Concorso straordinario, Fusacchia: domande computer based siano di livello, altrimenti farsa. INTERVISTA

di Ilenia Culurgioni
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Alessandro Fusacchia, Deputato, membro Commissione VII – Cultura, Scienza, Istruzione, in una nostra intervista affronta le tematiche sul decreto salvaprecari che domani andrà in Consiglio dei Ministri.

Sul decreto salva-precari c’è stata, il 1° ottobre, l’intesa tra Miur e sindacati. Domani il nuovo decreto dovrebbe essere varato dal Governo. Ritiene sia una misura adeguata per risolvere l’annoso problema del precariato del personale docente?

Ogni governo prova a trovare una soluzione alla questione del precariato. Parliamo di migliaia di persone che da anni lavorano nella scuola e che spesso lo Stato assume fittiziamente solo per 10 mesi l’anno. È corretto dare a queste persone una risposta, e non sono indifferente all’argomento di chi dice che se lo Stato ti chiede di fare lezione per anni e anni non può poi scaricarti quando più gli fa comodo. Il problema, però, è che questo sistema finisce troppe volte per non tenere conto del diritto degli alunni ad un’istruzione di qualità, perché è evidente che non basta aver insegnato per anni per diventare automaticamente un buon insegnante. L’esperienza ha un valore enorme, per i tantissimi che dall’esperienza sanno imparare e sull’esperienza sanno costruire. Ma non è un automatismo. Tutti i governi vogliono genuinamente bilanciare tra interessi dei precari e diritti degli studenti: solo che poi all’atto pratico i precari protestano per il loro lavoro, mentre gli studenti scioperano… per il clima! Sacrosanto, anche se dovrebbero farlo anche ogni volta che vedono messo a repentaglio il loro altrettanto sacrosanto diritto a un’istruzione moderna. È così che le ricette ministeriali finiscono sempre per inseguire le esigenze dei docenti più che le aspettative degli studenti; mentre per me questo diritto-ad-essere-preparati-al-mondo-di-oggi non è negoziabile e viene prima di tutto.

Vedremo cosa uscirà esattamente domani dal Consiglio dei Ministri, ma alcune miglioríe rispetto al testo precedente ci sono: si alza la soglia richiesta per superare la prova scritta – il fatto che sia computer-based è un’arma a doppio taglio, dato che rende oggettiva la valutazione ma è chiaro che le domande devono essere di livello, altrimenti diventa una farsa – e si prevede un anno in cui i vincitori, mentre insegnano, devono formarsi prendendo 24 CFU in materie legate a didattica e pedagogia presso università selezionate dal MIUR (quindi niente diplomifici!), e al termine del quale sostengono una prova finale per la conferma in ruolo. È un meccanismo abbastanza diverso da quello ipotizzato in precedenza. Questi partecipanti al concorso straordinario, considerati i punteggi e gli anni di precariato alle spalle, sarebbero comunque andati in classe a fare supplenze annuali: così avranno almeno un’occasione, e un obbligo, di formarsi e colmare eventuali lacune. Diventa una sorta di selezione-nel-tempo. Ma è indubbio che questa selezione deve prevedere una prova finale seria e vera. È lì che i nodi verranno al pettine. Una garanzia è che i candidati saranno ben più dei posti…

Nel frattempo c’è un concorso ordinario…

Sì, ed è la bella notizia che stavo aspettando. Segnalo inoltre, su questo, che a differenza di quanto previsto dalla proposta uscita col precedente governo giallo-verde, i posti per il concorso straordinario verranno “sottratti” tutti alla quota di immissioni in ruolo riservate alle GAE (e quindi alle graduatorie storiche) e non ai nuovi concorsi. Ho saputo delle resistenze che ci sono state, e non mi stupisco. Il governo adesso deve garantire che il concorso ordinario parta in parallelo a quello straordinario. Lo stesso giorno, neppure un’ora dopo! Lì ci sono quasi 24 mila posti per la scuola secondaria e altri 17 mila per infanzia e primaria. In totale, oltre 40 mila nuovi docenti che potranno essere selezionati senza i limiti che, ancorché migliorato, manterrà il concorso straordinario.

Il sistema di abilitazione ordinaria e straordinaria non è presente nel decreto, ma andrà inserito in un disegno di legge apposito. Su questo punto concorda?

Questa è la parte più fragile. Vede, se uno non sapesse come si è andato via via creando nella scuola italiana il precariato storicizzato, farebbe fatica ad opporsi ad un meccanismo di abilitazione. Ma la storia del Paese dimostra che se tu metti decine di migliaia di insegnanti in un lungo elenco, il giorno dopo iniziano a fare pressione per ottenere non un concorso selettivo, ma qualcosa di diverso per arrivare al ruolo. Qui siamo di fronte a quel rischio, e spero che trattandosi di un disegno di legge avremo modo in Parlamento di lavorare per bene per evitare di assistere ad un film già visto.

Quindi la sua valutazione complessiva è…?

Eviterei di ridurla ad un giudizio bianco o nero… su alcune cose non posso non vedere i passi avanti, soprattutto se considero che si partiva da una sanatoria secca che era già passata in Consiglio dei Ministri sotto il vecchio Governo e che pertanto non c’erano le condizioni per fare tabula rasa. Su altre si poteva essere più coraggiosi. Del resto, oltre alla nuova postura nei confronti dell’Europa, se ho votato la fiducia a questo Governo – con un atteggiamento costruttivo ma senz’altro critico – è stato anche per provare ad aiutare questa maggioranza a non abbassare la guardia, non certo per abbassarla io!

Aveva definito il vecchio decreto legge una “sanatoria” per 24 mila docenti, perché? Cosa avrebbe voluto?

La parte più delicata di un concorso riguarda sempre chi può fare domanda e come sono le prove. Il decreto precedente prevedeva un concorso riservato e un orale non selettivo. Difficile non definirlo una sanatoria. A me preme che ci sia un filtro, e quindi una valutazione trasparente e reale dei candidati. Personalmente avevo proposto l’“opzione massima”: fare un grande concorso ordinario per tutti i posti disponibili, circa 75 mila complessivamente per infanzia, primaria e secondaria. Ne avevo parlato anche col presidente Conte. Il vantaggio sarebbe stato un’infornata di docenti molto ben selezionati. Non mi fraintenda: non ho dubbi che moltissimi dei precari storici che faranno il concorso straordinario siano assolutamente capaci e meritevoli. Dico però che se anche ce ne fosse uno solo inadeguato, non dovremmo tollerare che diventi docente di ruolo.

Qualcuno obietterà: ma lo Stato non lo sta facendo comunque lavorare da anni? Vero! Ma il ragionamento da fare è l’opposto: se non è valido non dovrebbe neppure andare a fare supplenze! Questa è la scuola del futuro-non-più-rimandabile che dobbiamo costruire. Ed è per questo che serve mettere risorse, coprire con assunzioni regolari tutti i posti disponibili, ed evitare che questo meccanismo si perpetui, a danno sia degli insegnanti sia degli studenti. La questione va presa di petto: non esiste alternativa a più concorsi selettivi e a più formazione per i docenti; né esiste alternativa a trovare una soluzione a tutto questo pregresso, che altrimenti ucciderà sempre nella culla qualsiasi sforzo di andare nella direzione che le dicevo. Non vale solo per la scuola, per carità, ma il Paese deve smetterla di trasformare il transitorio in definitivo!

Cosa manca, a suo avviso, in questo decreto?

Il diavolo si nasconde sempre nei dettagli, e mi riservo di leggerli, questi dettagli, non appena il testo uscito dal Consiglio dei Ministri sarà disponibile. Anche per farmi un’opinione definitiva. Le anticipo comunque che se parliamo del concorso straordinario presterò massima attenzione a come sarà strutturata la prova finale. L’intesa coi sindacati prevede che ci sia un orale con cui valutare il percorso fatto durante l’anno. Una Commissione avrà quindi modo di farsi un giudizio non estemporaneo, ma basato su impegno, acquisizione di competenze e meriti sia presso le università sia sul campo, vale a dire a scuola. Ecco, dobbiamo assicurarci che questa prova finale non sia una formalità né tanto meno un lasciapassare. Ne ho già parlato con diversi colleghi della Commissione Istruzione, e concordano. Se servirà, interverremo in sede parlamentare in fase di conversione.

Quindi voterà a favore di questo decreto quando arriverà alla Camera?

Non abbiamo ancora un testo ma solo anticipazioni sui giornali. Ho imparato a valutare gli atti, non le intenzioni. Quando avremo il decreto capirò se dal mio punto di vista ci sono parti irricevibili, e verificherò le intenzioni della maggioranza parlamentare rispetto alla possibilità di apportare modifiche migliorative.

Quali potrebbero essere i provvedimenti utili per la valorizzazione, a livello economico e sociale, della figura dell’insegnante?

Dobbiamo rendere la professione docente attraente per tanti giovani. Serve la passione, ma servono anche gli incentivi giusti. Non è più tollerabile che lo status sociale dei docenti sia così in basso nella scala dei lavori. Da qualche anno è nato un movimento globale, che fa capo tra gli altri alla Fondazione Varkey. Questa Fondazione ogni anno organizza a Dubai un incontro con migliaia di insegnanti da tutto il mondo proprio sul loro ruolo e su come rafforzarlo nelle diverse società – il problema evidentemente non ce l’abbiamo solo noi!

Ha sentito parlare del cosiddetto “premio Nobel degli insegnanti”? Lo organizzano e assegnano loro. Ecco, un primo segnale potrebbe consistere nel dare vita alla versione italiana di questo premio. Quando qualche anno fa ero al MIUR, con una veste non politica, organizzammo la prima edizione e fu un successo. Credo sia decisamente ora di organizzare la seconda, e mi riprometto di proporlo al ministro Fioramonti quando verrà in audizione alla Camera la settimana prossima.

Su un piano più sostanziale, dobbiamo introdurre la carriera dei docenti. Decidiamo come e dove, ma partiamo! Iniziando, ad esempio, dai collaboratori dei dirigenti scolastici. Oggi si ritrovano spesso, a causa delle reggenze, a fare loro stessi, di fatto, i dirigenti anche di scuole grandi e complesse. Non hanno né l’esonero dall’insegnamento, né un’indennità. Non va bene.

E poi, si possono creare e valorizzare altre figure intermedie. Sempre facendo attenzione a non far passare il messaggio che per fare carriera nella scuola uno debba smettere di insegnare. Anzi, la qualità della didattica dovrebbe diventare un criterio di premialità.

Finisco di risponderle menzionando una battaglia che mi sta molto a cuore: la differenziazione salariale. Le scuole che si trovano nelle aree interne o nelle isole minori sono scuole oggettivamente svantaggiate, per il loro isolamento geografico e per il rischio di marginalizzazione contro cui lottano ogni giorno. Da queste scuole tanti docenti scappano come possono, perché il disagio quotidiano è grande anche per loro. Io credo che chi insegna in una scuola così abbia diritto ad un salario più alto. E che serva quindi adottare incentivi anche economici per evitare che col tempo si formino sempre più scuole di serie B o C, che invece di essere luoghi aperti e ideali dove si prende l’ascensore sociale finiscono per essere posti chiusi e senza prospettiva che amplificano le disuguaglianze e non contribuiscono a contrastare fenomeni di isolamento e spopolamento. Se Fioramonti otterrà i soldi che ha chiesto per il rinnovo del contratto, credo che una parte anche piccola debba essere destinata ai docenti di queste “scuole interne”. Sarebbe un messaggio politico fortissimo, sulla possibilità di riscatto che attraverso la scuola dobbiamo dare a quei giovani e giovanissimi che più di tutti, oggi, rischiano di restare indietro.

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