Formazione iniziale dei docenti: le principali novità

di Lalla
ipsef

red – Pubblichiamo un intervento sul regolamento sulla formazione iniziale dei docenti, inviatoci da Max Bruschi Consigliere del Ministro dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca

red – Pubblichiamo un intervento sul regolamento sulla formazione iniziale dei docenti, inviatoci da Max Bruschi Consigliere del Ministro dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca

Il regolamento sulla formazione iniziale dei docenti in corso di approvazione (il cui testo definitivo non è stato reso pubblico, perché in attesa dei pareri tecnici) punta a stabilizzare i criteri di abilitazione, mettendo a frutto il meglio dell’esperienza decennale delle scuole di specializzazione per l’insegnamento e correggendone alcune storture.

Fatte salve scuola dell’infanzia e scuola primaria, per le quali l’abilitazione viene conseguita attraverso un corso di laurea magistrale a ciclo unico, il sistema, costruito dal gruppo di lavoro presieduto dal professor Giorgio Israel, prevede che, per ogni nuova classe di abilitazione (nuova, perché collegata con il futuro assetto dei cicli scolastici) sia attivata una laurea magistrale a numero chiuso, programmato sulle effettive esigenze di personale, seguita da un anno di tirocinio attivo formativo finalizzato all’esperienza sul campo, all’acquisizione di crediti relativi ai bisogni speciali, alle didattiche e ai laboratori.

Rispetto alla SSIS il percorso è più breve perché si sono drasticamente tagliati le tautologiche ripetizioni di insegnamenti disciplinari, per puntare decisamente sul passaggio dal "sapere" al "saper insegnare".

Nel frattempo, è aperto un problema delicato di gestione della fase transitoria, che riguarda diverse categorie di persone, per ognuna delle quali è stato pensato un percorso o un tipo di accesso specifico.

Il primo nodo sciolto riguardava due categorie di docenti rimaste schiacciate tra diversi provvedimenti senza potersi, di fatto, abilitare.

Parlo dei diplomati dei vecchi istituti magistrali e degli Isef, che avevano conseguito un titolo non più abilitante prima che la laurea in scienze della formazione primaria o in scienze motorie diventasse effettivamente abilitante. A costoro era stato promesso un concorso, mai svolto perché nel frattempo la via scelta per le immissioni in ruolo è stata quella dello "scorrimento" delle graduatorie del personale abilitato. A dieci anni di distanza, la nuova disposizione prevede, solo per loro e purché, all’atto di entrata in vigore del regolamento, abbiano maturato almeno 360 giorni di insegnamento nella classe per la quale chiedono l’abilitazione, l’attivazione di un percorso universitario pari a 60 crediti formativi, con prova di accesso stabilita a livello nazionale ma senza numero programmato, prova di accesso che punta a verificare l’effettivo possesso delle conoscenze disciplinari relative ai diversi ambiti.

Il secondo nodo riguarda i neolaureati, o coloro che conseguiranno la laurea prima dell’attivazione e della "messa a regime" delle lauree magistrali per l’insegnamento nella scuola secondaria di primo e secondo grado. L’abilitazione può essere conseguita, avendo i crediti formativi necessari per l’accesso alle vecchie SSIS, attraverso la frequenza dell’anno di tirocinio formativo attivo. L’accesso al TFA è a numero chiuso e programmato attraverso una prova scritta (da superare con una valutazione minima di 42 su 60), una prova orale (da superare almeno con 15 su 20) e successiva valutazione dei titoli.

Il terzo, delicatissimo nodo, riguarda i precari non abilitati che abbiano maturato almeno 360 giorni di insegnamento (sempre nella classe per la quale chiedono l’abilitazione). Si intrecciano due esigenze. Le graduatorie di terza fascia, per gravi errori di una programmazione basata sull’offerta dell’università e non sul fabbisogno di personale, hanno perso da anni la loro caratteristica di transitorietà (le tipiche "supplenze brevi) e i non abilitati sono stati usati, impropriamente, per supplenze lunghe a fronte di graduatorie svuotate di abilitati. Non c’è alcun dubbio che questa funzione di "tampone" delle inadempienze della macchina pubblica debba essere riconosciuta. Ma non a scapito dell’altra esigenza, che prevede una rigorosa selezione del personale docente basata innanzitutto su conoscenze disciplinari che un tempo erano valutate nella prova concorsuale e che non possono essere date per scontate. Chi si trova in questa situazione potrà accedere al tirocinio formativo attivo in soprannumero rispetto al contingente fissato, si vedrà riconosciuti una parte dei crediti (relativi al tirocinio a scuola e ai laboratori) e potrà svolgere la parte restante del tirocinio nella sede scolastica dove eventualmente presta servizio. Ma la frequenza del percorso abilitante è subordinata al superamento delle relative prove di accesso con lo stesso punteggio "di sbarramento" previsto per gli altri aspiranti (42/60 allo scritto, 15/60 all’orale).

In tutti tre i casi, dunque, la proposta di regolamento punta superare la logica perversa della sanatoria, che ha purtroppo funestato gli altri due provvedimenti del passato garantendo un accesso indiscriminato ai corsi abilitanti.

Si è cercato di distinguere tra due piani che non possono essere confusi. L’esperienza, l’aver svolto anche per anni servizio, non ha nulla a che vedere con l’averlo svolto "bene". In un sistema come il nostro, privo di rigorosi sistemi di valutazione, tutto fondato sugli automatismi di graduatorie costruite sull’anzianità o su "tasse improprie" (dal sostegno svolto per costrizione e non per vocazione, alle centinaia di inutili e costosi master, sino agli estremi del "pizzo" pagato per ottenere ore di supplenza), occorre iniziare a mettere degli argini.

Il primo argine è che chi insegna, perlomeno, conosca la propria materia. Esiste un secondo argine, che riguarda la verifica dell’acquisizione dei metodi di trasmissione del sapere e una prima valutazione di attitudine all’insegnamento, costituito dalla prova di abilitazione posta alla fine dell’anno di tirocinio. Esiste un terzo argine, che riguarda la valutazione della capacità effettiva del docente di essere "insegnante": un argine tutto da costruire, con coraggio e la capacità di ribaltare un sistema che, oggi, non funziona e ha burocratizzato, svilendola, la professione.

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