Gavosto, “Coding apre la mente come Latino, sbagliato bravi al liceo e altri al tecnico. Negli ITS solo 15mila iscritti, in Germania 900mila” [INTERVISTA]

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In Germania accolgono attualmente 900.000 studenti diplomati alla scuola secondaria di secondo grado, in Italia negli ITS ne contano solo 15.000. Gli ITS, Istituti tecnici superiori, corsi biennali professionalizzanti, post diploma, gestiti dalle Regioni con il coinvolgimento di Fondazioni, nascono per coprire una lacuna del nostro sistema post secondario, successivo alla maturità.

Si tratta di una realtà che esiste in tutta Europa ma che in Italia fatica a decollare, nonostante il successo dei corsi attivato in giro per l’Italia, che vantano un tasso di occupabilità pari all’83 per cento: subito dopo la frequenza di uno degli ITS i nostri studenti trovano un’occupazione di buon livello. “Hai deciso di proseguire gli studi dopo il diploma? Se sei alla ricerca di una valida alternativa all’Università e vuoi inserirti nel mercato del lavoro”, chiede ai propri lettori il sito Studenti.it. “Allora potresti prendere in considerazione l’ipotesi di iscriverti ad uno degli Istituti Tecnici Superiori attivi in Italia. Gli ITS – attualmente scelti secondo l’OCSE da meno del 2% degli studenti che decidono di proseguire gli studi – sono un’ottima opzione per formarsi e prepararsi al mondo del lavoro. Promuovono corsi di formazione altamente professionalizzanti, ad alto contenuto tecnologico e innovativo, reso possibile dalla sinergia tra scuole superiori, università e imprese. Si tratta di scuole professionalizzanti post diploma ideate per formare figure professionali dotate di un’alta specializzazione tecnologica in grado di consentire loro un inserimento qualificato nel mondo del lavoro”.

Il Ministero dell’Istruzione spiega che gli ITS costituiscono il segmento di formazione terziaria non universitaria che risponde alla domanda delle imprese di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche per promuovere i processi di innovazione. Rappresentano un’opportunità di assoluto rilievo nel panorama formativo italiano in quanto espressione di una strategia nuova fondata sulla connessione delle politiche d’istruzione, formazione e lavoro con le politiche industriali, con l’obiettivo di sostenere gli interventi destinati ai settori produttivi con particolare riferimento ai fabbisogni di innovazione e di trasferimento tecnologico delle piccole e medie imprese. Le aree interessate sono: Efficienza energetica,  Mobilità sostenibile,  Nuove tecnologie della vita, Nuove tecnologie per il Made in Italy (Sistema agroalimentare, Sistema casa, Sistema meccanica, Sistema moda, Servizi alle imprese), Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali –Turismo, Tecnologie della informazione e della comunicazione. Accedono ai corsi, a seguito di selezione, i giovani e gli adulti in possesso di diploma di istruzione secondaria superiore e coloro che in possesso di un diploma quadriennale di istruzione e formazione professionale abbiano frequentato un corso annuale IFTS. Una buona conoscenza dell’informatica e della lingua inglese costituisce requisito preferenziale per l’ammissione ai percorsi. Vi è tuttavia la possibilità di frequentare moduli di specifica preparazione, finalizzati a riallineare le competenze mancanti. Almeno il 30% della durata dei corsi è svolto in azienda stabilendo subito un legame molto forte con il mondo produttivo attraverso stage anche all’estero.

Il corpo docente proviene per almeno il 50 per cento dal mondo del lavoro. I corsi si articolano di norma in quattro semestri(1800/2000 ore) e possono arrivare fino a sei semestri. I corsi si concludono con verifiche finali, condotte da commissioni d’esame costituite da rappresentanti della scuola, dell’università, della formazione professionale ed esperti del mondo del lavoro. L’esperienza lavorativa in azienda può essere svolta in regime di apprendistato, garantendo una maggiore integrazione tra formazione e lavoro, per ridurre il disallineamento tra do­manda e offerta di figure e competenze professionali. Al termine del corso si consegue il Diploma di Tecnico Superiorecon la certificazione delle competenze corrispondenti al V livello del Quadro europeo delle qualifiche – EQF. Per favorire la circolazione in ambito nazionale ed europeo, il titolo è corre­dato dallEUROPASSdiploma supplement. I diplomi sono rilasciati dall’istituzione scolastica ente di riferimento dell’I.T.S. sulla base di un modello nazionale.

Eppure gli ITS non riescono ad attrarre l’attenzione delle famiglie. Si pensa soprattutto alla laurea e invece potrebbero essere una grande opportunità. Abbiamo chiesto al direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, cosa pensa della situazione attuale degli ITS

Dottor Andrea Gavosto, come nascono in Italia gli ITS?

“Gli ITS nascono per sopperire alla mancanza di formazione professionalizzante ad alto livello. Risponde anche a un’esigenza delle imprese: non basta più la maturità ma occorrono maggiori conoscenze e competenze tecnologiche. Nel campo delle automobili i capi delle unità sono figure con responsabilità che devono guidare delle persone. Il punto è che la caratteristica degli ITS è che il 50 per cento della formazione viene svolta da gente che arriva dal mondo del lavoro, gente preparata per il lavoro, per quello specifico lavoro che interessa”.

In altri Paesi la situazione è diversa dalla nostra?

“Abbiamo un tasso del 27 per cento di laureati, ancora troppo basso rispetto agli obiettivi di Lisbona. L’Italia con la Romania ha la percentuale più bassa della popolazione. Ed è molto basso perché non c’è un’alternativa professionalizzante alla laurea. In altri Paesi questa alternativa esiste e copre un dieci per cento della popolazione: se noi avessimo quel tipo di offerta arriveremmo tranquillamente ai livelli auspicati. In Germania sono vere e proprie lauree, sono università tecniche che sostanzialmente formano giovani laureati triennali che hanno elevate possibilità sul mercato del lavoro perché si tratta di formazione immediatamente spendibile sul mecato del lavoro. Sono percorsi portatia avanti assieme alle aziende, è un sistema duale che viene fatto congiuntamente alle imprese e alle istituzioni pubbliche e anche gli ITS sono fatti così”.

Qual è la percentuale di occupati tra coloro che frequentano un ITS in Italia?

“Per i giovani del 2017 e del 2018 la percentuale di occupazione a dodici mesi dal diploma ITS è dell’83 per cento. Altri hanno continuato gli studi, altri stanno cercando lavoro. Rispetto al 50 per cento di occupabilità dei diplomati agli esami di Stato è un ottimo dato”.

Eppure stando al numero degli iscritti sembra non siano appetibili per le famiglie

“Il vero problema è che i numeri sono bassi. Per ora abbiamo solo 103 ITS, e 15.000 iscritti. Negli ultimi anni si son diplomati in tutto 3.536 studenti alla data del giugno 2018. In Germania, dove il sistema è consolidato da sempre, gli iscritti sono 900.000”.

Perché questo ritardo?

“Perché non si è mai voluto fare fino in fondo. In Germania, un alunno a 11 anni viene estradato verso il livello professionale, noi questo modello lo abbiamo abolito con la scuola media unica. In Germania in ogni caso quell’alunno va avanti con la formazione professionale fino alla laurea. Secondo me questo è folle poiché è chiaro che a quell’età non sceglie l’alunno ma sceglie la famiglia, e non si seguono le inclinazioni del ragazzo. Però istituire un filone professionalizzante è utile, non è che tutti debbano andare al liceo o seguire studi accademici. Tantissime persone hanno la vocazione per un lavoro, non hanno voglia di stare sui libri, amano svolgere una lavoro tecnico, programmare, costruire cose, lavorare con i materiali. Ma c’è ancora la tendenza a considerarli di serie B. Dove vanno gli studenti più bravi? Al liceo classico, gli altri al tecnico e questo è sbagliato”.

Si pensa in genere che il latino e il greco aprano la mente

“Se uno è bravo, tra imparare il latino e imparare il coding non c’è differenza, ci formiamo la mente con il greco ma anche con il coding succede questo. Anzi, il linguaggio della programmazione è il massimo della logica, non vedo differenze dal punto di vista dello sviluppo cognitivo. Questo fatto di considerare la formazione tecnica e professionale di serie B è un retaggio della cultura vecchia, che risale a Croce e Gentile”.

Letteratura, diritto, economia, storia, geografia e tante altre materie dovrebbero però essere accessibili a tutti

“Non è che queste materie non si debbano conoscere, ma i ragazi hanno inclinazioni diverse, quelli che amano programmare e costruire cose hanno uguale diritto di cittadinanza. I ragazzi meno brillanti vengono instradati verso l’istruzione tecnica e professionale mentre i figli di laureati vanno ai licei. Negli altri istituti i figli dei laureati sono meno del 10 per cento, dunque non si rispettano le inclinazioni del figlio e quindi se il padre è avvocato il figlio svolgerà studi accademici, se invece fa il geometra il figlio deve fare il geometra. Che senso ha? L’importante è che la scuola e le famiglie aiutino, non che indirizzino, e questo succede anche perché manca questo segmento formativo: perché se scegli l’istruzione professionale lo sai già che non andrai all’università. Solo il 12 per cento di chi si iscrive alle università proviene dai professionali. Si iscrive ma spesso non si laurea”.

C’è un problema di programmazione?

“C’è un problema di fornire alternative. Questo sistema duale esiste in tutta l’Europa continentale, anche in Francia si prosegue con gli studi professionalizzanti anche a livello universitario. Quindi il tema è che gli ITS rispondono alle carenze ma coprono davvero molto poco il buco. Occorrerebbe fare di più”.

E come? Le Università hanno una grande responsabilità nell’attrarre gente che attualmente non la frequenta. Cosa dovrebbero fare?

“La via che propongo io è quella di affiancare gli ITS a delle lauree triennali professionalizzanti, con lo stesso principio: il primo anno si fanno rudimenti di matematica e fisica e cominci a lavorare con dei workshop, con delle cose pratiche e frequenti degli stages, con periodi che trascorri in azienda per capire come si lavora in gruppo. Dopo il primo anno la parte accademica si riduce, si intensificano i seminari appicativi in stage e la tesi è un progetto: invece che fare la tesi sulle idee di Kant si fa una tesi su un robotino educativo che un ragazzo con una laurea professionalizante potrebbe fare. Questo consentirebbe di attrarre nelle università ragazzi che alle attuali condizioni non sono interessati ad andare nelle università. Dal loro punto di vista avrebbero la laurea e dal punto di vista produttivo hai persone più formate che ti permettono di fare un salto di qualità. Sono studenti che oggi all’università non ci sono, non è che rubiamo gente a chi va a studiare Lettere antiche, semmai attraiamo ragazzi che resterebbero fuori dal mondo della conoscenza universitaria, come succede adesso. Però c’è bisogno che le università utilizzino le peculiarità degli ITS , facciano molti corsi pratici e pochi teorici, utulizzino risorse che lavorano in impresa. Ci vuole un grosso sforzo delle università, però le università sono gli strumenti con cui si diffondono le conoscenze a livello suiperiore e quindi bisogna che le università entrino in campo altrimenti i numeri rimangono molto piccoli”.

Gli attuali ITS sono frequentati in stragrande maggioranza da maschi, sono più radicati al Nord, ma non mancano esperienze al Sud

“Sì, sono frequentati soprattutto da studenti maschi. La prevalenza è al Nord. Ce ne sono 20 in Lombardia, 7 ciascuno in Piemonte, in Veneto, in Emilia Romagna, in Toscana, 6 in Puglia, 5 in Calabria e pure in Sicilia. Gli ITS devono rispondere a determinate aree tecnologich: le nuove tecnologie per il made in Itay, il materiale per il tessile, la mobilità sostenibile, le tecnologie dell’informazione, le società informatiche. Manca la parte del turismo, che per il Sud sarebbe importante. E’ previsto lo studio delle tecnologie che servono per fare i video su come raccontare i monumenti, con app che si scaricano sul telefonino, un’ottima idea, ma servirebbero anche persone che sappiano gestire un albergo. L’offerta turistica è in mano ad aziende familiari ma sarebbe invece importante imparare a gestire un albergo o un ristorante con conpetenze gestionali”.

Consiglia questo percorso ai nostri ragazzi che escono dalla maturità?

“Sì, io lo consiglio, se può interessare loro. Dà ottimi sbocchi, è un’alterativa interessante, ma il consiglio è quello di seguire le proprie inclinazioni. Però se uno è già orientato, gli ITS possono aprire molte strade”.

C’è un rapporto tra ITS e PCTO, l’ex alternanza scuola e lavoro?

“L’alternanza era un’idea tedesca dove tutti gli studenti passano delle ore in azienda. E’ ovvio che chi arriva da un percorso professionalizzante trova naturale trascorrere del tempo in azienda, ma a chi frequenta il liceo non fa male passare delle ore nel mondo del lavoro. In un caso è necessario, nell’altro caso è utile. Il PCTO non è neanche pensato per orientarsi, serve per capire che fuori dalla scuola c’è un mondo dove ci si prende le responsabilità, dove bisogna andare d’accordo con i collegh e arrivare in orario”.

Dottor Gavosto, facciamo un salto a scuola e alla stretta attualità. Che idea si è fatta lei della Didattica a distanza, ora diventata didattica integrata, in attesa di sapere come procederanno i contagi?

“La didattica a distanza non può sessere sostitutiva. Certo a febbraio è arrivata una meteorite sulla testa, poi si è avuta una reazione negativa. Ma è una cosa che si può fare bene, devi fare un investimento, non puoi solo connetterti alla piattaforma, devi fare lezioni piu brevi, materiali da far vedere su Classroom,lavorare su classi capovolte, lasciare più autonomia ai ragazzi, al lavoro di gruppo, ci sono cose che si possono fare al di là del Covid. Sappiamo inoltre che rispetto alle classiche ripetizioni ci sono piattaforme con lezioni individuali, per ragazzi pù fragili, con famiglie disagiate, ne stiamo vedendo i risultati e complessivamente le famiglie sono contente, ci sono molte esperienze positive. Io terrei questo strumento. Devo dire che sarei molto laico su questa cosa, però purtroppo visto l’andamento del contagio torneremo alla Dad, tuttavia non serve riproporre su video la lezione, la quale va invece ripensata”.

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