Gioco patologico e impegno educativo. Lettera

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 I diversi progetti orientati alla promozione della salute in tutte le varie forme e implicazioni,  riguardanti, soprattutto, i comportamenti a rischio, sta coinvolgendo la maggior parte  delle scuole che, con specifici progetti,  cercano di venire incontro  alle numerose problematiche  educative legate  alla diffusione di dipendenze e ludopatie  sempre più complesse,  difficili da gestire, controllare e contrastare.

Gli studenti, in pratica,  vengono direttamente coinvolti in questa importante battaglia di civiltà, per affermare la cultura del benessere e per riflettere su alcune tematiche sociali, come quella del gioco, che sta diventando  una vera e propria malattia sociale.

Cominciare dalla scuola per prevenire un pericolo così subdolo e insidioso che non risparmia nessuna età, è fondamentale, anche se, paradossalmente,   merita maggiore  attenzione la perdita, da parte dell’uomo,  della naturale disposizione ludica, ovvero, quella capacità che,  per giocare veramente, ti fa  ritornare bambino.

In pratica, in contesti  a forte contenuto tecnologico e orientati al guadagno facile e all’utile personale,  si stanno  diffondendo ambiguità e contraddizioni che  restringono quel  ventaglio di esperienze che trovano forza e sostegno in quella cosa naturale e universale chiamata “gioco”.

Non ci vuole molto per rendersi conto che in una società  paga del suo benessere, che ha collocato i propri interessi in attività più utilitarie  e ridotto il figlio a schermo di compiacenze egoistiche, il bambino resta sempre più solo, riesce sempre meno a trovare intorno a sé persone con  cui giocare e rapportarsi e trova appagamento in video-games e realtà virtuali che ostacolano il naturale atteggiamento ludico e creativo.

Si può dire che  la maggior parte dei ragazzi in età scolare ha quasi completamente smarrito  l’idea di gioco come passatempo, come attività spontanea capace di interagire con il proprio ambiente  e  soddisfare  le più comuni esperienze di vita.

L’adulto e la società in genere, hanno  difficoltà a creare qualcosa di adeguato alle esigenze dei bambini, rinunciano e non stimolano al gioco simbolico ed offrono loro soltanto prodotti finiti, cioè giochi pronti per giocare che non facilitano  comportamenti socialmente attivi e creativi e creano un  vuoto pericoloso e  incolmabile tra mondo della realtà e mondo della fantasia.

Emerge così nella maniera più ampia un sentimento anti educativo che ostacola e  impedisce la naturale relazione e conoscenza del  mondo esterno attraverso il gioco. C’è di più. La nostra società adulto-centrica,  inducendo notevolmente  il ruolo  della fantasia, del gioco  simbolico e creativo, trasferisce  nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza, bisogni che sono esclusivamente degli adulti.

Condizionato notevolmente dalla  sempre più invadente civiltà digitale e dalle magiche suggestioni indotte dagli strumenti tecnologici, il ragazzo cresce in fretta, impara prematuramente a vedere la realtà con occhi d’adulto ed a vivere secondo modelli esistenziali propri dell’adulto, privi di spirito creativo e rigidamente guidati dalla logica del profitto, del piacere, del successo e della visibilità ad ogni costo.

Tale problema a livello educativo non va sottovalutato e richiede interventi tempestivi per cercare di arginare questo triste e grave fenomeno.  Tutti gli studiosi sono concordi nel definire  il gioco un intermezzo della vita quotidiana, una ricreazione, un’ azione disinteressata che adorna e completa la vita e, come tale, è indispensabile.

Purtroppo, nella civiltà odierna molte sono le distorsioni educative e alcune modalità di svago  tendono, piuttosto,  a chiudere  i ragazzi in uno splendido, ma doloroso isolamento. Inoltre, ciò che più nuoce è il consumismo ludico-informativo che mistifica la realtà e  genera una preoccupante povertà e solitudine creativa.

In pratica, se la nostra civilizzata società vuole davvero rinnovarsi o ricostruirsi come cultura, come universo di valori, non deve ignorare che il gioco non può essere snaturato, non può essere privato dalla pura qualità ludica, perché, sostanzialmente, è  uno strumento di conoscenza, un modo concreto per strutturare modalità di confronto con la realtà, per costruire personalità mature e responsabili secondo un precipuo modello esistenziale.

Se il giocatore si perde nella sua passione, se oggi anche lo sport, che dovrebbe essere  l’elemento ludico per eccellenza della nostra cultura,  si è  allontanato dalla sfera del gioco, è perché  in questa nostra società negativamente molto più giocata dei periodi precedenti, manca una dimensione di autentica libertà. Non solo.  I numerosi giochi legati a vincite sempre più elevate e statisticamente perdenti, se rapportate all’ elevato numero di giocatori, condizionano a tal punto che stanno facendo  perdere  ogni sana e innocente disposizione ludica, ma soprattutto stanno assumendo caratteri sempre più seri e legati non più al divertimento, al rilassamento e all’autocontrollo, ma  all’ utopia della ricchezza e, conseguentemente, alla patologia.

Pertanto, dal punto di vista educativo la famiglia, la scuola, la società e le istituzioni tutte, dovrebbero, a partire dai primi anni di vita, far leva  sul  gioco sano,  sul  gioco autentico come categoria di vita primaria, come una delle più nobili  facoltà percettive ed  estetiche che siano date all’uomo, senza trascurare la pregnante e determinante funzione morale e sociale del gioco  che si riconosce in un preciso  modo di essere e di agire.

Il gioco comandato, il gioco indotto non è più gioco perché non è mai  un atto libero ed è frutto di un contagio nichilista che porta a scelte esistenziali negative.

Per evitare, perciò, che i ragazzi restino soffocati dalle patologiche manifestazioni ludiche dell’ odierna cultura, bisogna ripensare le modalità di vita della famiglia e le modalità di relazione e d’incontro dei genitori con i propri figli. Ma,  soprattutto, occorre costruire,  a vari livelli, una nuova dimensione comunicativa completamente affrancata da alcune mode educative e orientata alla valorizzazione e diffusione di una nuova, sana e  naturale cultura del gioco. Tecnica, pubblicità e propaganda non appartengono al gioco e sono strumenti pericolosi che creano campi d’azione entro i quali si cerca soltanto di superare o vincere l’altro.

Fernando Mazzeo (Pedagogista-Docente Scuola Secondaria di Primo Grado)

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