può fare a meno di pensare che oggi le discriminazioni continuano ad esserci, sono altre, ma ci sono e una delle sue citazioni più famose “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali”, sembra essere ancora molto attuale.

Probabilmente i nostri giovani non ce lo sanno esprimere in buoni modi che hanno perso la speranza, che si sentono abbandonati, poco inclusi, che hanno preso il sopravvento lo scoramento, la demotivazione, quantunque non si parli che dei giovani e della disoccupazione. Essi non ripongono più fiducia nei politikés nei quali identificano la politica stessa.

Tuttavia non è più tollerabile il disamore dei giovani verso questioni che dovrebbero vederli coinvolti direttamente, né stare in silenzio di fronte al loro palpabile senso di impotenza.

Verso quello che potrebbe essere un disastro epocale, occorre un’opera pedagogica profonda e sistematica: gli adulti vanno rieducati al dialogo, all’ascolto, all’attenzione, all’autentico interesse verso le idee e le proposte dei ragazzi. Non bastano le sporadiche iniziative condotte da insegnanti volenterosi e appassionati, è necessario un cambiamento del sistema.

Questa nostra giovane generazione sembra non avere lumi, è autisticamente isolata. Il progresso tecnologico, se da un lato offre innegabili vantaggi, dall’altra corre il rischio di creare un “tecnocratismo dominante” (Morin), facendo perdere di vista la componente della umanità, la dimensione emotiva, il prezioso tesoro della narrazione che passa attraverso la parola e lo sguardo. I nostri giovani sono catapultati in un sistema dove il tempo è liquido, lo spazio non ha forma. Si sa: i bambini imparano ciò che vedono e ciò che vivono e poi crescono rinsaldando ciò che hanno acquisito ora dai social, ora da adulti disorientati e soli.

Che cosa fare? Non ci sono ricette, occorrerebbe una nuova rivoluzione pedagogica. Nel frattempo riproponiamo ai nostri giovani la riflessione sull’etimologia della parola “politica”, dal greco polis, un termine introdotto dal filosofo Platone (428 a. C. – 348 a. C.) per definire un organismo educativo che vede protagonista la collettività nei riguardi del singolo e finalizzato al bene comune; rammentiamo loro che il filosofo Aristotele (384 a. C /322 a. C.) sostenne che l’uomo è per natura un “animale politico” e sociale, e che attraverso il logos, crea comunità e attiva il confronto.

Ritroviamo il tempo della conversazione, dell’andare versus l’Altro, per imparare ad ascoltare, ad attenzionare, a sondare la profondità della Conoscenza la quale non ci è data una volta per sempre. Essa ha carattere di dinamicità e include il dubbio e l’incertezza. Hegel affermava che “lo scetticismo è l’energia della mente” perché attacca i dogmi e le credenze (E. Morin, Insegnare a vivere).

Incoraggiamo i nostri ragazzi ad esprimere opinioni, idee, proposte, problematizziamo; essi sono assolutamente in grado di farlo, non ne vedono l’ora e poi spieghiamo che anche questo “è politica”. In questo modo gradatamente si acquisisce la consapevolezza dell’importanza di creare la dimensione del “noi” ovvero della collettività, un noi che si compone di ogni singolo soggetto, nessuno escluso, che il bene comune riguarda ciascuna individualità.

Scuola e famiglia, le due agenzie educativo-formative per eccellenza, devono restituire fiducia negli ideali e nei valori, devono rendere il tempo della progettualità, che è un tempo di fervida creatività. Rivalorizzare l’incontro intergenerazionale è una metodologia preziosa che permette da una parte la ri-valutazione degli anziani, categoria fantasma nel nostro sociale, dall’altra l’incontro, l’ascolto, la parola, l’esperienza, il coraggio, la biografia collettiva.

Il dibattito, se gestito come una modalità didattica consueta, rappresenta una preziosa risorsa in quanto educa i giovani a esprimere e motivare opinioni e giudizi su temi prestabiliti. Riacquisire l’oralità, il racconto, l’argomentazione, la comunicazione permette di stare attivamente dentro il mondo e non a margine, consente di maturare un pensiero transdisciplinare; solo così, forse, la politica sarà qualcosa che li riguarderà personalmente e potranno scegliere, assumendosi la responsabilità dell’azione.

Bisogna reagire alla resa dei nostri giovani, risvegliare una generazione che sembra sopita, assumerci le nostre responsabilità di adulti, restituire fiducia, ri-motivare, incoraggiare, sostenere, valorizzare, tendere con discrezione la mano per accompagnare il loro viaggio evolutivo. Sono certa che saranno proprio i nostri giovani a produrre il cambiamento necessario. Z. Bauman nel suo libro Scrivere il futuro, ricorda le parole di Antonio Gramsci: “ […] per prevedere la storia bisogna unirsi, organizzarsi. Dobbiamo farla, la storia”

Proponiamo le biografie o le opere di uomini che hanno offerto modelli esemplari; un altro testo di Lorenzo Milani, meno noto eppure particolarmente significativo in questo contesto è La scuola della disobbedienza (1965); Milani scriveva che “Non esiste obbedienza vera, profonda, non formale, senza disobbedienza come processo critico di assunzione di responsabilità”. E questi nostri giovani, sono certa, sapranno assumersi la responsabilità, anche attraverso il fare politica per difendere e tutelare il bene comune, saranno loro a salvare il sociale, a riscrivere un nuovo e buon capitolo di storia, ma occorre il ritorno all’Educazione, alla sua etimologia, per tirare fuori il bello e il meglio da ciascuno.

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