Formazione iniziale insegnanti: docenti facoltà umanistiche temono blitz dei pedagogisti. Biasutti: “Il sapere resti al centro”

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Un solo triennio per approfondire le discipline che saranno oggetto di insegnamento e poi overdose di pedagogia e di didattica: ecco lo scenario a cui starebbe lavorando la Buona Scuola di Renzi.

Un solo triennio per approfondire le discipline che saranno oggetto di insegnamento e poi overdose di pedagogia e di didattica: ecco lo scenario a cui starebbe lavorando la Buona Scuola di Renzi.

Trai i docenti universitari delle facoltà umanistiche serpeggia il timore che il biennio specialistico abilitante per l’insegnamento nella scuola secondaria possa diventare appannaggio esclusivo delle discipline pedagogiche (finora richieste solo per l’insegnamento primario). Così su iniziativa della Consulta Nazionale di Filosofia circola in questi giorni un documento, già condiviso da numerose altre associazioni, in cui si riafferma, invece, l’assoluta necessità che la formazione degli insegnanti sia basata su un percorso universitario quinquennale a contenuto disciplinare e che il TFA sia mantenuto a 12 mesi. Ne abbiamo parlato con Franco Biasutti, docente di Filosofia Morale nell’Università di Padova e Presidente della Consulta.

Professor Biasutti, quali indizi l’hanno messa in allarme? Pensa davvero che negli ambienti ministeriali i pedagogisti stiano preparando un blitz per imporsi all’interno del futuro canale abilitante?

“Abbiamo deciso di muoverci e di firmare questo documento perché temiamo che i criteri utilizzati per la formazione in servizio dei 150.000 docenti che verranno assunti nei prossimi mesi possano poi trasmigrare anche nell’assetto che si deciderà di dare al biennio abilitante per i futuri insegnanti. Quello della formazione degli insegnanti, lo sappiamo bene anche noi docenti universitari, è un argomento molto complesso: un conto è aggiornare una persona che lavora da 15 o 20 anni, che verosimilmente avrà bisogno di colmare un gap scientifico, un conto è fornire a un neolaureato, che invece sarà aggiornatissimo dal punto di vista scientifico, le conoscenze di base per muoversi con disinvoltura negli ambienti scolastici, assicurandogli magari anche nozioni di tipo sociologico e psicologico. Importante è, a nostro avviso, che non si risolva tutto con la pedagogia generale, poiché temiamo uno sbilanciamento eccessivo a suo favore a causa dei troppi interessi di parte in ballo in questo momento”.

Questi interessi di parte sarebbero le poltrone universitarie, naturalmente.

“Insomma, c’è una gran corsa alle risorse finanziarie nei nostri dipartimenti universitari, è chiaro che se i pedagogisti faranno la parte del leone nella formazione dei docenti di scuola secondaria potranno pretendere poi molto di più anche da questo punto di vista”.

Loro potrebbero accusarvi di fare muro contro muro per la stessa ragione.

“Noi ci stiamo muovendo per una soluzione equilibrata, mentre abbiamo avuto la sensazione che dall’altra parte ci sia una maggiore perentorietà nell’affermazione delle proprie posizioni e nel tentativo di farle prevalere”.

La tranquillizza sapere che l'Onorevole Santerini, firmataria di una risoluzione presentata al Parlamento proprio su questi argomenti, ha minimizzato molto gli interessi dei pedagogisti nella formazione dei futuri docenti?

 

"Conosco personalmente la collega onorevole Milena Santerini e non ho motivo di dubitare dei suoi buoni propositi, anche se non ho ancora visto la risoluzione presentata in Parlamento. Ovviamente la cosa più importante è che le intenzioni trovino una coerente attuazione nella realtà".

 

Sareste, quindi, favorevoli a un percorso che contemperasse esami disciplinari e materie pedagogiche?

“Quello che sarebbe dannoso è, a nostro giudizio, un biennio specialistico interamente dedicato alla pedagogia generale, una overdose che non avrebbe nessun senso perché un solo triennio a contenuto disciplinare non assicura ai docenti la preparazione necessaria a un insegnamento di qualità, non fornisce loro le conoscenze adeguate”.

Per le stesse ragioni, qualche tempo fa Emanuele Dettori (Università di Tor Vergata) ha lanciato l’idea di tornare alla laurea quadriennale in lettere senza obblighi psicopedagogici o di didattiche disciplinari. Le sembrerebbe una soluzione percorribile?

“Mi sembrerebbe troppo dispendiosa allo stato attuale dei fatti, non mi convince”.

Che cosa risponde a chi le obietta che il sapere, cioè il possesso di conoscenze, è importante, ma sapere insegnare, e quindi avere riflettuto sulla relazione con i discenti e sui loro bisogni, lo è ancora di più? L’opinione pubblica non ha molta simpatia per i docenti che pensano solo a trasmettere nozioni. Ci sono tanti luoghi comuni in proposito…

“Beh, chi la pensa in questo modo dovrebbe domandarsi come si fa a insegnare ciò che non si conosce bene. E’ una retorica, quella del sapere insegnare, che fa comodo a una società che sembra aver smarrito alcuni paradigmi importanti proprio in relazione all’educazione delle giovani generazioni”.

Saprà forse che l’aggiornamento e la formazione iniziale degli insegnanti ruotano tutti intorno alla famosa polarità sapere al centro o studenti al centro?

“Io non ho dubbi sul fatto che al centro debba starci il sapere. Lo scopo dell’insegnamento è assicurare alla società che gli individui abbiano e si trasmettano un bagaglio di conoscenze esatte. Insomma, la scuola e l’università devono preparare bravi ingegneri affinché i loro ponti poi non crollino e buoni medici perché curino con successo i loro malati. L’unica vera garanzia di chi è oggetto di educazione è la preparazione di chi educa”.

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