Genitori contro insegnanti: chi vince?

di Anita Avoncelli
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Purtroppo in questi giorni la cronaca mi ha fatto ricordare la mia vecchia scuola elementare, A. De Amicis, di Treviso, che ho frequentato nella mia infanzia.

Fino ad una certa età, non ho assoluto ricordo, di eventi in cui dei genitori aggredissero degli insegnanti per un brutto voto o una bocciatura data ad un figlio.

Piuttosto si verificava il contrario, che il brutto voto o la bocciatura diventava il pretesto per punire il figlio, senza magari andare un po’ più a fondo della situazione.

Senza entrare negli aspetti del passato, in un tema di passaggio da un’educazione eccessivamente autoritaria piuttosto che autorevole, oggigiorno l’educazione è diventata non permissiva ma sempre più ambivalente.

Fino ad una certa età i bambini ed i ragazzi non imparano una materia perché è bella, ma perché hanno creato un rapporto di fiducia, stima e quindi relazione con il proprio insegnante. Che cosa è rimasta dell’intelligenza emotiva descritta da Platone? ….insegnare implica relazione.

Proviamo a pensare nella nostra vita se non abbiamo iniziato ad apprezzare molto di più una materia piuttosto che un’altra proprio per la piacevolezza di come ci veniva insegnata, dove questo ci, rappresenta proprio la relazione.

Se un genitore invece aggredisce, o un insegnante picchia un alunno, un bambino, significa che si è rotto un patto educativo tra famiglie e scuola, dove invece di essere degli alleati si trovano ad essere degli antagonisti, senza rendersi conto che l’obiettivo comune è la crescita di questi bambini, ragazzi, non importa l’età.

Spesso invece si assiste a forti screditi da parte dei genitori, nei confronti degli insegnanti, convinti di difendere il proprio figlio non si rendono conto che ne stanno minando la sua fiducia, la sua sicurezza ed autonomia (la stessa cosa vale all’interno del le famiglie nel rapporto di coppia) o insegnanti che perdono di vista l’obiettivo e no vedono più che cosa hanno accanto.

Ci si trova di fronte a persone cronologicamente adulte ma incapaci di esserlo nell’assunzione di responsabilità ed anche frustrazioni, ma spesso anche insegnanti che perdono di vista il loro ruolo educativo e invece di creare quel rapporto di fiducia con i propri studenti, risultano molto impegnati su aspetti didattici ma acerbi nell’accompagnare la crescita dei ragazzi, dove la cosa principale è l’ascolto.

Abbiamo perso la capacità di ascoltare, di guardare negli occhi, nel fermarsi e riconoscere l’altro nella sua unicità.

Ascoltare significa riconoscere l’altro come mio interlocutore, e senza andare a disturbare la pragmatica comunicativa della Scuola di Palo Alto, ritengo che basterebbe un minimo di buon senso e rispetto da entrambe le parti per evitare molte forme di disconferma.

Io mi immagino una scuola più aperta, meno tecnicistica e più esperienziale, dove le condivisioni non siano solo per conoscere i voti, o quale libro delle vacanze scegliere ma dove ci sia una reale condivisione sui progetti, anche nell’accogliere le frustrazioni che si possono verificare da entrambe le parti, insegnanti, alunni, e genitori.

Quindi alla domanda, genitori contro insegnanti: chi vince? La risposta è nessuno e chi ha la peggio è spesso lo studente che perde un riferimento fuori e dentro la famiglia.

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