Genitori: Sì alle prove Invalsi, purché fuori dall’esame finale e con risultati davvero pubblici

Di Lalla
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Associazione Italiana Genitori Age Onlus – Si puniscono i passeggeri quando il treno giunge in ritardo? No, si lavora per eliminare gli ostacoli. Per non punire i passeggeri della scuola, svolgiamo molte prove Invalsi ogni anno, ma togliamole dall’esame finale. La posizione dell’ Associazione italiana genitori sulle prove Invalsi

Associazione Italiana Genitori Age Onlus – Si puniscono i passeggeri quando il treno giunge in ritardo? No, si lavora per eliminare gli ostacoli. Per non punire i passeggeri della scuola, svolgiamo molte prove Invalsi ogni anno, ma togliamole dall’esame finale. La posizione dell’ Associazione italiana genitori sulle prove Invalsi

Rendere pubblici i risultati delle prove Invalsi e, soprattutto, condurle fuori dall’esame di terza media. Per non scaricare solo sui ragazzi la sacrosanta necessità di valutazione nella scuola italiana. Per l’Associazione italiana genitori (Age onlus) la maratona,
cronometro alla mano, a cui sono stati sottoposti gli alunni di terza media, il primo vero esame nel loro percorso di studi, è eccessiva. Ma questo non vuol dire screditare le prove Invalsi, che hanno lo specifico obiettivo di produrre dati sulla preparazione degli studenti comparabili fra classe e classe, fra scuola e scuola, fra Regione e Regione, ma anche confrontabili con i risultati degli studenti pari grado di altri paesi europei. Obiettivo importante, con qualche opportuno distinguo.

Risultati pubblici e trasparenti

Ogni genitore può conoscere l’esito della prova Invalsi del proprio figlio, ma raramente conosce la media complessiva della classe e della scuola. I risultati, salvaguardata la privacy del singolo studente, devono assolutamente essere pubblici, e potrebbero in tal modo costituire un tassello prezioso dell’auspicato sistema di valutazione della scuola e dell’insegnamento. Considerando anche il confronto fra prove eseguite nella stessa classe in periodi diversi, valutando quindi la progressione, indipendentemente dal confronto con la Finlandia o la ricca regione confinante, vogliamo una scuola che "renda conto" al territorio e alle famiglie dei risultati del suo impegno. Chiedendoci quale utilizzo fanno le singole scuole dei dati loro restituiti dall’Invalsi, vorremmo almeno
risultati pubblici delle prove, senza temere la fuga da una scuola e l’esodo verso l’altra, perché una selezione naturale comunque si attua già, a spese dei ragazzi.

Rendere coerente valutazione e didattica

Un altro problema sorge su ciò che si valuta. Si scopre, magari, che allievi con ottimi voti svolgono brillantemente il test relativo all’area del triangolo, ma crollano, nella prova Invalsi, confrontandosi con gli orari di un autobus, la scala di una mappa geografica, la media di punti segnati in una partita di basket, le distanze chilometriche della A11. Le prove Invalsi cercano di valutare le competenze, la capacità dell’allievo di riversare le proprie conoscenze nella vita reale. Purtroppo una certa didattica e molte ore di insegnamento, negli anni e mesi precedenti all’esame, si fermavano sulla soglia, chiedendo all’alunno di ripetere con precisione la lezione appresa, mostrando di conoscere teorie e corollari, eccezioni e regole.

Purtroppo, anche nei genitori stessi, non viene meno il confronto con il “programma ministeriale” da completare, e si va a scuola chiedendo perché nell’altra classe già hanno studiato l’Australia, mentre qui siamo solo alla Spagna. Indipendentemente da cosa i nostri figli sappiano fare, da come ragionino, da come si comportino, da come affrontino problemi nuovi e difficoltà. Dunque, cambiare “programmi” (se necessario perché no?) o modificare le prove Invalsi con altre più aderenti all’insegnamento realmente impartito? E quale spazio nelle prove per la dimensione emotiva e relazionale, per il fattore-tempo, aspetti assai importanti nel processo di apprendimento e nell’insegnamento personalizzat

Prove Invalsi fuori dall’esame di terza media

Infine, la terza breve riflessione. Vorremmo che le prove Invalsi contribuissero a rendere comparabili le scuole fra loro, valutabili in modo omogeneo l’insegnamento insieme agli allievi. Vorremmo che le prove Invalsi contribuissero a smuovere la ricerca didattica, a orientare a una scuola che promuove competenze. Potremmo dunque essere favorevoli a somministrazioni periodiche e frequenti di test Invalsi, così che anche gli alunni stessi si rendano conto dei loro punti di forza e delle difficoltà, confrontandosi con i risultati dei loro pari italiani ed europei. Ma, perché la prova Invalsi anche nell’esame di terza media, contribuendo a determinare il voto finale? Come in un imbuto, tutto si riversa sull’allievo che, "prodotto finale" di un percorso scolastico più o meno virtuoso, viene “misurato” in questa sede con uno strumento per lui, e per la sua scuola, forse inusuale. Potrà essere utile al sistema, nel complesso, conoscere il dato medio emerso dalle prove. Ma sarà stato utile, ed equo, per il singolo allievo e per la sua famiglia? Soprattutto in una temperie culturale che tende a sovrapporre e identificare misurazione con valutazione, merito con premio (in denaro)? Per l’esame di terza media le prove non solo condizionano negativamente il voto finale, ma
possono anche causare un danno economico alle famiglie: l’esito finale della terza media condiziona l’attribuzione di borse di studio e buoni "dote scuola”, nonché agevolazioni per acquisto di libri o altro. È giusto che anche ciò venga pregiudicato dal risultato delle prove Invalsi?

Si puniscono i passeggeri quando il treno giunge in ritardo? No, si lavora perché un sistema complesso via via elimini gli ostacoli che lo rallentano, semplifichi le procedure, incentivi gli operatori, chieda collaborazione agli utenti. Per non punire i passeggeri della scuola, svolgiamo molte prove Invalsi ogni anno, ma togliamole dall’esame finale.

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