Galimberti: competenze? La scuola non educa più. Bisogna dirlo con forza

di Vincenzo Brancatisano
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“A scuola non si fanno più i temi in classe, con i quali invece salterebbe fuori la soggettività della persona. Si fa le comprensione del testo scritto, che è una prestazione. Si va a guardare se un ragazzo ha una competenza linguistica, però chi sia, questo studente, non interessa più a nessuno. Poi c’è da chiedersi che cosa voglia dire se la nostra scuola educhi o non educhi”

Educa? “Dobbiamo dire con forza che non educa. E che la soggettività non conta proprio niente”. E’ caustico, il professor Umberto Galimberti. Migliaia di persone, accorse in Piazza Grande a Modena ad assistere alla sua lezione magistrale al Festival della Filosofia sul ruolo della tecnica nella società contemporanea, lo acclamano, annuiscono. A fine lezione gli fanno domande perché non tutto è chiaro, le risposte sono occasione ulteriore per nuovi dubbi. E’ la filosofia, bellezza, ma è anche l’impatto della medesima con il mondo che ci circonda, quello concreto, che grida aiuto su tutti i fronti. Forse è sempre stato così, forse no, ma è con questo mondo – con le sue contraddizioni, esaltate dalla società tecnologica, anzi con la tecnica, con la quale anche la scuola ogni giorno di più viene invitata a esercitarsi e ad esercitare giovani e giovanissime menti   – che deve fare i conti l’umanità attuale.

E quando qualcuno gli rimprovera di essere troppo pessimista lui, il filosofo, sociologo, psicoanalista, che è stato pure professore nei licei –  ribatte che il suo non è pessimismo. “E’ realismo”, ribatte. “Guardate che io sono una persona gaia – sorride – ma se mi chiedete come stiano le cose io vi dico come stanno, non posso dirvi quello che vorreste sentire”. E la speranza, non abbiamo la speranza dalla nostra parte? “E’ una parola che non mi è mai piaciuta”, confessa Galimberti. Che si spiega meglio “Il Cristianesimo ha fatto un’operazione eccellente. Ha stabilito che il futuro è sempre positivo, che il passato – il peccato originale – è male. Che il presente è redenzione, e che il futuro è salvezza. La scienza ha fatto lo stesso ragionamento: passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso”. E Marx? “Decise che il passato è ingiustizia sociale, che nel presente esplodono le contraddizioni del capitalismo e che il futuro è giustizia sulla terra”. Freud, da parte sua, “che ha scritto un libro contro la religione, colloca tutte le nevrosi e i traumi nel passato, l’analisi nel presente, la guarigione, e dunque la salvezza, nel futuro”. Errore. Errori. E noi? “Noi abbiamo questa impostazione cristiana in tutte le scienze, in tutti i repertori, anche in quelli che sembrano i più atei e allora con questa cultura noi cerchiamo la speranza, ma la speranza è una parola passiva. Ogni volta che io sento dire speriamo, auspichiamo, auguriamoci…, ecco, queste sono le parole della passività. E a questa passività si educano anche i ragazzi, in quarta o quinta ginnasio quando si fa leggere loro I Promessi sposi. E’ un ottimo romanzo letterario, ma in quel modo si dà ai ragazzi un pessimo messaggio e cioè che la storia la fa la Provvidenza. E allora – si chiederanno – io che cosa faccio?

Dalla speranza alla concretezza, alla responsabilità. Che non c’è più, secondo Galimberti. Il quale sottolinea (e denuncia) il ruolo vincente della tecnica. Non tanto quello del mercato, non tanto quello della tecnologia, ma quello della tecnica e quelli dell’efficienza e della produttività,  del consumo e della continua crescita. “Chiedetevi – è stato l’invito di Galimberti alle migliaia di persone assiepate in piazza sotto un sole più che settembrino –  se voi siete valutati ogni giorno in base a chi siete o in base alla vostra capacità di essere efficienti e produttivi negli apparati in cui vi trovate. Abbiamo una struttura sociale che non guarda più in faccia alle persone ma alle loro prestazioni, e questo ha invaso anche la scuola”. E’ il tema del tema di prima, non più richiesto agli studenti, sostituito dalla comprensione del testo. Dalla prestazione: “Sì, dalla prestazione. La soggettività non conta proprio niente in questa società”.

Una società che ha messo l’individuo davanti alla società, cioè davanti a se stessa. L’individuo e la propria identità. Ma cos’è l’identità? “L’identità ce l’abbiamo perché siamo nati? No” – prosegue Galimberti – ce l’abbiamo perché gli altri ce la riconoscono. Attraverso il riconoscimento noi acquistiamo un’identità. Noi non siamo altro che il risultato del riconoscimento delle persone che abbiamo incontrato e quindi sono questi molti che ci danno l’identità. Questo i Greci lo sapevano ed è la ragione per la quale mettevano la città davanti  all’individuo mentre il Cristianesimo mette l’individuo davanti alla società. E dopo ci si lamenta delle degenerazioni che sono l’individualismo, il narcisismo, il nichilismo. Che sono i risultati dell’errore cristiano di porre l’individuo davanti alla società primato dell’individualismo. Occorre recuperare il concetto greco di persona, che è colui che mi sta davanti”.  Colpa della tecnica, ancora una volta. “L’uomo viene modellato sulla macchina. Il computer che hai davanti ha già deciso la modalità con cui la persona deve pensare, lavorare, operare. L’obiettivo della tecnica è quello di spingere la imitare il più possibile il computer. Il quale non ha malumori con la moglie, non si ammala, non va in ferie, non dorme, ha una memoria superiore alla tua, e tu devi essere sempre connesso. La gente ormai va in giro con le cuffie alle orecchie e parla da sola in strada, che era esattamente quello che facevano i pazzi una volta. Io non so tra l’una e l’altra cosa. La tecnica ti porta via anche l’identità. Vai a casa e non sai neanche più chi sei. Vai al ristorante e vedi padre, madre e figli, tutti quanti ciascuno con il telefonino mentre aspettano da mangiare. No, questa non è più un’umanità”.

Colpa della tecnica ma anche dell’economia? “Basta guardare allo scenario economico e a cosa sono diventate le persone. Il capitalismo sta divorando se stesso perché ha fatto diventare il denaro il principale tra tutti i valori. C’è l’illusione di una continua crescita attraverso il consumo. L’Ocse dice che per tenere questo livello di vita dobbiamo consumare l’ottanta per cento delle risorse. Solo un pazzo può pensare che si possa continuare in questo modo”.  Occorre consumare di meno. “Tuttavia il capitalismo non ci vede come persone ma come consumatori, in un circolo vizioso per cui se non si consuma non si produce, se non si produce si crea disoccupazione e infine disastro sociale”: Dunque siamo sottoposti a un continuo,pressante invito a consumare. “Ma consumare significa portare le cose a niente. Il nichilismo e la nostra cultura ci spingono a portare le cose a niente e nel più breve tempo possibile, c’è una data di scadenza su tutte le cose. È una società nichilistica, gli oggetti si devono distruggere, la moda distrugge, la moda è un acceleratore di nichilismo, instilla bisogni con la pubblicità, ci dice che c’è sempre qualcosa di nuovo, ma qualcuno ha scritto che la gente felice non consuma”. Il qualcuno viene ricordato da Galimberti. Si tratta del bellissimo e inquietante libro “Lire 26.900”, forse autobiografico, di Frédéric Beigbeder, nel quale l’autore fa dire a Octave, pubblicitario pagato per spingere la gente a comprare: “Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma”.

Consumi significa produrre rifiuti, altra emergenza, non bastassero tante altre. La globalizzazione ha accelerato tutto questo. “Però – insiste il filosofo – abbiamo inventato la democrazia, i diritti umani, il mercato. Solo che quando andiamo in Cina parliamo solo di mercato, non entrano in campo mai i diritti umani, né la democrazia. Ma la democrazia non è votare ed essere eletti. Democrazia significa asili nido, consentire a tutti di studiare, avere una casa”. Globalizzazione e corsa ai consumi, significano anche caduta del principio di responsabilità, che coinvolge tutto, anche la dimensione scolastica. Spiega Galimberti: “In banca c’è l’ordine di vendere i derivati. E l’impiegato che fa? La coscienza gli dice non lo fare, ma se non lo fai perdi il lavoro. A questo punto la responsabilità personale sparisce ed è solo quella dei superiori. Succede in tanti ambiti e se ci pensate è come per il Nazismo: la responsabilità non era dei carnefici, la si faceva scivolare su chi dava gli ordini (applausi in piazza). Pensiamo ai medici, tutelati dai protocolli, di fronte ai pazienti che si trovano in una curva di Gauss”, dove si sa benissimo che solo la quota di malati che si trova a metà della curva avrà dei giovamenti o non avrà danni da una terapia, “come hanno spiegato in un congresso di cardiologia”. Principio che vale anche nelle scuole: “Quanti professori assolvono i compiti   ministeriali e poi neppure conoscono i propri studenti? Ne consegue che la responsabilità personale sparisce. La scuola non educa più. Se volesse educare dovrebbe avere classi con non più di quindici alunni.  Se ha classi con trenta alunni ha già deciso che non vuole educare. Poi occorre chiamare insegnanti carismatici, non dei funzionari”. Una scuola, è convinto Galimberti, deve puntare sul valore delle singole soggettività dei ragazzi, “deve saper portare gli alunni – questo lo ripete da tempo – dallo stato delle pulsioni a un livello più alto, cioè al livello delle emozioni. Emozione vuol dire scoprire che risonanza emotiva hanno dentro di me gli eventi del mondo. Sempre più spesso non si sente la differenza tra corteggiare e stuprare una ragazza. Vuol dire che non è arrivata ancora la fase emozionale. Non si registra più la differenza tra bene e male. La psiche non registra più la differenza tra ciò che è grave e ciò che non lo è”.

Ancora tecnica e tecnologie. “Una madre preoccupata un giorno mi ha chiesto – racconta Galimberti – Professore, il mio bambino fa la quarta elementare e vuole il telefonino. Glielo dia, le ho risposto,  se no non socializza. La tecnica è già entrata nella nostra sfera intima e i giovani si trovano in un mondo diverso a loro insaputa”. Giovani che “sono la prima generazione in cui i padri non comunicano con i figli. Mi scrivono tanti giovani. E dopo aver letto le loro lettere io chiedo loro: perché queste cose non le dite ai vostri genitori e ai vostri professori? E loro: sappiamo già cosa ci risponderebbero”. Pausa di sconforto. “Allora state attenti cari genitori, perché i vostri figli ogni tanto aprono una finestra. E i genitori dovrebbero ascoltarli. Ma non per dire poi di dico, ma per essere curiosi del loro mondo. Siate curiosi del mondo dei vostri figli. E’ davvero inquietante che noi non siamo preparati alla trasformazione del mondo, che non abbiamo un pensiero alternativo al calcolo tecnico”. Ma lo scenario della tecnica per Galimberti è altrettanto inquietante: “Non è più uno strumento nelle mani dell’uomo – spiega – Se è vero che la nostra capacità di fare è superiore alla nostra capacità degli effetti del nostro fare vuol dire che ci muoviamo a mosca cieca. I Greci avevano incatenato Prometeo. Noi abbiamo un robot che cura i nostri vecchi. La tecnica spinge a produrre non ciò che serve ma per vedere l’effetto che fa: è l’eterogenesi dei fini”. E la politica “non è più il luogo della decisione perché, per decidere, la politica guarda all’economia”. Che “per decidere, a sua volta guarda alle risorse tecnologiche”.  Ma non sono le tecnologie ad essere demonizzate: “La tecnologia è il mezzo, sono i mezzi. La tecnica e più sofisticata. È pericolosa. Il suo obiettivo è raggiungere il massimo degli scopi con il minimo mezzo. E’ lo strumento con cui l’uomo uscirà dalla storia. Non basta un week end per recuperare la nostra parte irrazionale. Voi mi chiedete se sono pessimista, ma non sono pessimista – ripete ancora una volta –  io sono realista. E se pensate di essere in un mondo naturale e non in un mondo tecnologico sbagliate paesaggio”. Va bene tutto, anzi malissimo. Ma se la parola speranza non serve, quale potrebbe essere una parola di conforto costruttivo? “La parola corretta – conclude Galimberti – è consapevolezza. La felicità è nella giusta misura, la misura della vita. Se la vita va oltre la vita c’è l’esagerazione. I Greci pensavano che non si muore perché si è malati, ma si è malati perché si deve morire. Dovremmo acquisire il senso del limite”.

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