Generazioni a rischio di futuro e di anonimia. L’urgenza di un “tavolo di lavoro” pedagogico

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La scuola è attualmente al centro dell’attenzione politica. Il dibattito è acceso, le posizioni dei vari esperti nonché dell’opinione pubblica sono divergenti e spesso inconciliabili tra loro.

Scuole aperte sì, no, come, quando. Vale la pena ricordare l’etimologia della parola “attenzione”: dal lat. attendĕre “rivolgere l’animo”, espressione che evidenzia la capacità di prendere decisioni con oculatezza, competenza e…cuore, o meglio “mi sta a cuore”, I Care.

A uno sguardo attento ci si rende conto che finora l’attenzione verso la scuola si è concentrata sulle modalità per fare arrivare, entrare e uscire dagli edifici scolastici gli studenti, per mantenere il distanziamento in aule troppo piccole e classi numerose (criticità elusa da anni), per osservare le norme igienico-sanitarie, per tutelare gli insegnanti tra i più anziani d’Europa (il 53% è over 50, mentre il 17% ha più di 60 anni). Ma è ormai evidente che interventi di questo tipo non sono più sufficienti visto che i
tempi cosiddetti emergenziali si allungano e ci coinvolgeranno per diversi mesi, forse anni. È inevitabile: ci attende un tempo nuovo, la crisi globale nella quale siamo immersi provocherà, volenti o nolenti, una trasformazione di sistema che scriverà un altro capitolo della storia scolastica. Sta a noi fare in modo che resti una buona scrittura. Non abbiamo le ricette, occorrono impegno e…attenzione.

Nel corso degli ultimi decenni gli insegnanti, mossi da etica educativa, hanno realizzato e prodotto una significativa storia pedagogica e didattica, realizzando un vero e proprio capitale educativo che non deve andare perduto pur nel diritto alla discontinuità. Il nuovo si crea valorizzando il meglio della storia precedente, quindi ripartiamo da una pedagogia della domanda per ripensare la scuola, dove i principali protagonisti sono gli studenti dei quali abbiamo la responsabilità.

Negli ultimi anni le scuole sono state investite da un vero e proprio processo di diagnosticizzazione degli alunni e, da più parti, si sono levate voci critiche verso una pericolosa ondata medicalizzante.

Inevitabile domandarsi: oggi, come affrontano i processi di apprendimento tutti quegli studenti con diagnosi di difficoltà o disturbi dell’apprendimento, o di disturbo dell’attenzione e dell’iperattività (ADHD) o di disturbo oppositivo-provocatorio? E quelli che numerosi accedevano agli sportelli di ascolto psicologico o psico-pedagogico, alcuni dei quali con problemi molto seri, come stanno? Come si sta garantendo l’apprendimento agli studenti stranieri che non hanno ancora imparato la seconda
lingua (l’italiano), come usano la DaD? Ne hanno la possibilità concreta? La condizione dei giovani hikikomori come si sta evolvendo? E il cyberbullismo? E le dipendenze? Le ultime statistiche rilevano un aumento dei casi di alcolismo, di uso di sostanze stupefacenti (acquistate online) e di disturbi psichici negli adolescenti. E quei giovanissimi che vivono in comunità che, come accaduto per le RSA, sono stati sottoposti a restrizioni nei contatti con familiari, che cosa provano?

E ancora: quale formazione agli insegnanti per lavorare con efficacia in DaD? In DaD o in DDI, quale oggettività nella valutazione degli alunni? Non dimentichiamo che la valutazione può segnare a vita il percorso di uno studente.
Come garantire autentici percorsi di inclusione e di integrazione in digitale?

Sono domande che richiedono risposte scientifiche, ovvero avallate dagli studi, dalla ricerca, dall’intervento di professionisti dell’educazione e della formazione. Non basta contare solo sul senso di responsabilità, di dedizione o sulla vocazione educativa del singolo docente o della singola scuola.

Occorrono azioni di sistema in linea con la complessità che connota il nostro tempo. Sarebbe auspicabile quanto urgente formalizzare un tavolo di lavoro composto da pedagogisti, operatori del mondo della scuola, in particolare da coloro che lavorano sul campo, che conoscono gli studenti e i loro bisogni, che affrontano ogni giorno problemi concreti, che cercano soluzioni, i maestri, per affiancare i numerosi comitati tecnico-scientifici. Un tavolo di lavoro capace di andare oltre
l’autoreferenzialità, oltre atteggiamenti di saccenza e di tuttologia che sembrano invadere il nostro tempo, oltre i tecnicismi, oltre le formalità. Paulo Freire amava dire che “l’uomo è parola, è dialogo: soltanto un’educazione fondata su un’antropologia dialogale può corrispondere perciò alle più intime istanze di ciascuno”.

Occorrono dialogo proficuo, competenze, saperi trasversali e…osservazione, una metodologia ancora poco valorizzata e di cui Maria Montessori ha lasciato ampia testimonianza.

Bisogna osservare lo svolgersi della vita di un Paese, bisogna provare dolore e un sottile senso di colpa, come adulti, nel guardarsi intorno e incontrare adolescenti che tentano, anche sopravvenendo alle regole imposte dai vari DCPM, di stare insieme. O quelli, che appena possibile, li trovi a bighellonare nei centri commerciali, o quelli che si rinchiudono del tutto in camera a giocare alla play station oppure a chissà che altro. Sì, perché molti dei nostri giovanissimi trascorrono ore, notti, a giocare con amici virtuali, alquanto ignari dei pericoli della rete se non già in pericolo, sono quelli che se prima rappresentavano un problema, ora sono addirittura implicitamente autorizzati a farlo. Infine ci sono tanti giovani che trovano comodo imparare da casa, soli.

La pandemia ha penalizzato la socializzazione e se noi adulti ce ne possiamo fare anche una ragione, loro, gli adolescenti, i bambini, corpi e menti in formazione, morbidi quanto assorbenti, quali conseguenze subiranno? Le proteste degli studenti, in questi ultimi giorni, ci ragguagliano sul fatto che non c’è più tempo da perdere.

È urgente una coralità educativa, una condivisione d’intenti, l’impegno a occuparsi tanto di tecnicismi quanto di una adeguata pedagogia e soprattutto di Educazione. Vanno crescendo proposte educativo-formative alternative: homeschooling, scuole nel bosco, scuole all’aperto, come a sottolineare marcatamente il bisogno di un’altra scuola. Tuttavia preoccupa il rischio di un’ulteriore divisione sociale tra chi ha possibilità finanziarie e/o culturali e chi non le ha. Ogni opportunità di scelta va garantita a tutti, costituzionalmente. L’extrascuola, il territorio devono assumersi la piena responsabilità educativa,
condividere obiettivi formativi nell’ottica di un reale cambiamento. La settorialità sociale, la frammentazione dei saperi e la loro parcellizzazione hanno rivelato fragilità e scarsa tenuta in un momento di crisi epocale. Questo deve far riflettere e deve convincere che i processi educativi e formativi non riguardano solo la scuola e la famiglia, delegate e colpevolizzate.

Non sono più sufficienti i tecnicismi, né le soluzioni emergenziali, la scuola va ripensata, la crisi condurrà inevitabilmente a un cambiamento di sistema, ma che sia un cambiamento migliorativo. La probabile digitalizzazione, sulla quale molto si andrà ad investire, non dovrà trascurare il principio di umanizzazione. Occorrono impegno, volontà, fatica, competenze, autentico interesse per l’Educazione, un credo pedagogico, nell’ottica di Saperi che s’incontrano e che comunicano per rispondere alle domande, costantemente animati da un pensiero critico e riflessivo, in co-costruzione sinergica, in co-responsabilità. Il futuro delle nuove generazioni è a rischio di anonimia e non possiamo permetterlo.

Un Paese autenticamente democratico è consapevolmente convinto che Cultura, Istruzione, Formazione, pensiero critico, rappresentano la chiave del futuro, che occorre un’etica della responsabilità da parte di ogni adulto educante esistente per evitare un drastico processo di disempowerment nei nostri giovani.

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