Giacomo, Jam e la solitudine. Lettera

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Inviato da Gianni Mereghetti – Giacomo era un ragazzo di diciotto anni, la scuola non lo appassionava molto, tanto che faceva le sue fatiche, però riusciva a cavarsela sempre con risultati nel complesso discreti.

A diciott’anni aveva scoperto di essere solo, non che non avesse amici, li aveva e con loro faceva di tutto, dallo studiare insieme per aiutarsi nei momenti di difficoltà allo sballo del sabato sera, quando si dimenticavano le fatiche della settimana e si cercava un fiotto di istintiva quanto fuggevole felicità.

Si faceva tutto insieme ma di fatto più si faceva e più si apriva la voragine della solitudine. Giacomo era andato dalla psicologa della scuola, una persona molto attenta e gentile ma che non era riuscita a cogliere a che cosa fosse dovuta la sua sofferenza, visto che di amici ne aveva e che per di più avevano una grande stima per lui. La psicologa gli aveva detto di guardare alla realtà che era diversa dalle sue immaginazioni per cui Giacomo si era sentito come un malato che doveva guarire dalla sua patologia psicologica. Il sacerdote della parrocchia era stato più duro con Giacomo, erano le sue compagnie che lo facevano sentire solo, era la pratica del sabato sera a sfasciare la sua umanità, per cui la soluzione era una, e una sola, abbandonare i suoi attuali amici e cercarne altri. Quando don Luigi gli aveva detto questo lui aveva fatto passare nella mente i volti degli amici più cari, di Carlo, di Federico, di Francesco, di Paolo, di Mohammed e gli si era stretto il cuore. Si insieme avevano fatto cose inverosimili, ma ad ognuno di loro lui voleva bene!

Giacomo si portava dentro la sofferenza della sua solitudine e nessuno lo aiutava, perché nessuno lo voleva capire, ognuno, anche i suoi stessi amici, voleva estirpare quel tumore, dopo di che ci sarebbe stata la tranquillità del suo animo. Di questo erano convinti tutti, che la solitudine era uno stato d’animo da trattare o psicologicamente o moralisticamente. Tutti, proprio tutti avevano la stessa idea, Giacomo doveva liberarsi dal suo male.

Una sera con alcuni suoi amici era andato ad un concerto rap, a lui questa musica piaceva e aveva conosciuto un rapper, Jam, che cantava la solitudine. Giacomo era rimasto colpito dalle sue canzoni e aveva voluto conoscerlo. Jam gli aveva detto dove nasceva la sua musica, il grido che esplodeva dal cuore e che dettava il ritmo della musica e delle parole. Per questo lui cantava in modo così spezzettato e incompiuto, perché la vita porta dentro una frantumazione che l’uomo non riesce a ricomporre. “Ma come?” gli aveva detto Giacomo “Allora il rap non e’ una disorganica espressione di sentimenti?” “Assolutamente! Il rap esprime la vita, e la vita porta dentro una incompiutezza che grida.” Giacomo aveva voluto tornare nella discoteca e riascoltare le canzoni di Jam, il modo con cui parlava di solitudine era nuovo, la prendeva sul serio e non voleva cancellarla. “Dentro lo stadio mentre tutti si esaltano per il concerto io sono solo, non come un cane, solo come un uomo a guardare dentro di me. Mi dicono di non pensarci, di sballarmi con l’alcool o la droga, l’ho fatto e non mi sono sentito solo, bensì vuoto, fino in fondo vuoto. Solitudine tu invece fammi compagnia, ho bisogno di te!”

Alla fine del concerto Giacomo era andato a salutare Jam, lo aveva ringraziato e gli aveva chiesto di potersi rivedere, per una pizza o per una birra, come voleva lui.

Jam si era meravigliato, non succedeva di trovare ragazzi che si fermassero ai contenuti del rap, bastava gridare le notte folli in discoteca. Gli aveva chiesto il perché di quella gratitudine. E Giacomo gli aveva risposto che quella sera la sua solitudine non era stata considerata una patologia, ma era stata presa sul serio. Così lui ne aveva capito l’origine, lui aveva bisogno di essere preso sul serio, questa era la domanda che friggeva nella sua solitudine, che qualcuno lo prendesse sul serio. E Jam lo aveva preso sul serio!

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