Freschi di stampa: “Nascere e crescere nell’Atene di Pericle” di Danielle Jouanna

di Eleonora Fortunato

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Come si diventava adulti nell’Atene di Pericle? Quale era il ruolo del padre e della madre nell’età prescolare prima e scolare poi?

A fronte della ormai nutrita bibliografia che indaga l’infanzia dei Greci a partire dai sette anni, momento in cui si poteva imparare a leggere e scrivere, a recitare i versi dei grandi poeti e a suonare uno strumento, meno sistematico è stato l’interesse degli studiosi del mondo antico verso la fase precedente, quella che i bambini trascorrevano nel gineceo, perlopiù a contatto con sole figure femminili.

Guidati in questa direzione da una pietra miliare quale è stata senz’altro la provocatoria teoria di Philippe Ariès – convinto che i genitori generalmente si disinteressassero dei figli – gli storici contemporanei sempre in più indirizzano i loro sforzi alla ricostruzione dei rapporti affettivi all’interno della famiglia greca, cercando di appurare se e come ci si preoccupasse del bambino come individuo dotato di una responsabilità e in che misura maschi e femmine venissero trattati allo stesso modo.

E su queste stesse direttrici si muove anche la grecista e storica francese Danielle Jouanna nella sua indagine sul “Nascere e crescere nell’Atene di Pericle” (Carocci 2019), una ricerca che approda a risultati per molti versi sorprendenti rispetto alla vulgata diffusa su questi temi.

Il libro, che inizialmente riconosce in fattori di natura essenzialmente personale i motivi che spingevano un greco a procreare (desiderio di trasmettere un nome; necessità di preservare un’eredità e speranza di essere assistiti durante la vecchiaia), si addentra poi nell’analisi del ruolo paterno e maschile tout court, passando per il confronto tra modelli diversi di educazione (persiana, spartana, cretese e, infine, ateniese) fino ad arrivare a mettere in discussione uno dei dogmi della letteratura su questo argomento: la ‘paideia’, nozione che nella storia del pensiero occidentale avrebbe inglobato educazione e cultura generale fino a diventare sinonimo stesso di ‘civiltà’.

Mettendo, quindi, sostanzialmente in dubbio la qualità dell’educazione ateniese, ripulita dalle incrostazioni ideologiche in parte attribuibili ai Greci stessi – pensiamo a Isocrate nel IV secolo -, Jouanna nella parte centrale del saggio  punta i riflettori su uno dei principali motivi del grande ritardo dell’Atene periclea sul resto del mondo greco: l’esclusione delle bambine e delle ragazze dai percorsi di formazione scolastica. Sappiamo, infatti, con certezza che le ragazzine tra i sette e quattordici anni, mentre i loro coetanei maschi godevano della compagnia di ‘grammatistài’ e citaristi, restavano a casa e imparavano dalla madre a filare e a tessere, fino al momento di essere date in matrimonio.

Le cose col passare del tempo mutano anche ad Atene: la parte conclusiva del volume ricostruisce, infatti, la temperie in cui maturano le diverse teorie di riforma dell’educazione così come vengono propugnate principalmente da Platone e Aristotele nel IV secolo (maestri pagati dalla città, scuole aperte alle ragazze, discipline più varie e approfondite, esercizio fisico finalizzato all’arte militare), un quadro che se da un lato ‘addolcisce’ la condanna delle pagine precedenti, dall’altro conferma la natura essenzialmente elitaria della ‘paideia’ tradizionale.

Nascere e crescere nell’Atene di Pericle, di Danielle Jouanna, Carocci editore collana Frecce, 2019, 202 pp.

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