Ghizzoni (PD): crediamo nell’organico funzionale. Postilla su utilizzo docente di ruolo su insegnamenti per cui non possiede abilitazione

di Vincenzo Brancatisano
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“E’ davvero difficile orientarsi perché ancora non ci hanno trasmesso il testo”. E’ questo il primo giudizio espresso dalla deputata Pd, Manuela Ghizzoni, ospite ieri sera dell’incontro di approfondimento sui temi della riforma della scuola organizzato dal Pd di Soliera, in provincia di Modena, quale componente della Commissione Istruzione della Camera.

“E’ davvero difficile orientarsi perché ancora non ci hanno trasmesso il testo”. E’ questo il primo giudizio espresso dalla deputata Pd, Manuela Ghizzoni, ospite ieri sera dell’incontro di approfondimento sui temi della riforma della scuola organizzato dal Pd di Soliera, in provincia di Modena, quale componente della Commissione Istruzione della Camera.

Commissione che nelle prossime settimane sarà impegnata a discutere il disegno di legge sulla Buona scuola. Nonostante le difficoltà interpretative dovute alla circostanza che il disegno di legge si trova attualmente sulla scrivania dei controllori della Ragioneria dello Stato, che potrebbero impallinare le norme volute da Renzi e dal proprio staff, a Ghizzoni “non sfugge un elemento” e cioè, precisa, “il fatto che ci sia un investimento importante destinato a incrementare l’organico della scuola” anche se si dice rammaricata per la circostanza che non siano previsti incrementi sul personale Ata.

Ghizzoni apprezza le linee portanti della riforma, quale l’introduzione dell’organico funzionale, destinato a sconvolgere – in positivo, almeno nelle intenzioni del governo – il sistema scolastico e dell’offerta formativa.

“Come Pd – ribadisce la deputata – abbiamo creduto nell’organico funzionale, in grado di far operare al meglio la scuola. Ma l’organico funzionale comporta l’esigenza di superare la concezione barocca di una scuola basata su organico di diritto e organico di fatto, che peraltro fa sì che convivano all’interno della stessa classe lavoratori più tutelati e altri privi di tutela”.

Ghizzoni ricorda poi che che non si può non tener conto dei danni provocati “più da Tremonti che da Gelmini”, con le 84.000 cattedre tagliate e con le inevitabili ripercussioni sui quadri orari ridotti alle superiori, il tempo pieno diminuito alle primarie.

“Con queste migliaia di cattedre in più – osserva – l’organico funzionale, se l’autonomia viene usata con intelligenza, porterà a un arricchimento dell’offerta formativa e del servizio scolastico. Nel provvedimento si prevedono fondi e starà alla singola scuola, tanto per fare un esempio, decidere se puntare sugli aspetti economici o su quelli giuridici dell’offerta formativa”.

Emerge qualche dubbio in merito al ruolo potenziato del dirigente, come disegnato dalla riforma e certo “dare tutti questi poteri al dirigente non è molto di sinistra”, puntualizza un’operatrice scolastica e attivista del Pd, intervenendo nel dibattito.

“Penso che l’offerta formativa debba essere collegiale anche se il dirigente diventa però un fulcro del sistema dell’istruzione”, risponde Ghizzoni. Che precisa: “Qualcuno ha tradotto tutto questo come chiamata diretta rifacendosi alla dizione introdotta da una collega”. L’allusione è a Valentina Aprea, autrice della ben conosciuta proposta di legge del governo Berlusconi, mai approvata ma che ora alcuni indicano come la falsariga sulla quale sarebbe stata scritta la riforma Renzi.

Ma le differenze con la proposta Aprea sono evidenti, commenta Ghizzoni: “I nuovi assunti, che entreranno nell’organico funzionale, potranno essere chiamati da una scuola oppure da un’altra a seconda della propria sensibilità, delle proprie attitudini e capacità professionali. E se verranno opzionate più scuole, sarà il docente a scegliere”.

Poi propone come esempio l’esperienza condivisa in due scuole della provincia di Modena. “In una si puntava sull’educazione e sui bambini, in un’altra si puntava invece sulle competenze”, per dire che “non tutti gli insegnanti sono portati necessariemente a lavorare su tutto”.

Alcuni “peraltro, sono predisposti a lavorare in equipe, altri no e allora potrebbe essere meglio per loro lavorare in una scuola diversa. E naturalmente la scuola che ad esempio punterà sul lavoro d’equipe dovrà prima esplicitarlo pubblicamente”.

Raccomandazioni e nepotismo sono necessariamente connaturati alla figura del preside sovrano? “Tutti devono occupare i posti vacanti – replica Manuela Ghizzoni – dunque non è certo questo il problema. Credo comunque che i dirigenti non debbano essere lasciati soli a gestire il sistema. Lo stesso vale per la valutazione e per la progressione di carriera. Non sono più previsti gli scatti di merito, ma ci sarà un budget premiale che i dirigenti potranno riconoscere ad alcuni, ma è troppo generico: premiamo chi?”

Ma il tema dolente parla il linguaggio del precariato e si declina con i numeri del reclutamento. Irrompe il tema delle assunzioni, alle quali centinaia di migliaia di precari (a diversissimo titolo) guardano da mesi con apprensione e rabbia.

“I numeri sono importanti – puntualizza Ghizzoni –. Centomila assunzioni rispetto alla politica dei tagli sono tantissimi. E’ un fatto positivo. I precari stanno rivendicando il diritto di lavorare. Ci sono i Tfa, i Pas, le Ssis congelate, c’è chi lavora dalle varie fasce delle graduatorie d’istituto”. E ci sono i dottori di ricerca. “Che ci dicono: perché ci escludete? Anche in questo caso come per tutti gli altri, valuteremo e decideremo”.

E poi ci sono tutti i punti estrapolati dal disegno di legge e affidati alle deleghe al governo per futuri decreti legislativi: è il caso della riorganizzazione del servizio 0-6 anni, con i 23.000 posti congelati in favore dei legittimi aspiranti che andranno in ruolo in seconda battuta.

C’è chi dalla platea esprime la propria disperazione. Si tratta di alcuni professori delle graduatorie d’istituto con anni di insegnamento alle spalle, molti si sono nel frattempo fatti una famiglia. Ma non sono contemplati nel piano di assunzione: “Un ulteriore concorso metterebbe a repentaglio il nostro lavoro”, denuncia il Mida Precari. Il professor Clemente Petrone chiede un periodo di transizione perché non ritiene giusto perdere il lavoro già da settembre prossimo e dopo anni e anni di incarichi: “Si facciano i concorsi, ma non subito”.

Si chiede insomma una sorta di step. Ghizzoni condivide e ricorda l’esperienza del piano straordinario triennale di Prodi, diviso in tre contingenti da 50.000 assunzioni l’anno, ma stoppato con la caduta del governo nel 2007.

Ma poi ammette: “Non ho risposte puntuali da poter dare qui stasera”. C’è il tempo per qualche altra domanda. Un genitore e presidente di un Consiglio d’istituto al suo terzo mandato denuncia l’instabilità dei docenti come il primo male della scuola e osserva che “da questo punto di vista non è da escludere l’opportunità di dare maggiori poteri e responsabilità al dirigente”.

Una professoressa e mamma denuncia l’impossibilità, allo stato attuale, di allontanare una docente che da anni si assenta in continuazione per malattia vera o presunta, una situazione che non consente alla classe di portare avanti un programma in maniera seria”. E’ uno dei problemi apparentemente piccoli che fanno diventare grande il disagio vissuto da una classe, e chissà quante sono le classi dove i diritti degli operatori si scontrano con quelli degli utenti senza che si riesca mai a venirne a capo, neppure nei casi più eclatanti.

Una domanda la porgiamo anche noi. Riguarda l’art. 8 del disegno di legge, laddove si prevede la “fungibilità” del professore, che potrà essere chiamato dal dirigente a insegnare discipline che probabilmente conosce solo grazie ai ricordi dai tempi dell’università. “Per una maggiore fungibilità del personale assunto e la limitazione del ricorso a contratti a tempo determinato – recita il comma d) – nella fase di assegnazione degli incarichi il dirigente ricorre all'utilizzo del personale docente di ruolo in classi di concorso diverse da quelle per la quale possiede l'abilitazione.

La dizione aggiuntiva “purché possegga titolo di studio valido all'insegnamento” non garantisce granché. Chi non cura da anni o decenni una lingua o chi non ha mai curato una materia, può insegnarla all’improvviso, con efficacia e in linea con un scuola che si vuole Buona? O non è, invece, un poco nobile espediente per lucrare sull’eliminazione delle supplenze?

Ghizzoni sfoglia il disegno di legge e rivela che proprio su questa norma ha già segnato una parola da far valere in Commissione. La parola è “incongruenza”. Staremo a vedere.

L’incongruenza sembra invece superata in merito all’insegnamento della lingua inglese nelle scuole primarie dove molte maestre insegnano Inglese senza essere grandi conoscitori della materia ma solo a seguito di corsi di poche decine di ore. Su questo punto la riforma fa un salto di qualità affidando la lingua agli esperti, come conferma Ghizzoni.

Infine, le detrazioni fiscali in favore delle scuole paritarie. Torna il fantasma del finanziamento pubblico delle scuole private, inviso dal popolo della sinistra, ma sembra tornare anche il fantasma degli 80 euro di Renzi. Manuela Ghizzoni smorza le polemiche e fornisce dei numeri, giusto per dare la (piccola) dimensione alla questione. “Non sono previsti altri tipi di finanziamento – assicura – e le detrazioni di cui si parla riguardano l’iscrizione dei bambini a una delle 8000 scuole materne, 1500 primarie e 700 medie. Si prevede una somma massima di 400 euro. E su questa somma occorre calcolare una detrazione pari al 19 per cento”. Ottanta euro, dicevamo, o quasi.

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