Giannelli (ANP): “A settembre no a responsabilità improprie per dirigenti e insegnanti e gli esami di Stato si facciano a distanza”. INTERVISTA

di Vincenzo Brancatisano

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Alunni a scuola a settembre con le mascherine, misurazione all’ingresso della temperatura corporea, vietato l’ingresso in classe in presenza di tosse e raffreddore, provvedimenti in caso di innalzamento della temperatura durante le lezioni per docenti e alunni, distanziamento dei bambini e distanze di sicurezza in sala insegnanti.

E ancora: eventuali turni, Ata in smart working – ma i collaboratori scolastici? – riunioni dei prof da svolgere in remoto, no all’assembramento in atrio, nei corridoi e nella zona snack-bevande, né durante le uscite. Infine: arieggiare e sanificare maniglie, giocattoli e chissà quante altri oggetti. Ma chi se ne dovrà occupare? A chi tocca farlo e soprattutto, su chi ricadranno le responsabilità civili e penali per gli eventuali contagi che dovessero avvenire a scuola, e che il decreto Cura Italia ha previsto come infortunio sul lavoro? E’ questo lo scenario, o meglio l’immaginario sotteso alle previsioni di inizio nuovo anno scolastico, con tutti gli interrogativi che la situazione porrà agli operatori della scuola e non solo a loro. Peraltro, secondo l’OMS la scelta se aprire o meno le scuole deve dipendere dal calcolo tra i benefici educativi e da quelli sanitari per studenti, insegnanti e personale.

L’Associazione nazionale presidi (Anp) chiede con forza che siano definite con la massima chiarezza – e al più presto – le effettive responsabilità dei dirigenti scolastici in materia di sicurezza sul luogo di lavoro, in particolare in questa fase emergenziale. La richiesta è arrivata nel corso del confronto tra i sindacati e il Comitato tecnico scientifico. “Questo è possibile – spiega il presidente di Anp, Antonello Giannelli – solo formalizzando un protocollo nazionale che preveda misure precise, univoche e puntuali, la cui applicazione garantisca la più ampia sicurezza negli ambienti della scuola ed eviti che responsabilità improprie siano imputate ai dirigenti scolastici. Non è, infatti, pensabile che ogni scuola definisca discrezionalmente le proprie misure anticontagio: la sicurezza è un bene che deve essere garantito dall’adozione di misure idonee a tutelare i diritti di tutti, validate dalle competenti autorità sanitarie e dagli organi tecnici. E’ solo attraverso un protocollo nazionale che si possono evitare ambiguità e fraintendimenti – si pensi solo alla distinzione tra pulizia, sanificazione, disinfezione e alla conseguente individuazione delle figure competenti – ed evitare che l’efficacia stessa delle misure sia compromessa. I dirigenti delle scuole sono pronti ad assumersi, come sempre, le responsabilità che competono al loro ruolo. In materia di sicurezza, è legittimo chiedere ai colleghi di attuare un protocollo ma non certo di formularlo. Operazione, questa, che presuppone il possesso di competenze al contempo molto specialistiche e molto diverse, non presenti in ogni singola scuola. Chiediamo dunque che il Ministero vari al più presto il protocollo nazionale per tutelare la sicurezza di tutti”.

Presidente Antonello Giannelli, non bastassero gli altri problemi, la scuola è piombata in un bel caos.

“La pandemia ha complicato una situazione già complicata. Fare scuola è diventata una cosa complicata. Si cerca di semplificare, ma oggettivamente questo non è agevole”

Quando lei ha scritto il suo libro“Rivoluzionare la scuola con gentilezza” non averebbe certo pensato di dover parlare di gestione della didattica nel bel mezzo di una pandemia. Se lo dovesse riscrivere oggi che cosa aggiungerebbe in quel volume?

“Sicuramente aggiungerei uno o due capitoli sulla didattica a distanza e sulla necessità di concentrarsi sulla didattica per competenze. Tanti studi ci dicono che occorre che le valutazioni debbano essere per competenze e che dunque serve impostare la didattica sulle competenze e lasciare la tradizionale impostazione per conoscenze. Il fatto è che il nostro mondo è molto ampio e ci mette molto tempo ad adeguarsi. Con questa pandemia però si sono fatti dei progressi”.

La didattica a distanza ha favorito l’impostazione per competenze?

“Costretti dagli eventi, gli insegnanti sono dovuti passare alla didattica per competenze. Peraltro molti alunni, seguendo la lezione da casa propria, se non interessati avrebbero spento il collegamento. Questo è stato un fatto positivo. Ho segnalazioni di ragazzi che prima non seguivano e che adesso sono più interessati perché ora sono stati presentati argomenti sulle competenze, un po’ come succede nelle scuole finlandesi, senza pensare che nella scuola finlandese si facciano dei miracoli. Ma non funziona più l’approccio tradizionale, in base al quale lo studente deve studiare altrimenti non sarà promosso e dovrà cambiare scuola, che vuol dire passare dal liceo al tecnico, o dal tecnico al professionale e da questo alla formazione professionale, in una sorta di continuo rinvio che non tiene conto del coinvolgimento dello studente. Occorre porre molta più attenzione a questo problema. Se a uno studente non piace studiare Leopardi occorre fare in modo che lui sappia leggere dei brani e sappia comprendere ciò che sta leggendo Invece si fa ancora centro sul contenuto e se non sai Leopardi ti boccio. Ma oggi questo non va più, non è piu la scuola di un tempo. Cinquant’anni fa si poteva dire: se non vuoi studiare quel che ti proponiamo, vai a lavorare. Ma la scuola gentiliana era la scuola per pochi e chi non voleva sottoporsi all’impegno scolastico aveva la possibilità di andare a lavorare, ma oggi non si può più fare così. Tra l’altro sappiamo che vari studi econometrici legano la ricchezza di una nazione e il suo Pil al livello medio degli anni dedicati allo studio. Il fatto dunque di tenere i ragazzi a scuola fino a 18 anni secondo me è un fatto di civiltà e di progresso”.

E che cos’è successo in questi mesi secondo lei?

“C’è una presa di consapevolezza. Certi docenti mi segnalano di quanto sia potente l’arma del coinvolgimentio emotivo. E quindi molti docenti hanno visto che tanti studenti che in presenza non studiavano, erano negligenti, invece hanno capito che si potevano prendere in altro modo, con lavori che si potevano fare a distanza con questa didattica diversa. Questi ragazzi sono stati più motivati e hanno ottenuto risultati più positivi”.

Non mancano insegnanti che sottolinenao le tante difficoltà incontrate

“Ci tengo a precisare che io non dico che la didattica sia la panacea di tutti i problemi, sto dicendo che c’è una presa di consapevolezza. Inoltre molti alunni si sono persi per ragioni socio-economiche, hanno pesato spesso le difficoltà culturali di molte famiglie, ci sono situazioni di scarsa disponibilità economica e di risorse e ambienti deprivati. Dunque è chiaro che le difficoltà esistono ma bisogna trovare qualcosa che consenta di superarle. Dopo di che bisogna considerare che le cose si imparano, i bambini si riadattano. In termini di responsabilità personale la crescita è enorme. Si va a scuola non solo per imparare le tabelline ma soprattutto per acquisire consapevolezza dei propri limiti ma anche delle proprie potenzialità di fronte alle difficoltà. Se il bambino sa di poter imparare qualsiasi cosa questo rafforza la propria autostima e impara di più. Acquisisce cioè la consapevolezza che se si mette a studiare impara. E la scuola deve aiutare a far sì che l’alunno abbia fiducia in se stesso e acquisca consapevolezza nelle proprie possibilità. Del resto perché si tende a non bocciare i ragazzi? Perché la bocciatura crea una disistima che è nociva per i ragazzi. Oggi se bocci uno studente di 15 anni e gli dici di andare a lavorare farai di lui un disadattato, creando in certi ambienti anche il rischio che finisca in mano alla criminalità”

Che cosa stiamo imparando dalla lezione di fronte alla quale ci ha messi la pandemia?

“Abbiamo imparato che i bambini messi di fronte alle difficoltà le superano e diventano autonomi. Il problema è che i bambini devono essere spinti dalla scuola a diventare autonomi. A scuola si va non per imparare ma per imparare a imparare. Il bambino deve apprendere una competenza importante che è quella di come fare per accrescere la propria cultura. Più sono piccoli e più imparano. Il cervello dei bambini è una spugna. Comparativamente il loro cervello è più plastico. E da questo punto di vista la didattica a distanza è un interessante esperimento didattico. Bisogna compiere una riflessione. Le criticità le abbiamo viste con gli alunni disabili, con i Dsa, per i quali il Cnr ha fornito tante applicazioni. Serve personale formato. Questo dimostra ancora una volta che per migliorare, il progresso dell’umanità è avvenuto e avviene per eventi casuali. Come la scoperta del fuoco attraverso lo sfregamento delle pietre, il progresso viene innescato quando si fanno tanti tentativi: certo, alcuni andranno male, ma altri andranno meglio, questo è l’accrescimento della cultura dell’homo sapiens. Il fatto che non sia andato tutto bene non vuol dire che non occorra valutare le cose che sono andate bene e riflettere su quelle che invece non sono venute bene”.

Veniamo alle questioni più pratiche e impellenti. La pandemia non è sparita e ora che ci si propone di uscire di casa e di rientare a scuola, a settembre e, ancora prima, per esami di Stato di giugno, le esigenze sanitarie sono diventate paradossalmente più pressanti con tutto quel che ne cosegue per gli operatori scolastici e per gli studenti. Voi avete incontrato il Comitato tecnico scientifico: quali sono le vostre preoccupazioni?

“Il Comitato tecnico scientifico ci deve dare delle regole sanitarie. E’ molto piu facile organizzare un capannone che non una scuola. A scuola c’è un movimento continuo di persone e si pongono dei problemi che altrove non ci sono ma non si può accettare l’idea che se succede qualcosa allora automaticamente presidi e docenti debbano essere colpevolizzati. Lo abbiamo fatto presente al ministro e al Comitato. Devono essere introdotte delle innovazioni legislative, poiché il decreto Cura Italia ha stabilito che il contagio è considerato infortunio sul lavoro, che è un modo folle di interpretare la responsabilità. Quindi abbiamo chiesto che si tenga conto del problema e che dal punto di vista delle responsabilità non si debba essere perseguibili, fermo restando il tema della tutela dei lavoratori. In altri termini, l’esigenza di riaprire le scuole è una scelta politica ma le conseguenze delle scelte non possono ricadere sui presidi e i docenti”

I presidi sono preoccupati?

“Sì, sono molto preoccupati, la responsabilità da infortnuio è inaccettabile”.

E i docenti?

“Per loro vale qualcosa di analogo, hanno la responsabilità di una classe, se non si rispettano le regole sarebbero responsabili, come succede con la vigilanza. Si pensi agli alunni che non stessero al loro posto o ad altre situazioni simili: ma come possono fare i docenti per impedire che un alunno non tolga per scherzo la mascherina al compagno nel cambio d’ora? Come si fa a caricare le persone di queste responsabilità? I compiti dei lavoratori devono essere esigibili, ma se diventano inesigibili…”.

Si stanno facendo i preparativi per la sanificazione degli ambienti scolastici. A chi tocca farlo?

“Secondo noi la sanificazione dev’essere effettuarta da ditte specializzate, non possiamno pensare che possa spettare ai bidelli, finché si tratta di usare dei disinfettanti va bene, ma se si tratta di usare sostanze particolari, la competenza loro non ce l’hanno. Abbiamo visto tutti le squadre in tuta bianca con opportuni spruzzatori. Se servisse un lavoro del genere occorrerebbe fare ricorso a ditte specializzate, in caso contrario significa dover formare il personale e prevedere attrezzature ma non è uno scherzo, non si può fare in poco tempo”.

Si riuscirà davvero a garantire il distanziamento tra i bambini e i ragazzi a scuola?

“Il distanziamento a mio avviso non è attuabile. Magari nei piccoli comuni ci sono scuole con pochi bambini ma nelle realtà metropolitane e in quelle di medie dimensione sono talmente tanti i bambini e i ragazzi che il distanziamento sarebbe difficoltoso. Organizzarsi con metà classe a scuola e l’altra metà a casa è un’idea praticabile ma vedo grandi difficoltà organizzative, si richiede il cablaggio di tutte le scuole e di tutte le aule”.

Limitare il fenomeno delle classi pollaio servirà a qualcosa?

“Non è una questione di classi pollaio. Anche una classe con venti alunni, che non è una classe pollaio, ha comunque un numero di metri quadrati non sufficienti. Se avessimo trenta alunni in un salone il problema non si porrebbe. Ma gli edifici che abbiamo sono stati costruiti prima degli anni ‘70, le scuole moderne sono poche. Ci sono scuole moderne che hanno un’architettura che tiene conto di modelli nuovi, con spazi adeguati, anche con pareti rimovibili, ma in generale abbiamo un problema diffuso di obsolescenza. Il problema del distanziamento è un problema di numero di alunni per il numero dei metri quadri delle aule e dunque può essere difficile il distanziamento, quindi se lo si dovrà rispettare occorrerà continuare con la didattica a distanza perché non sarà possibile fare altrimenti e, in questo caso, si pensi ai problemi che questo comporterebbe per le famiglie. Dobbiamo sperare che a settembre le cose vadano meglio con il virus e stare intanto attenti a far sì che le aperture non favoriscano la recrudescenza e sperare in un vaccino”.

Lei s’immagina gli alunni e i docenti a settembre in classe con le mascherine?

“Dovremo convivere con il virus, con o senza mascherine. Se saranno imposte le faremo mettere ma si creerebbe una situazione difficoltosa. E’ molto importante nell’insegnamento comunicare con le emozioni, e coprirsi il viso con una mascherina produrrebbe un grosso limite all’azione didattica”.

In attesa delle buone notizie a settembre, crescono intanto le preoccupazioni in vista degli esami di Stato a giugno

“Abbiamo riferito al Cts le nostre perplessità in merito agli esami da svolgere in presenza. E’ chiaro che l’esame ha una grande importanza simbolica, ma dobbiamo considerare che c’è una pandemia in corso e non riesco a capire come mai si possa fare un esame di laura a distanza e invece non si possa fare un esame di Stato a distanza. Si consideri inoltre l’età media dei docenti, che va oltre i 55 anni, c’è molta preoccupazione, noi siamo perplessi su questo. Non siamo per una chiusura, tutto deve riaprire, questo è chiaro. Ma in tutti quei casi dove non sia proprio necessario riteniamo che si debba compiere una riflessione in merito all’opportunità di tenere gli esami in presenza. Tuttavia, da quello che sappiamo sembrerebbe che per il Comitato tecnico scientifico l’esame si possa fare in presenza senza particolari rischi. In ogni caso abbiamo chiesto un protocollo nazionale con delle regole chiare da rispettare in modo che, se saranno rispettate, non ci possano essere responsabilità per nessuno. Non si può chiedere a una persona di essere responsabile per le condotte degli altri. E ci sarebbe più tempo per modificare la normativa sulle responsibilità entro settembre che non entro giugno”

Intanto l’amministrazione sta incontrando difficoltà a reperire i presidenti di Commissione tra i docenti.

“Il problema c’è. Secondo l’Inail dopo i 55 anni i docenti sono soggetti vulnerabili, d’altra parte molte persone possono avere parenti malati o immunodepressi e quindi se esponiano tutte queste persone non è certo che riusciremo a formare le Commissioni e questa è una ragione che spinge a pensare che non sia opportuno che la maturità si faccia in presenza. Insisto: non siamo per la chiusura a tutti i costi poichè tutto dovrà piano piano riaprire. Ma in tutti quei casi dove non sia proprio necessario credo sia opportuno fare una riflessione in più”.

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